Lettera aperta al direttore ed ai lettori di Oltre Magazine

Egregio Direttore, nella nota che hai voluto pubblicare in appendice al mio intervento dello scorso mese di settembre, mi hai gratificato di un epiteto lusinghiero: "vecchio saggio". Ti ringrazio per il "vecchio", qualifica rispondente al mio stato anagrafico, anche se ritengo che tu non alludessi a questo, bensì alla lunga militanza esperita nel settore funerario. Non altrettanto azzeccato l'aggettivo "saggio", perché saggio non sono mai stato, anzi, al contrario, ritengo di essere impulsivo sempre, a volte ribelle, sovente anche imprudente. E sono facilmente irascibile e tremendamente ma - presumo - ragionevolmente polemico. Se fossi stato "saggio", la mia vita avrebbe potuto avere sbocchi diversi.
Sant'Agostino diceva: "la saggezza è un dono che ti offre solo la vecchiaia". Erasmo da Rotterdam, invece, sosteneva che "la vera saggezza sta non nella moderazione ma in una lungimirante follia". Chi dei due ha ragione? Non lo so. Forse entrambi. Consentimi, però, una terza citazione da ascrivere al più moderno Cesare Zavattini, il quale affermava: "i poveri sono matti". Con tale assunto, alquanto paradossale, ha titolato uno dei suoi romanzi. Posso dire, quindi, di avere trascorso una esistenza da "povero" imprenditore, un po' matto e un po' ribelle.
Tanto per dirne qualcuna. Quando gestivo due negozi di giocattoli, in contemporanea con la tipografia e l'impresa funebre, nei giorni festivi cadenti nel periodo pre e post natalizio i miei negozi dovevano restare chiusi, mentre decine di pseudo-ambulanti si impossessavano della più importante piazza a centro città e vendevano da mane a sera. Mi ribellai con una irritata e durissima lettera aperta indirizzata all'Assessore Regionale all'Annona, che raccolse ampi consensi fra i commercianti e biasimo da parte di burocrati e politici per la improntitudine e l'irriverenza. Fatto sta che negli anni successivi fu consentita l'apertura dei negozi anche nelle giornate festive precedenti e successive al Natale, da inizio dicembre fino all'Epifania. Nella primavera del 1995, quando decisi di dare corpo alla folle idea di candidarmi a Sindaco di Foggia, alla testa di una lista civica formata da "liberi pensatori" come me, avevo una 500 Fiat sgangherata, di colore indefinibile, semiarrugginita, sconquassata. Ebbene, nel mio programma elettorale, promisi che, nel caso fossi stato eletto, mi sarei recato a Palazzo di Città ogni mattina, come qualsiasi impiegato si reca al suo posto di lavoro, con il mio catorcio. E l'avrei fatto! Mentre le cosiddette auto blu di proprietà dell'Ente locale le avrei messe a disposizione degli inabili alla deambulazione affinchè fossero accompagnati, per esempio, al mercato oppure nell'assolvimento di tutte le incombenze che la moderna vita burocratizzata impone ai cittadini, non esclusi i portatori di handicap, sottraendole (le auto blu con autista) ad Assessori e burocrati di alto rango che, in buona salute, e capacissimi di guidare autonomamente, tuttavia, spesso abusando del loro "status", si lasciano scorazzare a piacimento a spese dei contribuenti. Inoltre mi impegnai a fare erigere, nel cortiletto adiacente l'ingresso del Municipio, un monumento al Cittadino (permettimi la "c" maiuscola), perché ogni mattina, recandosi al lavoro, i politici e gli impiegati comunali ricordassero di essere esclusivamente al suo servizio. Fra le tante altre inedite proposte, promisi che tutte le mattine sarei stato a disposizione dei concittadini, per dedicare il pomeriggio alle incombenze amministrative, nell'ufficio istituzionale e, sul piazzale antistante il Comune, almeno due volte a settimana, avrei dato udienza ai portatori di handicap, impossibilitati a raggiungere il solenne ufficio Sindacale, situato al primo piano del palazzone che, costruito negli anni ‘30, ha le fattezze, la possanza e l'imponenza di un maniero e perciò è privo delle moderne strutture che consentono l'accesso ad invalidi ed assimilati. Se fossi stato "saggio", mi sarei appropinquato alla greppia di uno dei maggiori partiti politiciù che pure mi avevano corteggiato ù ed avrei conquistato uno scanno nell'emiciclo dell'assise comunale, con i circa 1000 voti ricevuti, laddove siedono Consiglieri eletti con due o trecento voti. Ma io me ne impipavo altamente di fare il gregario in una squadra politicizzata o il galoppino di qualche maggiorente di periferia. A me interessava provocare, punzecchiare, irridere, anche umiliare chi, per stupido preconcetto, si era arrogato l'alea di oltraggiare la mia categoria con epiteti ingiuriosi e squallidi, fino ad ipotizzare a nostro carico una presunta "appropriazione indebita" di soldi di spettanza del Comune. Dovevo solo difendere, attaccando, la mia dignità di imprenditore e di uomo libero e pensante. Se questa non è follia!!! Per loro fortuna (di baciapile e mezzemaniche) non fui eletto, ma non fui neppure internato in manicomio, che a Foggia c'è, bello grande e piuttosto accorsato. Però, io ed i miei colleghi, ci ritroviamo ancora sul groppone una miriade di cause civili, intentateci dallo stesso Comune, per esclusivo… "merito" di quella burocrazia retriva, arrogante, seguace di riti borbonici. Ma non è tutto. Ho fatto di peggio nella mia vita travagliata, ma sempre improntata ad atteggiamenti di indomita fierezza, giammai incline alla soggiacenza. Come "esperto" settoriale e presidente del Sindacato provinciale, sotto gli auspici di Feniof e Confcommercio locale, ero membro della Commissione R.E.C. della Camera di Commercio. La diversa interpretazione del mio ruolo in quell'organismo, mi indusse a mandare a ... quel paese i massimi dirigenti di entrambe le strutture. Mi rintanai nella mia dignitosa privacy. Persi aderenze ed amicizie. E, nel corso degli oltre venti anni trascorsi da quell'incidente, in quegli ambienti ho perduto irrimediabilmente tantissimi "servizi" che avrebbero contribuito ad elevare la caratura e la redditività della mia impresa. Ma non ho perduto il rispetto per me stesso e la mia preziosa indipendenza. Qualcosa di simile avvenne allorquando fui costretto a lasciare la Feniof, esautorato da un gruppetto di "benpensanti" a cui ero di intralcio. Non mi soffermerò, ovviamente, su tanti episodi di natura squisitamente privata ma, tornando a quello che concerne il nostro settore, non posso tralasciare la constatazione che i burocrati nulla sanno del nostro lavoro, della eterogeneità dei nostri interventi, dei dislivelli culturali che diversificano la nostra imprenditoria e, sopratutto, sono ignari dei fondamentali requisiti necessari a chi svolge questa atipica professione. Requisiti che non si acquisiscono frequentando i posticci corsi professionali organizzati dalle Regioni, che nulla tolgono e nulla aggiungono alla preparazione dell'individuo, ma affondano le radici in ben altre qualità, in parte congenite, in parte maturate sotto l'incalzare dell'esperienza, nel diuturno contatto con i dolenti. Eppure pretendono di regolamentare il tutto. Mi meraviglia che non ancora si cimentino nel tentativo di regolamentare proprio l'evento morte nel suo intrinseco manifestarsi! Resterò un "povero", un po' folle, fin che campo. Ma con la presunzione di possedere una ricchezza interiore che nessuno mai potrà sottrarmi. Amo la mia libertà, amo la mia dignità, amo la mia moralità.
Ce l'ho con la burocrazia a tutte le latitudini perché è l'incarnazione dell'abuso, del sopruso, dell'inefficienza, dello sperpero. Te ne potrei raccontare delle belle, e documentate, fra le tante occorse nei dieci anni di contrapposizione con il Comune di Foggia, nella nota vicenda riguardante la privativa. Me ne astengo perché dovrei monopolizzare l'intero fascicolo della rivista per diversi numeri. Però ti posso assicurare che la mia irritazione non è nata in quella sola circostanza, non nasce a caso o per partito preso, ma da tante esperienze vissute e da constatazioni "de visu". Ripeto quanto già detto in altre circostanze: ho intrapreso a suo tempo l'attività funebre per sfida. Volevo dimostrare che questo lavoro è possibile espletarlo senza sotterfugi, senza commistioni o connivenze, rifuggendo i compromessi con chi si macchia di mercanteggiare la segnalazione di una probabile acquisizione. Con sacrifici e perseveranza ho costruito una azienda sana e rispettata, nonché rispettosa delle regole. Le riprove le ho avute, nel corso di un trentennio, ma non voglio fare ostentazione di nomi noti anche in campo nazionale. L'ultima in ordine temporale risale a pochi mesi or sono. Il Sindaco di Foggia che è stato Deputato e Presidente di Commissione alla Camera ed attualmente è Presidente del Consiglio a.n.c.i., in occasione del decesso della suocera, ha scelto la mia impresa sulle 14 operanti nel bacino urbano. Consentimi, caro direttore, sono risultati di cui posso menare vanto, conseguiti perseguendo inflessibilmente la pratica della più rigorosa etica professionale.
E non smetterò mai di affermare che a questo risultato possono pervenire tutti quelli che lo vogliano veramente. Il presupposto è semplice. Se nessuno corre a caccia del servizio, utilizzando intermediari e procacciatori, sono i familiari che devono rivolgersi ad una impresa di fiducia o "fiduciata" per l'occasione. Non c'è altra strada. I defunti non devono essere oggetto di trattative speculative fra il procacciatore e l'impresa funebre. Quando in una abitazione, in ospedale, in un luogo di degenza vi è un decesso, i familiari debbono provvedere e di certo non andranno a cercare il proprio referente fra i commercianti di altri generi. Si debbono rivolgere ad una impresa delle estreme onoranze. La loro scelta deve essere assolutamente libera e priva di condizionamenti interessati. Ed anche se oggi siamo eccessivamente presenti sul territorio, siamo pur sempre gli esclusivisti deputati a svolgere quelle insostituibili funzioni. Se la categoria, consapevole del suo nobile ruolo, si attenesse solo a questo saldo principio, non avrebbe bisogno di accreditamenti e di arzigogoli regolamentatori. A nessun operatore economico di altri comparti viene richiesto alcun tipo di soggiacenza ai voleri di una burocrazia incompetente, troppo spesso spocchiosa. A noi si, perché siamo un'orda disordinata di improvvisatori e di approssimativi, privi di spiccata professionalità, privi di spirito critico e di voglia di emancipazione etica e culturale. Siamo un esercito senza generali, senza strategie, senza coordinamento fra le varie componenti. Un esercito che combatte con gli archibugi nell'era atomica. E pensiamo di risolvere i nostri problemi affidandoci alla burocrazia con la speranza che ci governi attraverso regole teoriche, concepite da chi nulla sa – lo ripeto – del nostro lavoro, compresi i cosiddetti "esperti" ad altissimo livello, apparsi, come i classici conigli dal cilindro del prestigiatore, sulla scena settoriale e che, secondo me, farebbero meglio a dedicarsi alla loro professione, piuttosto che pontificare su immaginarie "innovative" regolamentazioni del settore funerario italiano, frantumato nei mille e mille rivoli localistici.
Sul n. 7/8 della nostra rivista ho letto l'intervista alla signora che dirige l'asef di Genova: stomachevole. Centodiciotto dipendenti e, immagino, strutture megagalattiche, uffici sontuosi, direttori e vice direttori, una pletora di impiegati, stuoli di fattorini ed uscieri, auto blu ed autisti per lo svolgimento di quanti servizi? Non si sa. Questa è la burocrazia: un effimero castello, come quelli costruiti con le carte da giuoco, sulla pelle del cittadino che paga. Un castello che, come il camaleonte, di tanto in tanto cambia pelle, fingendo di rinnovarsi, per rimanere saldamente ancorato nello sfruttamento del tessuto sociale.
Egregio direttore, ti ho conosciuto nei tre giorni della permanenza alla Tanexpo 2002, a Modena, e sono convinto che tu sia una persona squisita. Moderato, sobrio, rifuggi dagli eccessi sia scritti che verbali e coltivi le buone maniere. Come giornalista sei chiaro, forbito e conciso. Ed io ti ammiro sinceramente per queste tue doti. Del settore funerario puoi avere acquisito tutte le conoscenze di nozioni esteriori, teoriche, correlate al punto di vista lessicale, ma, consentimi, non avendo mai operato "sul campo", ti manca il pragmatismo dell'impresario che ogni giorno ed ogni notte, festivi compresi, si deve cimentare con diverse metodologie, si deve confrontare in un mercato dominato da lupi famelici, capaci di azzannare e di sbranare ed, infine, deve affrontare ogni volta un nuovo "caso" umano, prima che mercantile. Non oso spiegarti cosa si prova nel trovarsi di fronte a due genitori che hanno perduto una figlia ventenne, stritolata fra lamiere contorte, irriconoscibile, con il corpo maciullato ed il viso deturpato e ravvolto, per forza di cose, da bende, come una mummia egiziana, quando, coinvolto emotivamente, non riesci a non piangere insieme ai tuoi sventurati amici e non puoi far niente per aiutarli e ti senti impotente davanti a tanto strazio, eppure devi spiegare che certe loro richieste non possono essere esaudite perché di mezzo c'è la burocrazia che impedisce, perché vi sono norme e regole rigorose da rispettare anche nell'estrinsecazione del dolore più atroce. Oppure nel trovarsi al cospetto del dolore pietrificato estremamente contagioso di una mamma in attesa da giorni di un pezzo di carta liberatorio, che consenta di dare sepoltura al corpo annichilito del figlio, suicida per precoce stanchezza di vivere o forse per una "banale" delusione d'amore, e si trascina, supplice come una mendicante, alla vana ricerca di qualcuno che possa aiutarla a sveltire la procedura per l'ottenimento di quel timbro e di quella firma che permettono di ridare dignità, con la celebrazione del rito funebre, al corpo straziato del suo ragazzo, abbandonato per tutto il tempo su uno squallido marmo dell'obitorio. Un altro di quegli emblematici casi in cui si cozza contro il muro di gomma burocratico che, nulla concedendo alla pietà, deve fare il suo corso lento, impassibile, appesantito da scartoffie e giri viziosi interminabili.
Le leggi, le norme, i regolamenti sono belle cose scritte per chi è propenso a rispettarli, anche se molti non sanno o non vogliono neppure leggerli, figuriamoci, poi, rispettarli. Ma la vera, unica legge mai scritta sarebbe la più necessaria da promulgare: quella della buona educazione, del rigore deontologico, il rispetto per questi è anche rispetto per i colleghi e per il pubblico, che a noi si rivolge fiducioso. Ogni forma di rispetto, però, ha origine nel rispetto per se stessi. Tu pensi che ogni componente la nostra imprenditoria, analizzato singolarmente, abbia rispetto per se stesso? Del resto, te ed io non ammazziamo, non perché le leggi ce lo proibiscono, ma sopratutto perché rispettiamo noi stessi e gli altri. Se anche i miei (ex) colleghi avessero un minimo di rispetto in senso lato, non avremmo bisogno di tanti farraginosi interventi esterni.
A questo punto, giustamente, tu potresti obiettarmi che proprio perché noi non siamo in grado di autocontrollarci ed autoregolamentarci, occorre l'intervento esterno, che ci imponga le regole. E ciò sarebbe realistico se le regole potessero incidere sulle coscienze, sulle mentalità, sulla volontà di ciascuno, non solo sulle metodologie. Ma così non è. Perciò, a mio parere, è inutile aggiungere altre leggi a quelle preesistenti, che non spostano di una virgola i problemi comportamentali. Ti ringrazio per avermi letto e dato spazio. Il dibattito può proseguire. Mi auguro siano in tanti a partecipare perché è oltremodo giusto ed utile sentire il suono di molte campane.
Questa "lettera" ha una duplice finalità: approfondire il tema trattato nel mio precedente intervento e replicare alla chiosa del nostro direttore, pubblicata in calce al predetto articolo. Ed ha due destinatari: il direttore e gli ex miei colleghi. La mia penna logorroica si è dilungata oltre le intenzioni, per cui ho dovuto suddividerla in due parti. La prima termina qui. La seconda verrà pubblicata il prossimo mese. Nel frattempo confidiamo (il direttore ed il sottoscritto) negli auspicati interventi della parte direttamente interessata alla fattispecie, la categoria degli operatori funebri.
 
Alfonso De Santis
Alfonso De Santis, impresario funebre in pensione, è autore di un libro che tutti gli operatori del settore dovrebbero leggere, "Il dito nella piaga". Una raccolta di 15 racconti, coinvolgenti e divertenti, tutti ambientati nel comparto funerario, ai quali seguono aneddoti e riflessioni personali sulla morte (224 pagine, copertina cartonata rigida). Il libro è in vendita al prezzo di 10 euro, spese di spedizione comprese. Le richiesta vanno indirizzate all'autore: Alfonso De Santis - via della Repubblica n. 24 - 71100 Foggia telefono e fax 0881/776536 - cellulare 368 7148526 Egregio Signor De Santis,
leggo regolarmente la rivista Oltre Magazine che prendo in prestito dal mio ex marito, titolare di una impresa di onoranze funebri. Trovo tutta la rivista molto ben fatta, con articoli interessanti. Leggo molto volentieri la sua rubrica: articoli ben fatti, divertenti, che allo stesso tempo fanno riflettere. Ho sotto mano il numero di giugno e leggo quanto le è accaduto. Da come scrive, deduco che lei è una di quelle persone che bisognerebbe proprio conoscere. In modo leggero e, a volte, spiritoso, sa trattare cose serie della vita; e ce le propone in modo semplice, perché ci si possa riflettere sopra. La ringrazio per i momenti che trascorro leggendo i suoi scritti. Vorrei chiederle la gentilezza di inviarmi due copie del suo libro "Il dito nella piaga". Una la regalerò al mio ex marito... . La ringrazio e le faccio tanti auguri per la sua salute. Continui a scrivere su Oltre Magazine: le sue parole impreziosiscono la rivista... .
Loredana Yuce Bernasconi


Gentile Signora Loredana,
la ringrazio per tutto quanto esplicitato nella sua, sia nei riguardi della rivista che della mia persona. Se la salute non mi giocherà brutti scherzi, dovrei essere a Modena il 26, 27 e 28 marzo 2004, in occasione di Tanexpo. Venga anche lei: avremo occasione di conoscerci!
Mi faccia sapere. La saluto cordialmente!

a.d.s.



Egregio Direttore,
chi le scrive è Paolo Merli, giovane imprenditore marmista. Navigando in internet mi sono imbattuto in un ricco, ed alquanto polemico ed ironico, articolo di Alfonso De Santis. Ammiro davvero lo spirito e gli ideali di quest'uomo che, addirittura, si sofferma a sottolineare il fatto che "Governo" vada scritto con la "g" maiuscola. Purtroppo oggi viviamo un momento di vero ricambio generazionale e siamo assolutamente impreparati ad affrontare la realtà attuale. Ogni giorno nascono business-man improvvisati, lanciati all'inseguimento del dio denaro. Apprezzo davvero quelle persone che nella loro idea di "professionalità" comprendono anche sentimento e rispetto. Ecco perché, in questo momento, mi sento perso; e pensare che ho 26 anni! Non voglio dilungarmi con riflessioni oggi forse superate dalla new economy.
Nell'articolo in oggetto si fa riferimento all'articolo 8 comma 3 per quanto riguarda la gestione dei cimiteri e la normativa sull'affidamento a società pubbliche e private. A dire la verità, nella legge n° 130 del 2001 non compare l'articolo 8 comma 3. Probabilmente l'autore fa riferimento ad un'altra legge. Vi chiederei di potermi illuminare su questo "comma" in quanto credo che qualcuno, nella mia zona, non dovrebbe dormire sonni tranquilli.
Paolo Merli


Non vi è norma che imponga di scrivere Governo con la iniziale maiuscola, ma se un autore, nel contesto di un articolo, si concede la licenza di anteporre la maiuscola al sostantivo "Regione" e la minuscola a "governo", tutto ciò mi appare quanto meno irriguardoso. Da qui la sottolineatura.
Il comma 3 dell'articolo 8, cui faccio riferimento, non appartiene alla legge 130 del 2001, bensì alla legge della Regione Lombardia, pubblicata sul numero 6 di TECNICA, che si prefigge l'ambiziosa finalità di surrogare la anzidetta legge 130 e che invece si rivela, a mio parere, "aria fritta". Se tale concetto non è stato espresso con chiarezza nel mio articolo di settembre, me ne scuso con lei e con tutti i lettori di OLTRE MAGAZINE. Non senza sottolineare che la sua affermazione sibillina secondo cui qualcuno, nella sua zona, "non dovrebbe dormire sonni tranquilli" stuzzica la mia voglia di sapere e, penso, la curiosità dei nostri lettori. È possibile saperne di più?
E comunque, a 26 anni, non ci si può, non ci si deve sentire "persi"! Avanti dunque, con coraggio, nel perseguire i propri ideali!

a.d.s.


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