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Riportare i corpi alla vita: fantascienza?

Dagli esperimenti di fine ‘800 a quelli di Yale sulle cellule cerebrali dei maiali: la ricerca degli studiosi sulla rivitalizzazione cellulare.

È possibile riportare un corpo alla vita? Per secoli, studiosi e scienziati di tutto il mondo si sono interrogati in merito a cosa accade al corpo umano dopo il decesso, se la morte arriva improvvisa e sui processi chimici che trasformano i tessuti.
Nel tentativo di “sconfiggere” la morte, quasi nella speranza di rimediare a eventi catastrofici e ingiusti che si abbattono sulla popolazione come degli tsunami e guidati dalla curiosità di sapere, questi medici e scienziati del passato hanno eseguito numerosi esperimenti sui cadaveri non reclamati.

Tra la seconda metà del 1700 e la prima metà del 1800 una serie di teorie sulla possibilità di infondere nuova energia vitale nelle carcasse degli animali o nelle salme, dettero vita a sperimentazioni che portarono ad accesi dibattiti e ispirarono opere artistiche e letterarie come “Frankenstein o Il Moderno Prometeo”, romanzo gotico e horror di Mary Shelley. è proprio da questo romanzo che si è sviluppata poi la figura dei non-morti, esseri che in qualche modo tornano dal mondo dell’aldilà per spaventare gli uomini e seminare terrore, sia in letteratura che, in seguito, nel cinema.

Ma il quesito iniziale è davvero rimasto legato al passato e a quei primi scienziati che si approcciavano allo studio della medicina pratica sperimentando le loro teorie rivoluzionarie su come riportare un corpo inanimato alla vita? La risposta è tanto semplice quanto sorprendente: no.

Se i primi esperimenti importanti in merito risalgono infatti a due secoli fa, i moderni scienziati di oggi hanno ripreso gli esperimenti post mortem sui corpi degli animali. La differenza tra il passato e il presente sta nel tipo di studio, nei risultati registrati e in quelli attesi e, soprattutto, nello scopo finale di questi test. Nessuno al giorno d’oggi si sognerebbe mai di cucire insieme lembi di diverse salme per “creare” un essere vivente nuovo; quello che si studia oggi sono le cellule e le loro risposte ai cambiamenti a cui sono soggette nel processo di degenerazione, nonché la possibilità di rivitalizzarle ad alcune ore dal decesso.

Gli esperimenti galvanici e Frankenstein

I primi esperimenti importanti in tema di rivitalizzazione dei tessuti arrivarono a seguito delle scoperte scientifiche di Luigi Galvani, fisico e anatomista famoso per aver scoperto l’elettricità animale e padre del galvanismo. Mentre Galvani, durante i suoi esperimenti sulle rane, aveva scoperto la scintilla che fa contrarre i muscoli negli animali senza vita, il nipote Giovanni Aldini andò oltre. Affascinato dal quesito sulla relazione tra vita e morte e sulla possibilità di riportare in vita le salme, Aldini eseguiva esperimenti sugli animali e sui cadaveri non reclamati usando gli elettrodi. I suoi esperimenti si limitavano a provocare spasmi muscolari nelle teste e negli arti delle cavie ma non avevano effetto sul cuore. Aldini si accorse presto di questo fondamentale insuccesso dei suoi studi e li abbandonò ma questi esperimenti e le dichiarazioni di Erasmus Darwin, filosofo, medico e naturalista che sosteneva di essere riuscito a rianimare la materia morta, ispirarono Mary Shelley nella stesura del suo romanzo horror più celebre “Frankenstein o Il Moderno Prometeo”.

I nuovi esperimenti e la riattivazione cellulare

A due secoli di distanza medici e scienziati stanno ancora studiando i processi degenerativi del corpo umano dopo che sono cessate le funzioni vitali, sperimentando, a livello cellulare e non più fisico, la possibilità di fermare e invertire i processi di decomposizione e riattivare la vita.

L’esperimento riportato sul Nature Journal ad aprile 2019 da alcuni scienziati di Yale, si riferisce al ripristino della circolazione e dell’attività cellulare nel cervello di un maiale, quattro ore dopo la sua morte. Il risultato è stimolante e apre il dibattito in merito ai presupposti sui tempi e sulla natura irreversibile della cessazione delle attività cerebrali dopo il decesso. Molte funzionalità base delle cellule, che un tempo erano ritenute cessate secondi dopo l’interruzione della circolazione sanguigna e dell’apporto di ossigeno, sono invece state osservate durante l’esperimento.
Questo sottolinea come sia stata “sottovalutata la capacità di ripristino della circolazione e di certe attività cellulari e molecolari” secondo l’autore Nenad Sestan, professore di Neuroscienze, Medicina Comparativa, Genetica e Psichiatria. Gli scienziati hanno sottolineato però come non abbiano riscontrato nessun tipo di attività elettrica organizzata associata a percezione, consapevolezza e coscienza.

Questo esperimento oltre a sollevare quesiti in merito alla rivitalizzazione cellulare post mortem, riaccende l’interrogativo in merito a come e quando un essere vivente può effettivamente essere dichiarato morto senza possibilità di “ritornare”.

Prendendo spunto da questo esperimento, sono stati scritti numerosi articoli in merito a quello che avviene all’interno del corpo e delle cellule dopo che sono cessati i parametri vitali. è stato fatto una specie di elenco in base al passare del tempo dal momento in cui viene dichiarato il decesso: le trasformazioni cellulari sono state descritte ad una ad una andando verso una situazione di irreversibilità scandita dal passare dei minuti. Il declino è decisamente molto veloce.

Nei primi 2 minuti il cuore smette di battere e la circolazione si ferma. Dopo 4 minuti dallo stop della circolazione gli scarti prodotti dalle cellule non possono essere rimossi; senza ossigeno la normale funzione delle cellule si interrompe; i rifiuti causati dalle reazioni chimiche aumentano; il sangue si raccoglie e comincia a stabilizzarsi. Entro i 7 minuti sale l’acidità causata dai rifiuti ed è entro i 10 minuti dalla morte che accade l’irreparabile: a causa dell’acidità dell’ambiente le membrane delle cellule si spaccano e rilasciano enzimi che le consumano dall’interno; le cellule cerebrali si distruggono per prime, seguite da quelle del fegato; il corpo comincia a raffreddarsi con un ritmo di 1.5 gradi per ora fino ad arrivare alla temperatura presente nell’ambiente.

Anche se visto da fuori si tratta di un corpo ancora intatto e che non sprigiona odori, all’interno sta esplodendo una bomba a orologeria. Eppure, nonostante questi processi, entro le 24 ore le cornee e le valvole del cuore sono ancora “vive” e asportabili mentre i globuli bianchi sopravvivono per 3 giorni.

La medicina e la scienza hanno ancora molti dubbi da chiarire in merito al quesito iniziale. Nel frattempo il nostro settore continuerà a prendersi cura di chi lascia la vita terrena e delle loro famiglie, con rispetto e delicatezza.
 
Tanja Pinzauti

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