- n. 6 - Novembre/Dicembre 2025
- Attualità
Management e cimiteri
Da uno studio delle Università di Verona, Napoli e dell’Essex interessanti riflessioni su cosa insegna la morte.
Da uno studio delle
Università di Verona,
Università degli Studi di Napoli Federico II e della
University of Essex che hanno condotto un progetto di ricerca sul mondo cimiteriale, nascono alcune interessanti riflessioni.
Negli anni di ricerca, gli studiosi coinvolti nel progetto hanno maturato il reale valore etico-politico del lavoro cimiteriale.
Da queste riflessioni emerge il ruolo fondamentale che il
cimitero ha nell’elaborazione del lutto e nella costruzione di comunità.
Una disciplina che nasce dalla fine
Gli studi di management, così come oggi li conosciamo, nascono dalla morte. O meglio, dalla distruzione lasciata dalla Seconda guerra mondiale. Negli Stati Uniti, i reduci dell’esercito vittorioso occuparono le cattedre delle grandi
Business School, portando con sé linguaggi e logiche appresi sul campo: tattica, strategia,
mission, vision, target. Parole nate per la guerra che, traslate all’economia, hanno alimentato la fiducia in una crescita illimitata, in una prosperità senza ombre.
È forse per questo che, quando come studiosi raccontiamo di lavorare nei cimiteri, il nostro pubblico accademico reagisce con sorrisi sorpresi, smorfie di imbarazzo o gesti apotropaici. Parlare di morte in un ambito che si è costruito sulla promessa di un futuro migliore sembra una stonatura; lo è meno in un tempo “fuor di sesto”,
out of joint, come quello attuale in cui lo spettro di una Terza guerra mondiale ritorna e la morte e la distruzione scandiscono, con nuove e antiche formule, la contemporaneità.
Proprio lì, nell’incontro con l’unica certezza che accomuna ogni vita, si aprono prospettive preziose per comprendere l’organizzazione e il
management.
I cimiteri come aule di studio
Negli ultimi tre anni abbiamo attraversato cimiteri grandi e piccoli, celebri e anonimi: dal
monumentale San Michele di Venezia al
cimitero di Hart Island a New York, dalla
necropoli di Glasgow, ai piccoli camposanti di
Berchidda in Sardegna e di
Wivenhoe nel Regno Unito.
Ogni volta lo stesso paradosso: luoghi simili tra loro, eppure sempre diversi. Un isomorfismo che rassicura e, insieme, un’unicità che resiste.
In questa tensione abbiamo colto una prima lezione:
la morte, come il lutto, ci ricorda che siamo tutti uguali e, allo stesso tempo, irripetibili. È una lezione poetica e organizzativa insieme: l’universale che abita l’unico, la banalità che convive con l’originalità. Ed è in questi opposti che camminano fianco a fianco, in queste diverse facce di una stessa medaglia, che si consuma l’urgenza di riconoscere ogni vita, e quindi ogni morte, come degna di lutto. In risposta a una necropolitica che rende alcune vite sacrificabili in quanto “nude vite” nell’accezione di Giorgio Agamben, i cimiteri sono spazi comunitari che nell’assegnare un luogo, un nome, una traccia, pongono un argine alla distruzione di senso, puntellano la memoria collettiva sospesa in bilico sull’oblio della Storia.
Le mani invisibili
Non meno importanti di questi luoghi sono stati gli incontri con chi nei cimiteri lavora ogni giorno: operatori, il più delle volte se non sempre di sesso maschile, oltre che personale delle amministrazioni comunali e delle municipalizzate. Persone che con il loro lavoro quotidiano si prendono cura di noi, dolenti che restiamo, e anche di chi viene cancellato dal flusso delle onde e dalle scartoffie che pure danno ordine e vita (sociale).
Un prendersi cura che è quello del contare, del dare nome, dell’aprire e chiudere le porte, del disporre nello spazio e nel tempo, del tagliare o mettere i fiori. Una cura pratica, con gesti sicuri e mani capaci, ma anche una cura dell’anima per coloro che restano, con attenzioni silenziose da parte di chi è abituato ad operare rispettosamente vicino ai dolenti nel momento più triste del loro percorso.
Proprio dagli operatori cimiteriali è arrivata forse la lezione più radicale: quella dell’invisibilità. Nei loro gesti – quando raccontano il lavoro di inumazione, quando descrivono le pratiche di tumulazione o cremazione – emerge la consapevolezza che nessuno dei dolenti ricorderà mai i loro volti. L’ultima immagine impressa nelle retine bagnate di lacrime non è la loro, ma quella di un muro di cemento che si chiude.
Eppure, proprio loro restano
custodi concreti delle nostre fantasie disincarnate, mediatori silenziosi tra la vita che resta e ciò che non c’è più. È una postura umile e potente al tempo stesso, capace di illuminare il senso più profondo dell’organizzare: prendersi cura di ciò che altri preferirebbero non vedere, di quello che ci è (im)possibile dimenticare.
Oltre le parole chiave dell’economia
Chi si aspetta che gli studi di management parlino solo di costi, ricavi, bilanci e ritorno sugli investimenti può restare spiazzato. Certo, anche queste dimensioni contano: la sostenibilità economica delle sepolture, le alternative tra tumulazione e cremazione. Così anche
l’impatto ambientale delle pratiche cimiteriali e funerarie ci interroga sui confini della perdita e del lutto, portando il nostro sguardo oltre l’umano, a confronto con la morte del mondo, dell’ambiente, e dunque nostra. Il contatto diretto con i luoghi e con le persone che animano il mondo cimiteriale ci ha insegnato che queste parole del management acquistano senso solo se abitate da ciò che di solito escludiamo: fantasmi, memorie, lutti.
La morte non è né ottimista né pessimista. È semplicemente certa. Ed è proprio da questa certezza che gli studi organizzativi possono ricevere una spinta a interrogarsi diversamente: per ripensare
performance e crescita in termini di fragilità, invisibilità e cura.
Una lezione per i vivi
Guardare ai cimiteri come luoghi organizzativi significa scoprire che la morte è un tema tanto esistenziale quanto manageriale. Ogni tomba racconta una storia unica dentro una cornice comune; ogni operatore insegna con la sua invisibilità una diversa forma di
leadership; ogni gesto di cura verso i resti è un promemoria sulla nostra vita insieme.
Forse è questa la lezione che i cimiteri offrono al
management: ricordarci che i numeri e le strategie valgono solo se sanno dialogare con le assenze che ci attraversano. Perché a riempire di significato la parola “organizzazione” non sono le promesse di crescita, ma la consapevolezza della finitudine che condividiamo. Che pure è una promessa? Da dimenticare. E che fatica!
Daniela Pianezzi, Prof.ssa Associata di Organizzazione Aziendale Università di Verona
Luigi Maria Sicca, Prof.re di Organizzazione Aziendale Università di Napoli Federico II e Scuola Superiore Meridionale
Melissa Tyler, Prof.ssa di Organizzazione Aziendale University of Essex (UK)
Daniela Pianezzi, Luigi Maria Sicca, Melissa Tyler