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LETTERA APERTA AL DIRETTORE E AI LETTORI DI OLTRE MAGAZINE

Cari (ex) colleghi lettori, un giorno, anni fa, fui chiamato in ospedale per ricevere da un amico l'incarico di espletare il servizio funebre per il defunto genitore. A cose terminate, quando il mio conoscente venne nel mio ufficio per ringraziarmi e saldare il dovuto, mi raccontò che, mentre il padre agonizzava, dietro la porta del reparto di degenza vi erano un paio di figuri ad aspettare. Accertatisi dell'avvenuto trapasso avvicinarono il mio amico e gli rappresentarono le loro profferte. Questi oppose che si sarebbe rivolto a me. Al che i loschi individui giocarono la loro ultima carta con un espediente grottesco: l'offerta del servizio onnicomprensivo al prezzo inferiore di un milione a quello che io avrei praticato. Il mio amico rispose che non conosceva il prezzo che gli avrei praticato, per cui la loro offerta si rivelava infida ed inconsistente e, comunque, non era interessato a presunti sconti che nascondevano subdoli metodi di accaparramento, ma, rivolgendosi alla mia impresa, aveva garanzia di un servizio qualitativamente ineccepibile. Altre volte gli immarcescibili predoni ostentano false convenzioni con l'ente ospedaliero o sono capaci di inventare mille altri trucchi per carpire la buona fede dei dolenti ed acquisire i servizi. Quando i decessi avvengono nelle abitazioni entrano in gioco altri fattori: assistenti domiciliari, infermieri, portinai, finanche i vicini di casa che (guarda caso!) hanno sempre un "parente" che gestisce una impresa funebre. Quando vigevano le privative, i concessionari privati si divertivano con dispettucci volti a boicottare i concorrenti, nonchè a screditarne la valenza operativa a causa della incompletezza del servizio reso, poichè privi della autorizzazione ad effettuare il trasporto; quelli pubblici brillavano per l'inefficienza e le disfunzioni, nonostante le pletoriche disponibilità di mezzi e di personale. Sono questi i perfidi ed irrazionali "peccati" che, in estrema sintesi, rendono nefanda la nostra categoria: le fraudolente forme di accaparramento, la radicata slealtà, l'irrefrenabile desiderio di prevaricazione nei confronti dei concorrenti. Che si possa inventare una legge che neutralizzi tali aspetti ed imponga agli operatori di restare dignitosamente relegati nei propri uffici in attesa di una probabile scelta liberamente operata dalle famiglie in lutto, è chimera. Ma, questa è, purtroppo, l'unica legge che salverebbe la categoria dal suo nemico numero uno: se stessa e le sue malversazioni.
Se un operatore funebre acquisisce la gestione di un cimitero, sia pure sotto una diversa ragione sociale, chi privilegerà in ogni funzione istituzionalmente connessa? I clienti della sua "consanguinea" impresa funebre o quelli delle altre imprese? Se un operatore funebre realizza una Casa Funeraria, chi pensate che preferirà ospitare? I suoi clienti o quelli delle imprese concorrenti? E se al proprietario della Casa serve urgentemente uno dei posti salma già occupati, a chi pensate che darà lo "sfratto"? Ad uno dei suoi o ad un ospite-cliente altrui? E quanti furbastri costituiranno fantomatiche associazioni, con finalità filantropiche, per mascherare autentiche attività lucrative, ammantate da pseudo-volontariato? Come e più delle Misericordie? Piaga purulenta che dalla Toscana sta estendendosi al resto d'Italia? Nel settore funebre come in quello delle ambulanze che, però, si connette strettamente a quello delle onoranze, se non, come in molti casi è avvenuto, non si abbini l'uno all'altro! Chi mai potrà arginare questi fenomeni di malcostume che da sempre inquinano il comparto funebre? Quali leggi, quali normative potranno debellare queste manifestazioni tendenti ad una unica finalità: acquisire i servizi, con più grande soddisfazione se consapevoli di averli sottratti ai concorrenti-rivali?
Il direttore della nostra rivista ha voluto in qualche modo censurare il mio articolo di settembre "Innovazione o aria fritta?" con una postilla con la quale, prendendo le distanze dai contenuti del mio scritto, per quel che riguarda in particolare la inefficacia degli interventi burocratici in materia, mi invita a non lasciarmi andare ad eccessi qualunquistici e considerare l'iniziativa della Regione Lombardia per quello che lui reputa che sia veramente: una operazione intelligente ed innovativa che ha accelerato il processo di riforma delle norme sulla funeraria, in corso da anni.
Cari amici ed (ex) colleghi lettori, per me - ed è un giudizio soggettivo - il regolamento partorito dalla Regione Lombardia è e rimane aria fritta. Cioè non cambia alcunché nel panorama settoriale, anzi spalanca le porte ad altri avventurieri che, sotto le mentite spoglie di presunti sodalizi a carattere solidaristico, arrecheranno ulteriori danni a chi questa attività la svolge alla luce del sole, per quello che è in realtà, un lavoro che deve sortire profitti, senza tralasciare gli innegabili risvolti umani e sociali. Le Misericordie esistono da secoli. E se la loro presenza nel medio evo era giustificata dalla funzione caritatevole e mutualistica che esse esercitavano, oggi, alla luce di una diversa interpretazione ed impostazione delle attività mercantili, genericamente intese, non hanno più motivo di intrusione nel nostro comparto. Così come non hanno ragione d'essere le aziende municipalizzate, le privative, le concessioni monopolistiche, le gabelle, i diritti fissi e tutti i privilegi che alterano la naturale legge economica della domanda e dell'offerta. Oggi ci si deve confrontare sul mercato ad armi pari e senza bilanci truccati. Siamo stati in trincea per decenni a combattere una guerra di logoramento, la Feniof, io e tanti altri sconosciuti come me, e talvolta ci siamo dissanguati anche economicamente, per abbattere quei mostri sacri comunali che distorcevano il mercato a tutto loro favore. E ora dovremmo legittimare l'immissione nel nostro settore di vere o immaginarie associazioni "riconosciute" ma non meglio identificabili che, anche se fossero le benemerite avis, aido e so.crem, che, per ipotesi, estendessero la loro attività al settore funerario, rimarrebbero pur sempre dei soggetti anomali, degli intrusi, in una attività di spiccata connotazione mercantile! Come dire che nei secoli scorsi operavano le Congregazioni della Buona Morte, nel terzo millennio dovremmo accettare la contiguità di farisaici sodalizi, fornitori di beni e servizi come noi, ma esclusi dai rigori del regime fiscale e contributivo al quale le imprese commerciali sono sottoposte.
Per quel che concerne Case Funerarie e gestioni dei cimiteri, il discorso è diverso. La nostra imprenditoria è caratterizzata dalla eccessiva polverizzazione perché la frantumazione abitativa nazionale è insita nella tipologia orografica, storica, di sviluppo sociale radicato nel territorio: oltre 8.000 Comuni, nei quali esistono un numero elevato di operatori funebri valutabile, secondo un mio personale calcolo, fra i 12 ed i 15.000 (opinabile). Quindi, pochissime grosse imprese ed una miriade di entità medio/piccole. Stante il dato medio, questo sì inoppugnabile, che la mortalità media nazionale si aggira intorno alle 550.000 unità, se ne deduce che ogni impresa può contare su un numero medio annuo di servizi oscillante fra i 36 ed i 45. Quante di queste imprese hanno la forza economica per affrontare la erezione di una Casa Funeraria, con servizi complementari annessi? Quante avrebbero la potenzialità garantistica per acquisire la gestione di cimiteri? Poche, pochissime! Enumerabili con due o, al massimo, quattro mani. Ergo, la legge "innovativa" della Regione Lombardia è stata concepita per favorire i pochi in grado di sostenere quei grossi oneri. Dal che si ricava che la stessa legge è stata ispirata e voluta da costoro.
Volete conoscere questi pochi grossi impresari lombardi, milanesi in particolare? Potrei citarli uno per uno, con nome e cognome, ma non voglio esagerare. Anche per non implicare in responsabilità improprie il nostro direttore che stimo ed apprezzo. La legge lombarda, che abbia valenza locale o costituisca l'input per una estensione a livello nazionale, ha un unico, recondito scopo: fagocitare i piccoli, esautorarli, annientarli. E non mi si proponga, come fa la Feniof, che i piccoli "debbano" unirsi in concentrazioni, consorzi o società che dir si voglia, affinché, unendo le forze, diventino "grandi". Nessuna legge umana e nessuna esigenza di rinnovamento può indurre due, tre o più persone a stare insieme. Non è più perseguibile nel matrimonio, che pure è ancora considerato un vincolo sacro oltre che sociale, figuriamoci in campo commerciale, fra individui che fino a ieri erano fratelli-coltelli e, come giustamente osservava l'amico Rocco Paltrinieri, operatore di una località vicino Modena (mi pare si chiami Camposanto), "fra colleghi a stento ci si saluta". E, quand'anche lo facessero, due, tre, dieci piccoli impresari, potrebbero mai competere con i magnati lombardi o con le multinazionali che si stanno facendo largo nelle nostre grandi città?
L'ultima bruttura contenuta nel regolamento lombardo è la previsione del servizio di noleggio da rimessa di solo carro funebre. Chi mai ricorrerà a tale isolata prestazione, stante che il trasporto è corollario del servizio funebre cumulativamente inteso? Quale altro malcelato trucco si nasconde dietro questa assurdità? Se non sono stato chiaro nel precedente articolo, lo ripeto: le innovazioni si possono e si debbono fare. Utopisticamente, partendo da un decalogo-guida simile a questo:
1. la normativa funeraria deve essere uniforme e deve avere valenza nazionale, se non europea;
2. effettuare il trapianto di cervello ai corruttori ed ai corrotti, ai profittatori, ai furbi, ai prevaricatori, agli avventurieri oppure, in alternativa, tagliargli la testa e darla in pasto ai loro simili, gli sciacalli. Naturalmente, scherzo! L'idea di escluderli dall'esercizio della professione, questo sì, è fattibile!;
3. istituire un corso di laurea breve o diploma universitario per accedere alla professione, comprensivo delle funzioni di tanatoprattore (la crescita culturale è anche elevazione morale, spirituale ed etica);
4. contingentare le autorizzazioni d'esercizio;
5. consentire l'apertura di Case Funerarie private dove si svolga l'intero percorso ricostruttivo (eventuale), espositivo ed esequiale, ma permettere anche alle famiglie che non vogliano usufruirne (per motivi economici o altro) di svolgere le esequie tradizionali;
6. il rilascio della licenza deve essere subordinato al possesso di requisiti morali e di buona condotta, nonché alla disponibilità propria di magazzino cofani, attrezzature per addobbi, carro funebre, con esclusione gestionale di attività contigue come cimiteri e crematori;
7. escludere "agenzie" che lavorino su catalogo, prive delle strutture indicate e presunti servizi di noleggio di carro funebre;
8. l'impresa funebre, come tale, deve essere in grado di sopperire a tutte le esigenze connesse alla cessione dei beni, all'allestimento della camera ardente, ai servizi complementari ed al trasporto;
9. istituzione dell'albo professionale, senza il cui riconoscimento non si possa accedere all'attività;
10. la morte è cosa seria e altrettante garanzie di serietà, professionalità e umanità devono fornire gli operatori che si propongono alla società civile.
Cari amici (ex) colleghi, la colpa di tutto ciò che si sta preparando per l'annientamento scientifico dei piccoli imprenditori, per una sorta di "esequie di massa" della categoria è anche nostra ma, in massima parte, delle nostre associazioni sindacali che in tempi propizi non sono riuscite a fissare i paletti indispensabili a far riconoscere per legge i requisiti, di moralità prima, e di professionalità poi, per accedere alla nostra attività. La maggiore, quella storica, ormai succube di un gruppo di derivazione "longobarda" che si è impadronito dei gangli direttivi, ha disertato l'agone propositivo; sulla consorella minore, nel senso temporale del termine, mi perdoni il nostro direttore, nutro forti perplessità quanto ad indipendenza da quei magnati che hanno insospettate capacità di penetrazione nei labirintici siti della burocrazia locale. Oltre a quanto precede, quali altre autentiche realistiche innovazioni promette la legge lombarda o ogni riedizione regionale "riveduta e corretta" in altre realtà territoriali di questa povera Italia che va sempre più alla deriva? Ostaggio di arroganti ras di provincia, affamati di potere, che stanno distruggendo l'unitarietà dello Stato.
Ne inventano una al giorno, dieci alla settimana, cento al mese, mille all'anno, per complicare la vita a chi lavora e produce, mentre lor signori scialano. Basti pensare che la Puglia ha un migliaio di auto di servizio con altrettanti autisti a disposizione di politici e funzionari di altro bordo. "E io pago!", diceva Totò. Chissà quante ne ha la Lombardia, la più opulenta delle Regioni italiane. Perciò Bossi insegue lo spezzettamento, per impadronirsi dei tanti tesori nascosti localmente. Si può nutrire la massima fiducia e la più grande stima della burocrazia italiana, lombarda, pugliese o emiliana. Per me è e resterà sempre la micidiale piovra che ostacola, inibisce, rende difficoltosa ogni libera iniziativa. Si esaminino le "nuove" norme emanate dal Comune di Verbania, non restrittive ma forsennate, alle quali si deve sottostare per ottenere la cremazione di una salma nel suo Tempio. Tanto allucinanti da spaventare perfino la Feniof che già da anni "si allena" ad affrontare le mille normative che il futuro ci sta preparando. Chi ne segue la stampa, le conosce. Gli altri dovranno pazientare per conoscerle, insieme al mio commento, su queste pagine. Per ora mi limito a ringraziare i tanti, tantissimi (ex) colleghi che da ogni Regione italiana mi hanno telefonato per esprimere apprezzamento alle mie esternazioni, in particolare quella riguardante il bossismo. Mi auguro di essere un pessimista inveterato e facile profeta di sventura, ma il futuro della nostra categoria è nero come le nubi che precedono la tempesta.
Cari amici lettori (ex) colleghi, il nostro direttore vi ha invitato ad un dibattito sull'argomento. Vi prego di non esitare. E, senza volere minimamente influenzare la vostra propensione, vi esorto caldamente ad esprimere il vostro punto di vista. Per scrivere una breve lettera di consenso o di dissenso non occorre essere dei letterati. Il vostro pensiero, però, è necessario conoscerlo, anche per fare in modo che la vostra opinione giunga almeno nelle "stanze dei bottoni" delle Federazioni di categoria, essendo scontato che non arriverà nelle sedi decisionali. E può essere sinteticamente espresso con poche parole come, per esempio: "concordo con l'autore" oppure "concordo con il direttore". Non è sicuramente una sfida fra il sottoscritto e lui. È un sistema per effettuare un sondaggio, sul quale ci si può esprimere anche via fax o a mezzo e-mail da inviare alla redazione della rivista. Con un ringraziamento a tutti coloro che parteciperanno all'indagine conoscitiva, qualunque ne sia l'esito. Se vi ho stancato e scocciato, dite anche questo. Io non scriverò più per sei mesi.
 
Alfonso De Santis
Alfonso De Santis, impresario funebre in pensione, è autore di un libro che tutti gli operatori del settore dovrebbero leggere, "IL DITO NELLA PIAGA". Una raccolta di 15 racconti, coinvolgenti e divertenti, tutti ambientati nel comparto funerario, ai quali seguono aneddoti e riflessioni personali sulla morte (224 pagine, copertina cartonata rigida).
Il libro è in vendita al prezzo di 10 euro, spese di spedizione comprese.
Le richiesta vanno indirizzate all'autore:
ALFONSO DE SANTIS – via della Repubblica n. 24 – 71100 Foggia
telefono e fax 0881/776536 – cellulare 368 7148526

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