L'IMMORTALITA'

Che cos'è il contrario della Morte? La Vita, diremmo certo a tutta prima, ma c'è anche un'altra risposta a questa domanda, profonda o futile che sia, e qualunque dizionario dei sinonimi e dei contrari ce la può ricordare: l'Immortalità.
Su questa seconda possibilità (fantasia, mito, sogno, scenario fantascientifico) la letteratura si è soffermata in varie occasioni e forme; tra le più intriganti certo quella elaborata da un maestro del fantastico come Jorge Luis Borges (1899/1986).
Il lettore che ha la felice sorte di aprire quel capolavoro della narrativa borgesiana che è la raccolta di racconti intitolata L'Aleph (1952), trova proprio all'inizio appunto L'immortale; e subito si trova immerso nella inconfondibile atmosfera fatta di citazioni e di riferimenti tanto eruditi e preziosi quanto incerti e semi immaginari, e nello stesso tempo di un senso preciso e concreto della realtà nei suoi dettagli, che caratterizza quella narrativa.

Un antiquario, una edizione settecentesca dell'Odissea omerica da lui venduta nel 1929, poco prima di morire, ad una principessa; nel libro, un memoriale manoscritto la cui voce narrante si presenta come quella di un guerriero romano dell'epoca di Diocleziano, collocando quindi la vicenda (o meglio, come vedremo, il suo inizio) alla fine del III secolo d.C.. Flaminio Rufo, di stanza in Egitto, presso Tebe, sa della leggenda che narra di una Città degli Immortali, vicino alla quale scorre un fiume che purifica dalla morte gli uomini, e si pone alla sua ricerca; in mezzo ad un deserto la trova, splendente, irraggiungibile, eretta su un altipiano di pietra: ai suoi piedi scorre un ruscello fangoso e intorno ad essa vegeta in uno stato semibestiale una popolazione di selvaggi trogloditi, apparentemente privi di linguaggio articolato.
Tormentato dalla sete, Flaminio si abbevera al ruscello e in seguito, attraverso una grotta e un labirinto sotterraneo, riesce a penetrare nella città. Antichissima, deserta, essa suscita l'impressione "dell'interminabile, quella dell'atroce, quella d'una complessità insensata". Tutto, nella sua architettura paradossale, è assurdo: scale rovesciate, corridoi senza sbocco, sono lo scenario di un incubo indicibile.
Uscito dalla splendida e atroce città ed entrato in contatto con uno dei trogloditi, Flaminio ha la rivelazione: il ruscello fangoso è il fiume dell'Immortalità, i selvaggi sono gli Immortali che, dopo essere vissuti nella meravigliosa città di cui la leggenda parla, la distrussero, erigendo sulle sue rovine questa sua insensata parodia, e ne uscirono; la loro vita esteriormente semibestiale è una vita di puro pensiero.

L'uomo che Flaminio ha conosciuto altri non è se non Omero; egli stesso, bevuta l'acqua del ruscello, ora è un Immortale. Apprende come dal punto di vista di tale situazione divina e terribile, tutte le cose si compensano; male e bene, genio e stupidità, meriti e infamie nella prospettiva di un tempo infinito si annullano a vicenda, nulla più ha valore, ogni uomo è tutti gli uomini. Il memoriale narra quindi come gli Immortali abbiano deciso di disperdersi, nel secolo X, alla ricerca di un altro fiume, quello che toglie l'immortalità.
Nulla se non la morte rende preziosa la vita degli uomini: "ogni atto che compiono può essere l'ultimo, non c'è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto di un sogno". E il misterioso antiquario (naturalmente lui è l'autore del memoriale, lui è il Flaminio Rufo di diciassette secoli prima - ma la sua identità si confonde enigmaticamente a questo punto con quella di Omero stesso), dopo aver accennato a qualcuno dei fatti e degli incontri della sua smisurata esistenza, chiude il racconto con l'incredula e silenziosa felicità di chi sa di aver finalmente trovato quel fiume e con esso la cosa più preziosa della vita: la morte.
Il 1929 che Borges immagina come data della morte dell'ex immortale è curiosamente vicino a quel 1927 in cui Martin Heidegger, nell'ambito del suo capolavoro filosofico Essere e tempo, discute in una celebre analisi il nesso inscindibile tra la mortalità e la possibilità di conferire un senso autentico all'esistenza; non su questa ardua tematica ci soffermeremo ora ma, senza allontanarci troppo nel tempo, gettiamo uno sguardo su un significativo episodio del teatro musicale novecentesco vicinissimo, sia pure in modi del tutto diversi, alle tematiche di cui abbiamo parlato. È nel 1926 che il grande compositore cecoslovacco Leos Janacek (1854/1928) fa debuttare a Brno la sua opera L'affare Makropulos, derivata da un dramma del conterraneo Karel Capek, sicuramente uno dei più alti risultati del melodramma del XX secolo. Praga, 1922.

Una cantante celeberrima apparentemente circa trentenne, Emilia Marty, esercita un fascino irresistibile ed inquietante su tutti coloro che incontra: ma una sorta di noia cinica, di apatia arrogante pervade i suoi rapporti col prossimo, mentre la sua stessa bellezza pare a tratti lasciar balenare inspiegabili tratti di vecchiaia. Essa si interessa ad un caso di eredità contesa fra due famiglie che si trascina da un secolo, e si rivela, nel corso dell'azione, sempre più stranamente a conoscenza di fatti, persone, circostanze risalenti a tempi assurdamente remoti. Lo scioglimento della vicenda rivela che essa ha in realtà più di trecento anni: ha sperimentato su di sé un elisir di lunga vita che il padre, alchimista presso la corte imperiale praghese, aveva preparato per Rodolfo d'Asburgo.
L'effetto dell'elisir sta per scadere, e la complicata vicenda ne fa riemergere la formula (Emilia è tra l'altro ava di uno dei contendenti…); ma l'enorme protrarsi dell'esistenza non ha prodotto in lei se non disgusto, indifferenza, inquietudine, percezione di insensatezza degli uomini e della vita. "L'uomo non può amare per trecento anni […]. Tutto viene a noia. Sia l'esser buoni che l'esser cattivi […]. E poi ci si accorge che in realtà non c'è nulla. Nulla. Né il peccato, né il dolore, né la terra, assolutamente nulla. Esiste solo ciò che ha un certo valore. E per voi tutto ha un valore", dice Emilia agli astanti, che bruciano la formula dell'elisir mentre lei si accinge ad accogliere la morte come una giusta e naturale liberazione.
 
Franco Bergamasco

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