La morte di Didone
e il vertice della musica inglese

Si è spesso osservato che l'Inghilterra non è così ricca di protagonisti di primissimo piano nella grande tradizione europea della musica colta, almeno se la si paragona a nazioni come la Germania, l'Austria, l'Italia, la Francia (il discorso cambia naturalmente se si parla di pop e rock…). E forse il più grande musicista inglese di tutti i tempi è anche uno dei più antichi: si attribuisce infatti questo rango a Henry Purcell, che nacque a Londra nel 1659 e vi morì, a soli trentasei anni, nel 1695.

In questo non lunghissimo arco di tempo Purcell, organista nella cattedrale di Westminster, salì ben presto al grado di musicista più importante del regno, destinatario tra l'altro di numerosissime committenze da parte della casa reale (scrisse, per fare un esempio, un'ode per il compleanno della sovrana per sei anni consecutivi).


Forse Benjamin Britten, che visse tre secoli dopo, è l'unico musicista inglese che potrebbe contendere a Purcell quel primato; ma è difficile che qualcuno possa togliergli il titolo di autore del più bel brano della musica inglese di tutti i tempi: ed è un brano dalle spiccate caratteristiche "funebri". Vediamo di che cosa si tratta.

L'unica vera e propria opera che il nostro compositore scrisse si confronta con uno dei personaggi più celebri della tradizione letteraria occidentale: quella Didone, regina di Cartagine, di cui Virgilio narra nell'Eneide lo sventurato amore per Enea: l'eroe sarà costretto dal fato a lasciarla, e lei si ucciderà.

Nella scena finale di Dido and Aeneas essa nulla conserva della passione convertita in odio che contrassegna il personaggio virgiliano; rivolta ad una ancella intona uno stupendo, estenuato recitativo pervaso dall'idea dell'accettazione rassegnata della morte.

Poi, gli archi modulano nel registro basso una lenta linea prevalentemente discendente: si tratta di un basso ostinato, che si ripeterà immutato sette volte, sulla cui base Didone canta le due bellissime melodie dell'aria When i am laid in earth, il celebre lamento finale, che culmina nell'invocazione ripetuta remember me.

Su questa nota di pathos nobile e tragico, davvero difficilmente eguagliabile, l'opera si chiude, non prima che il coro abbia esortato i Cupidi alati a spargere rose sulla tomba della sfortunata amante. Merita forse anche ricordare qui che la fortuna di Purcell deve qualcosa anche al grande regista Stanley Kubrick: lo spettatore di Arancia meccanica, colpito dal ricorrere di un breve ma assolutamente memorabile tema di marcia lenta, può verificare che si tratta di un passo della musica scritta per i funerali della regina Mary, una della tante commissioni regali di cui sopra.

Pochi mesi dopo quelle stesse note accompagnarono il commiato definitivo di Henry Purcell.
 
Franco Bergamasco

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