Rotastyle

Nuovi progetti di sale per il commiato

Sguardi sul Reno

La progettazione di spazi destinati alla commemorazione di persone defunte implica il confronto con un tema assai complesso, di difficile interpretazione, aperto a molte sfumature personali ed oggi, alla luce della tendenza ad un minore spirito religioso, sondabile solo avendo per unico riferimento la comune dignità umana ad accomunare tutti gli individui. Si è quindi cercato di indagare la relazione che sussiste tra società e persona, tra privato e personale dolore, tra vita familiare e comunitaria, nella varietà dei rapporti che si intessono nella società e che legano intimamente ciascuno alla terra.
Il progetto si inserisce in un lembo di terreno adiacente all’antica Certosa della città di Bologna, in una descritta da un lotto trapezoidale che ha per basi opposte il canale del Reno a nord e Via Andrea Costa a sud. Il canale definisce nettamente due ambiti spaziali: a nord il giardino e più oltre la Certosa, sul lato opposto il lotto lastricato al quale si accede da una strada ad alto livello di traffico. Il rapporto con gli edifici adiacenti vuole essere minimo e intende separare l’evento architettonico dall’immediato intorno sottolineando il cambio di registro, la percezione di uno spazio con valenze architettoniche diverse, la definizione di un limite e di un “oltre”, senza tuttavia disegnare rigidamente una frontiera. Il legame più forte che si è voluto proporre è quello con il cimitero esistente, partner di un rapporto più complesso e di una connessione più meritata, tanto che l’ingresso destinato al corteo viene inserito dal lato del giardino fronteggiante la Certosa. Per passare dall’antico cimitero alla nuova Sala per il Commiato occorre attraversare un ponte, scavalcare l’acqua corrente, attraversare una soglia: il canale pare non trovarsi lì per caso. Rappresenta la vita e la suggestione di un viaggio ed entra così a far parte del progetto in quanto ineludibile elemento non solo di interesse ambientale, ma soprattutto di connessione della forma spaziale con il significato spirituale dell’opera.
Il percorso dei dolenti non porta subito alla meta, alle Sale per il Commiato, ma vuole interpretare i diversi stati emozionali e gli aspetti suggestivi e spirituali evocati dal luogo e dalla circostanza. La successione degli spazi intende prima unire il corteo in vista dell’accesso, quindi separare i convenuti concedendo a ciascuno un rapporto intimo e personale con il defunto ed infine ricomporli nel momento del saluto e dell’uscita. L’ingresso dei dolenti e quello delle salme sono separati e i percorsi non si intersecano per motivi funzionali e per ragioni emotive, nell’intento di lasciare ai singoli soggetti e al gruppo riunito la possibilità di rielaborare un percorso interiore prima dell’incontro finale con il defunto. Le due differenziate direzioni di accesso, molto incisive sull’assetto planimetrico, riprendono elementi preesistenti dell’ambiente circostante, ma al contempo aprono nel progetto nuove possibili soluzioni spaziali e compositive che si discostano volutamente dalle altre costruzioni allineate lungo il fiume.
Il percorso della salma è condotto su una trama razionale, chiusa e controllata, che contiene gli spazi tecnici e funzionali alla tanatoprassi. L’impianto si configura in una scatola essenziale ad un solo livello, sul lato est del lotto, a celare le costruzioni adiacenti non particolarmente interessanti né in sé, né in relazione al progetto. Il blocco funzionale racchiude prima la successione degli spazi riservati all’amministrazione e agli addetti, poi le aree assegnate alla preparazione della salma, le sale di vestizione, la cella frigorifera e i relativi impianti.
Il percorso del corteo viene introdotto nel corpo di fabbrica dal lato del fiume, per mezzo di una passerella, su uno spazio che sporge sull’acqua e che contiene ambiti di meditazione individuale e collettiva, nonché, al livello superiore, le Sale per il Commiato, vero e proprio cuore dell’opera. Queste si sviluppano parallelamente all’andamento del fiume, quasi definendo un nuovo waterfront, in dialogo diretto con le Certosa antistante. Questo blocco aperto all’utenza, addossato al canale, libera gran parte dello spazio restante del lotto. Si apre così un’area cortiliva che permette alle nuove spazialità di respirare, conquistandosi una indipendenza figurativa, una parvenza di alterità, rispetto al fronte stradale rumoroso e caotico. L’area lastricata diverrà uno spazio pubblico che faciliterà il collegamento con la Certosa e con lo spazio verde retrostante al progetto, attribuendo nuove valenze nell’intorno.
Il corpo di fabbrica che contiene gli spazi di fruizione dei dolenti ha caratteri molto diversi rispetto al blocco funzionale degli spazi tecnici e di fruizione del personale addetto. In particolare in questo ambito il processo generativo dei vuoti architettonici ha trovato nella presenza e nella preesistenza del fiume la possibilità di esprimersi. In opposizione all’impianto dei vani funzionali, qui la spazialità architettonica risulta irrazionale, aperta ad una casualità che pare evocare la forza incontrollata dell’acqua che scorre in adiacenza. Il progetto, infatti, trae ispirazione dal luogo, e lo scorrere dell’acqua richiama l’instabilità, la stessa delle Sale per il Commiato quasi in bilico sul livello inferiore, in un equilibrio che diventa quasi oscillazione e dando voce alla precarietà di un sistema di relazioni con l’intorno che appare quasi provvisorio. Si generano così continue percezioni di spazi in divenire che dialogano con la suggestione delle riflessioni sulla superficie dell’acqua, alludendo all’analoga mutevolezza dell’uomo.
Mentre al piano terreno la superficie vetrata continua nasconde gli spazi di meditazione e riflette semplicemente l’effetto cangiante del canale, al livello superiore lo spazio si decompone e le singole sale si discostano dal blocco base proiettandosi a sbalzo sulla superficie dell’acqua quasi ruotando con la casualità con la quale potrebbero essere sospinte dalla corrente. Al piano superiore “tre scatole” contengono tre sale per il commiato di diversa dimensione, appoggiandosi su un analogo sistema di più piccoli box a piano terra. Le direzioni assunte dalle sale cercano un contatto visivo con elementi rilevanti nel contesto, in primis con la Certosa, con il fiume, ma anche con il nuovo impianto di accessi che si è creato. Gli stessi sbalzi, che da lontano serviranno a permettere l’individuazione del nuovo intervento rispetto al fronte lungo il fiume, sono un gioco studiato anche per l’individuazione diretta dell’entrata principale del corteo sul lato del giardino. La forte ombra dello sbalzo di ingresso, che si incontra dopo aver superato il ponticello, è un primo segno spaziale, un limite tra luce e buio che indica un passaggio e un suggerimento allusivo ad un cambiamento di stato.
L’ingresso dei dolenti, passata la passerella sul canale, implica una brusca svolta a sinistra, una conversione, la necessità di aprirsi a eventi inattesi, forse non desiderabili ma inevitabili, e immette in un luogo di quiete, una stanza della dispersione, un luogo di riflessione. L’intervento si suppone realizzato in un solo materiale, pur diversamente trattato, lasciando tuttavia che il colore grigio del cemento sia quello che maggiormente venga percepito in contrasto con il legno delle lame della parete verso il fiume che resta il primo condensatore dello sguardo dopo l’ingresso. Dall’interno, tuttavia, le condizioni di luce, l’ambiente, la presenza di una vasta vetrata con pannelli verticali in legno, fanno percepire diversamente lo spazio esterno che da poco si è abbandonato: attraversare il canale corrisponde a incontrare un altro punto di vista, che viene indagato e svelato dall’altra sponda…
Il piano riservato ai dolenti consente molti gradi di libertà: lo sguardo si può perdere nell’acqua, può volgersi al giardino, oppure si può accovacciare in un luogo proprio e privato di meditazione, in uno dei box al centro della sala. L’intento è quello di far trovare un proprio luogo a ciascuno, un punto adatto per ogni soggetto. All’interno dei box si prevede la possibilità di allestire sale di lettura o di ascolto, mentre all’esterno possono essere proiettati filmati sulle pareti. Al termine di questa zona di equilibri individuali un albero, in un spazio in doppio volume, consente la percezione del piano superiore, in adiacenza all’ascensore. Terminato il momento della dispersione, della riflessione personale e dell’attesa, il corteo è pronto per riunirsi e per portarsi verso la rampa che conduce al livello superiore. La pendenza è dolce. Il moto ascensionale avviene senza sforzo e lo sguardo volge verso la finestra a nastro che regala un taglio di luce netta.
Le Sale per il Commiato non presentano bucature verso la strada, ma solo affacci a tutta altezza verso il fiume. La particolare conformazione spaziale rende tali ambienti particolarmente suggestivi poiché tentano di richiamare l’attenzione alla meditazione intima e alla riflessione raccolta di un addio partecipato e vissuto personalmente. Dalle sale viene mostrato nuovamente, da un diverso punto di vista, lo stesso scenario che il pubblico ha già avuto modo di guardare nelle fasi precedenti. Si sviluppa così, nel processo di percezione personale e nell’architettura, quell’idea di variazione che sottopone ogni cosa a diversi sguardi e punti di vista, rimandando alla molteplicità delle relazioni che governano la percezione delle cose da parte degli individui.
Superato il varco della porta di ingresso della sala, si riconosce uno spazio spoglio, con pochi punti di luce. La funzione prima di questo ambiente è quella di commemorare il defunto e di svolgere una cerimonia del commiato, rituale distinto dal rito funebre che si svolge nei luoghi di culto tradizionali, volta al raccoglimento ed alla preparazione della separazione assoluta dalla persona cara. Qui il podio orizzontale dove viene riposto il corpo è una mensola a sbalzo, che vuole forse alludere alla instabilità e alla fragilità dell’esistenza. La luce, che proviene da una lama netta aperta sotto il profilo del podio, serve a convogliare l’elemento dell’acqua all’interno della stanza, richiamando, attraverso riflessioni di scintille luminose, la suggestione di un moto perpetuo che incessantemente continua a scorrere. La luce proviene anche da aperture sulle pareti a sud ed ad ovest che garantiscono, anche in ora tarda, la colorazione del cielo e l’eventuale ingresso dei tramonti sulle pareti bianche della sala. L’illuminazione naturale è l’effetto architettonico più rilevante nella dimensione del cerimoniale, mentre nella dimensione spaziale la bicromia tra luce ed ombra è accentuata, così come è declinata nelle altre parti dell’edificio ed in tutto il progetto, qui in particolare alludendo al distacco dalla vita alla morte.
Il piano superiore è stato progettato per poter subire modifiche nella distribuzione interna, in modo da poter organizzare sale di capienze molto più ampie di quelle normalmente configurate. In particolare dalla suddivisione tipica di tre sale per 90, 80 e 60 persone si possono ottenere due sale contemporaneamente da 200 ed 80 persone solo con una semplice modifica dei tramezzi interni mobili che, attraverso guide e cerniere, garantiscono molta flessibilità a queste “scatole”.
Le scelte tecnologiche e materiche sono state una diretta conseguenza del processo compositivo che ha seguito l’idea della conformazione degli spazi nella loro funzionalità e nella loro percezione sensoriale.
I materiali scelti appartengono alle tradizionali concezioni costruttive del territorio bolognese in cui si opera, con particolare attenzione alla reinterpretazione di alcune finiture esterne in relazione al dialogo con quelle adiacenti. Per questo motivo, anche se la struttura è costituita da un telaio in cemento che sfrutta la moderna tecnologia del precompresso per rispondere alle esigenze degli sbalzi eccessivi, la finitura esterna di intonaco granuloso vuole giocare particolari effetti con la luce, con l’acqua e con i mattoni rossi delle abitazioni circostanti. La parete di vetro a piano terra risulta invece un elemento tecnologico innovativo per rispondere alle necessità di illuminazione interna del vano a piano terreno in relazione alla percezione del fiume e ai volumi sospesi soprastanti. La parete di lamelle di legno orientabili contrasta l’apparenza della sua leggerezza con la sua interna solidità: anche se le lamelle ruotano per regolare l’entrata della luce nella stanza a piano terreno, nascondono al loro interno un pilastro che contribuisce a sostenere i grandi sbalzi dei volumi superiori. Il cemento è il materiale privilegiato degli ambienti interni, con particolare riferimento ai diversi tipi di trattamento a cui lo stesso può essere sottoposto. Questa scelta di apparente uniformità corrisponde alla precisa volontà di declinare diversamente una stessa materia, nella molteplicità delle configurazioni possibili.
Dall’esterno l’edificio nel suo complesso appare come una sequenza di volumi bianchi, scomposti, completamente privi di decorazioni, senza fregi o coronamenti, che si confonde con il nulla continuando a muoversi e a riformularsi lungo il percorso imprevedibile del canale. L’inserimento del progetto nel trapezio del lotto crea di fatto una nuova percezione del giardino adiacente alla Certosa, giardino che diventa parte integrante del progetto. I filari di melograni e di alloro sono piantati con un opportuno criterio compositivo che riprende in pianta le due linee direttrici principali; il disegno è ordinato nell’intento di fornire un vocabolario di certezze, in contrapposizione all’incertezza che governa la percezione delle sale. Architettura e giardino sono collegati soprattutto a livello simbolico. La natura entra fisicamente all’interno della Sala per il Commiato, e la sala si trasferisce idealmente all’esterno, prima visivamente dalla fessura che illumina il feretro, poi fisicamente quando il corteo lascia le camere e raggiunge il giardino. I luoghi presentano sempre rimandi alla natura attraverso il mondo vegetale, che nasce dalla terra, e attraverso l’acqua. Acqua e terra sono un binomio costante presente nel progetto, entrambe fonti di vita, ma allo stesso tempo simbolo della fine del ciclo.
Non c’è spazio nel quale la natura, direttamente o indirettamente, non sia richiamata. La luce, l’acqua, il fiume, il giardino sono tutte componenti che costruiscono il progetto allo stesso modo in cui vi contribuiscono i materiali da costruzione, quasi che l’architettura non fosse solo fatta di materiali inerti come il cemento o il vetro, ma che questi divenissero il pentagramma di una storia in cui la melodia viene tessuta dagli episodi di natura che vi si affacciano. Gli stessi melograni piantati nel giardino sono simbolo del ciclo della vita. La natura governa il progetto nella sua immagine urbana e nella intima dimensione commemorativa.
Ci sono vite che continuano, altre che si interrompono. Ci sono tentativi di conferire fondamenta, ma soprattutto c’è la consapevolezza che sia inevitabile il distacco di pezzi che forse vanno lasciati liberi di andare. Il progetto non pretende di dare risposte. In esso si amplificano piuttosto le domande, senza che vi sia la possibilità di rispondere se non con una unica certezza che giace nella forza natura, nello scorrere imperturbabile degli eventi cosmici o nel semplice caos che li governa.
 
Sara Campagna

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