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Urne in casa: libertà o solitudine?

Non solo scelta privata, ma alternativa che tocca il futuro dei cimiteri e la memoria della comunità.

La cremazione ha rivoluzionato il rapporto con la morte.

Ha eliminato, innanzitutto, l’antico problema igienico-sanitario legato alla necessità di seppellire in fretta i cadaveri per evitare rischi alla collettività: una preoccupazione che, tra Settecento e Ottocento, aveva spinto a bandire le sepolture nelle chiese. Con il tempo lo Stato si è sostituito alla Chiesa, assumendosi il compito di registrare nascite e decessi e di garantire il diritto alla sepoltura.

Oggi, dove i crematori sono maggiormente presenti (soprattutto al Nord e in parte del Centro Italia), la cremazione è diventata una scelta diffusa: in media riguarda il 38% dei funerali, con punte del 50-70% nelle grandi città settentrionali. Una volta cremate, le ceneri possono seguire tre strade:
  • tornare al cimitero, in una sepoltura nuova o già disponibile;
  • essere affidate a un familiare, custodite in un’urna con regole precise;
  • essere disperse, ma solo se il defunto ha espresso chiaramente questa volontà. Su questo punto la legge è severa: l’art. 411 del Codice penale prevede la reclusione da 6 a 24 mesi per chi disperde le ceneri senza autorizzazione o in modo difforme da quanto stabilito.

L’ascesa dell’affidamento familiare

Negli ultimi vent’anni l’affidamento delle urne ai familiari è cresciuto molto: oggi (dati rilevamento Sefit 2024) riguarda circa il 19% delle cremazioni. Sempre più persone vogliono conservare le ceneri dei propri cari in casa. Le motivazioni? La vicinanza quotidiana, la riduzione dei costi, la sfiducia verso le strutture cimiteriali tradizionali, la mancanza di spazi architettonicamente dignitosi nei cimiteri e, non da ultimo, un bisogno crescente di spiritualità personale. Questa scelta riflette però anche due tendenze sociali:
  • un rapporto sempre più individualizzato con la morte;
  • l’indebolimento del cimitero come luogo di memoria condivisa.

I rischi nascosti

Quella di conservare le ceneri dei propri cari all’interno delle abitazioni non è però una scelta priva di problemi.
  • Per l’individuo: la permanenza dell’urna in casa può rendere più difficile l’elaborazione del lutto. È una delle ragioni per cui, ad esempio, in Francia l’affido familiare è vietato.
  • Per la collettività: si perde il valore comunitario del cimitero, luogo di memoria e condivisione. Con il tempo, inoltre, non è raro che urne affidate vengano dimenticate in cantina o, peggio, gettate.
Il lutto rischia così di diventare un fatto privato, vissuto in solitudine, che impedisce ad amici e parenti di avere un luogo accessibile dove ricordare il defunto.

Un fenomeno figlio dell’individualismo

Affido e dispersione delle ceneri sono scelte che si inseriscono in un più ampio processo di crescita dell’individualismo. Oggi la società urbana tende a rifiutare i luoghi collettivi della memoria, le famiglie sono ridotte numericamente e spesso disperse; cresce il bisogno di rituali “su misura”. Tutto questo, però, a scapito della dimensione comunitaria del ricordo.

Il cimitero, da spazio di appartenenza collettiva (“qui riposano i nostri padri”), rischia di ridursi a luogo residuale, frequentato solo quando mancano alternative. Ma il lutto non è solo una questione privata: è anche un processo sociale. Le persone trovano conforto nel sapere che esiste un luogo fisico, riconosciuto, dove tornare a ricordare i propri cari.

Il valore dei cimiteri

Un cimitero non è un semplice deposito di resti. È:
  • un luogo simbolico che rende presente l’assenza;
  • uno spazio sociale che permette di non vivere il lutto in solitudine;
  • un patrimonio di memoria collettiva che tiene insieme la storia di una comunità.
La rinuncia a questo spazio in favore di soluzioni individuali priva la società di una importante risorsa psicologica e culturale.

Una questione anche economica

C’è infine un aspetto meno discusso: quello economico. In Italia esistono oltre 16.000 cimiteri, di proprietà dei Comuni, che devono essere mantenuti e resi accessibili ai cittadini. Se calano le entrate legate alle sepolture, aumenta la spesa a carico delle casse comunali. Allo stesso tempo, se diminuisce l’uso e la domanda di tombe private, si pone il problema della manutenzione del patrimonio costruito negli ultimi due secoli. Una proposta concreta potrebbe essere quella di estendere il bonus fiscale del 36% per la manutenzione delle abitazioni anche alle tombe, che – in fondo – rappresentano l’ultima casa, riducendo così l’onere per il loro mantenimento, che si ricorda è un espresso obbligo previsto dall’articolo 63 del DPR 285/1990. È anche garantendo la fruibilità delle tombe già costruite, che si mantiene nel tempo la funzione dei cimiteri: in fin dei conti la vita dei cimiteri sono i morti e senza morti, il cimitero rischia a sua volta di morire! Cosicché, alla fine, la decisione su come conservare le ceneri non è solo una questione privata. È una scelta che tocca la nostra cultura, il futuro dei cimiteri e la memoria delle comunità.
 
Daniele Fogli

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