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Di professione medico legale

Grazie all’incontro con la dott.ssa Michela Frustaci, entriamo nel merito di una professione affascinante e spesso mal conosciuta: il medico legale.

Accettando di rispondere alle nostre domande, la dott.ssa Michela Frustaci, medico legale di 43 anni, oggi ci permette di aprire una porta sulla sua professione, tendenzialmente poco conosciuta e vittima di una narrazione televisiva intensa e spettacolarizzata.

Innanzitutto, è importante sapere che la medicina legale, conosciuta anche come medicina forense, si concentra sulla relazione tra medicina e legge ed è applicata in vari contesti, tra i quali le indagini conseguenti a reati penali sulla persona, la valutazione del danno in ambito penale, civile e assicurativo.

Il ruolo della dott.ssa Frustaci è quindi cruciale: la sua doppia competenza professionale, unita all’esperienza sul campo, le permette di garantire una corretta valutazione medica nelle questioni legali, assicurare l’integrità delle indagini e contribuire alla giustizia, valutare i danni fisici e le disabilità di una persona, stabilire una connessione tra le condizioni mediche e l’eventuale incidente o atto criminale.
Essendo anche specializzata nella valutazione medico-legale di un cadavere, con l’obiettivo di determinare la causa e le circostanze della morte, si occupa anche delle autopsie giudiziarie su richiesta della Procura, volte a identificare la causa di morte in presenza di un’ipotesi di reato (incidenti stradali, suicidi, omicidi, violenze sessuali). Da questo punto di vista, svolge una funzione diversa rispetto all’anatomopatologo; anche quest’ultimo si occupa di autopsie, ma a scopo clinico, quindi al fine di identificare le cause della morte di un paziente deceduto in ospedale o sul territorio, e il suo intervento viene richiesto non dalla procura, ma dai familiari, dal personale ospedaliero o dal medico curante.

Quindi, in sintesi, il medico legale:
  • Esegue l’esame autoptico (anche detto autopsia) per stabilire la causa e le circostanze del decesso in caso ci sia un’ipotesi di reato.
  • Svolge indagini medico-legali per determinare l’eventuale presenza di patologie, lesioni o tossine che possono aver contribuito alla morte.
  • Collabora con le autorità giudiziarie e le forze dell’ordine, fornendo informazioni tecniche e mediche utili alle indagini penali.
  • Esegue perizie, che possono essere richieste nei casi di negligenza medica, incidenti stradali o sul lavoro, processi penali o civili, ma anche a livello amministrativo e assicurativo, in caso di invalidità e inabilità al lavoro.
Premesso tutto questo, che speriamo possa avervi illuminato sulla professione del medico legale, diamo la parola alla dott.ssa Michela Frustaci, che ha scelto sin da giovanissima che questa sarebbe stata la sua strada e svolge il suo ruolo con profonda passione e devozione.

Dott.ssa Frustaci, perché ha scelto la specializzazione in Medicina Legale?
Nell’estate tra la quinta elementare e la prima media, mi ero appassionata al caso del Cannibale di Milwaukee: Jeffrey Dahmer che, tra il 1978 e il 1991, commise 17 omicidi. Mi dedicai alla lettura dei quotidiani e a seguire tutte le notizie che arrivavano dall’America tramite i telegiornali. Pur essendo una bambina di circa 11 anni, cercavo indizi per scoprire come avessero fatto gli investigatori a capire in che modo erano morte quelle persone; ed è lì che è nata la mia passione per la medicina legale».
Quindi, ha sempre voluto diventare medico legale?
Sì, anche se si è trattato di un percorso lungo, l’ho affrontato sempre con l’obiettivo della medicina legale, pur patendo un po’ i primi tre anni, dove mi sono letteralmente scontrata con materie come fisica, chimica e anatomia. Solamente dopo la laurea in medicina, un anno di tirocinio e l’esame di Stato ho iniziato i quattro anni di specialità che, paragonati ai primi anni a Medicina, sono stati tutti in discesa. Alla sala settoria, dove gli specializzandi imparano a dissezionare i cadaveri, ci si arriva al terzo o al quarto anno dei sei anni che portano alla laurea. C’è anche chi la approccia prima, ma io non sono mai stata interessata ad accelerare i tempi. Avevo investito tutta me stessa e volevo arrivarci preparata. Anche perché, chi affrettava i tempi, finiva spesso per svenire e non voler più mettere piede in sala settoria».
In quali modi hanno reagito famigliari e amici quando hanno saputo quale specializzazione aveva scelto?
I miei genitori sono entrambi medici oncologi, quindi si può dire che la passione per la medicina sia una cosa di famiglia, però la morte per loro resta più simile a un nemico contro cui combattere e da tenere il più possibile lontano dai pazienti. Mia madre ha anche ammesso che, da studentessa, sveniva in sala settoria e preferì non includere la medicina legale nel suo piano di studi, visto che ai suoi tempi era una materia facoltativa.
Si è avvicinata al mio lavoro solo in tempi recenti, guardando la serie televisiva L’Allieva, e ha iniziato a farmi domande e a chiedermi maggiori dettagli. I miei amici ne erano al corrente, perché parlo di medicina legale sin da bambina, quindi erano già o preparati o rassegnati».
E oggi? Quando le viene chiesto che lavoro svolge, quali reazioni suscita la sua risposta?
La maggioranza cambia in fretta discorso o si esibisce in gesti scaramantici di varia natura, ma ci sono anche tante persone che mi fanno domande, incuriosite da un lavoro che ha raggiunto una certa notorietà grazie a CSI, anche se è tutto molto meno scenografico di come lo fanno apparire. Senza contare che noi non abbiamo a disposizione la loro strumentazione e i risultati di laboratorio sono molto più lenti ad arrivare».
Ritiene di aver dato un’impronta femminile allo svolgimento del suo ruolo?
Nel mio lavoro devo attenermi a protocolli molto rigidi e a linee guida standard, quindi è difficile dare un’impronta personale. In generale, l’ambiente in cui mi sono trovata prima a studiare e poi a lavorare è un mondo in prevalenza maschile, e spesso mi sono ritrovata a fronteggiare uomini arroganti, narcisisti e pieni di sé. Ho sempre cercato di restare professionale, senza lasciarmi coinvolgere o contagiare dal loro atteggiamento. In un certo senso, la mia vittoria è restare donna in un mondo che mi vorrebbe uomo».
Come donna, che accoglienza ha trovato da parte dell’ambiente in cui lavora e dei suoi colleghi?
Le prime volte che svolgevo i sopralluoghi per la Procura sulle scene del crimine, mi sono ritrovata in situazioni spiacevoli, tra risatine e commenti, perché sono una donna, ma anche perché sono minuta, bassa di statura e porto i capelli con la cresta. Ho dovuto dimostrare il mio valore, imparare a farmi rispettare e a reagire con professionalità e fermezza agli sfottò. In questo, mi ha aiutato un’altra esperienza che sto portando avanti in parallelo: sono infatti istruttrice di scuola guida per le patenti professionali e lavoro spesso a contatto con i camionisti. Si tratta di una vera e propria scuola di vita, in cui ho imparato a rispondere per le rime, senza però offendere o mancare di rispetto».
Ci sono aspetti del suo lavoro che le risultano più ostici? Quali?
L’inizio non è stato facile. Durante il mio quarto anno di studi universitari, stavo fuori dalla porta della sala settoria, in attesa di entrare per la mia prima volta, e pensai: “E se adesso mi rendo conto che non fa per me, cosa faccio? Non ho un piano B”. Lì, sì, sono stata investita dall’ansia anticipatoria e sono andata un po’ nel panico. Poi però l’impatto con il cadavere è andato bene, perché l’ho visto sin da subito come un “oggetto di studio”; non me ne voglia chi leggerà queste mie parole, ma per chi svolge questo mestiere, di fatto è così. È anche una sorta di barriera, che inevitabilmente bisogna mettere, soprattutto nei casi che risultano più coinvolgenti ed emotivamente drammatici. Nel mio primo sopralluogo, ad esempio, mi sono trovata di fronte alla morte di un ragazzo di 17 anni, che si era ucciso nella sua cameretta. Una vita così giovane, finita in modo così violento e improvviso; soprattutto i suoi occhi mi sono rimasti impressi.
Oggi come oggi, però, più che il mio lavoro sui cadaveri, trovo più ostiche le funzioni che svolgo come medico legale nelle commissioni di invalidità, dove vedo quotidianamente persone terminali o affette da patologie invalidanti, che le consumano giorno dopo giorno. Vengo in contatto con così tanta sofferenza, ed è difficile non farsi coinvolgere».
Da quando svolge questo lavoro, in che modo è cambiato il suo rapporto con la morte?
Quando ho iniziato il mio percorso di studi ero molto motivata, ma anche molto spaventata dalla morte. Adesso non lo sono più, perché ora la vivo ogni giorno e ho imparato a conoscerla. Ora so, ad esempio, che la morte è sia un processo che porta alla distruzione del cadavere, ma anche fonte di vita per insetti e micro-organismi che, dal corpo defunto, traggono la loro vita. È un cerchio che si chiude. In molti casi, poi, la morte è anche fonte di riavvicinamento: ho visto famiglie e amici riunirsi attorno al defunto, ritrovarsi nel dolore e nei ricordi condivisi. Ho imparato a godere di ogni attimo come se fosse l’ultimo e dal lavoro quotidiano svolto (non solo perizie) nelle commissioni di invalidità, a non dare nulla per scontato e ad apprezzare le piccole fortune che abbiamo, come il semplice fatto di potersi regalare una passeggiata in un parco, godendosi i raggi del sole».
Lavorando a contatto con i defunti, sente di aver imparato qualcosa, che non avrebbe diversamente appreso?
Ho certamente imparato, come dicevo, a godere di ogni piccola cosa e a vivere appieno il presente, ma anche ad approcciare il tema della morte con maggiore sensibilità, perché non tutti amano parlarne apertamente. Il mio compagno, ad esempio, chiude in fretta il discorso, però dopo aver condiviso con lui l’ascolto di un podcast che affrontava l’esperienza di premorte da un punto di vista scientifico, ha ammesso che sente di non avere ancora gli strumenti per parlarne e di avere bisogno di tempo per maturare l’idea. Questo esempio mi ha fatto comprendere che ognuno di noi ha un rapporto personalissimo con il concetto della morte e che abbiamo tutti tempi di maturazione diversi».
Chi è Michela Frustaci
Laureata in Medicina e Chirurgia, specializzata in Medicina Legale, ha svolto un master di II livello in “Scienze criminologico-forensi” presso l’Università “La Sapienza” di Roma e il corso di perfezionamento “La valutazione complessa del danno” all’Università degli Studi di Firenze.
Oggi è medico legale dirigente I fascia presso INPS (sede di Pordenone) e consulente tecnico in ambito penalistico (sopralluoghi, esami esterni, autopsie) e in casi di responsabilità professionale medica presso la Procura di Pordenone.
 
Alice Spiga

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