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Gli animali comprendono la morte?

Perdita, lutto e mancanza: cosa sappiamo su questa presa di coscienza nel mondo animale.

Gli animali sono sempre stati parte integrante della vita dell’essere umano. Che fossero compagni nel lavoro, nel gioco o nelle lunghe giornate di solitudine, gli amici a quattro zampe sono da sempre figure importanti nelle nostre esistenze.

Negli ultimi anni questa tendenza si è andata accentuando, arrivando, in alcuni casi, anche ad estremi questionabili di umanizzazione del pet in questione.
Dalla moda dei cagnolini “in borsetta” fino a una serie di linee di abbigliamento e di accessori dedicate proprio agli amici a quattro zampe, le tendenze di marketing mettono l’accento sull’importanza degli animali nella nostra quotidianità.
Ma, senza voler andare nell’eccesso dell’umanizzazione forzata, ci si è mai chiesti quali sono le sensazioni reali che i nostri amici animali provano? A questo riguardo ci sono numerose ricerche che indagano proprio le emozioni degli animali e la loro capacità di comprensione di ciò che avviene intorno a loro, sia in relazione al loro padrone che alla natura. È proprio in questa ottica di ricerca e conoscenza che si inserisce una serie di studi sui primati e sugli animali in generale, per scoprire qualcosa sulla loro comprensione della morte.

I risultati di studi e ricerche

Le ricerche sui primati, ad esempio, confermano un’attività neurologica simile a quella umana, sostenendo quindi l’ipotesi che, dato che molte specie condividono con noi alcune strutture emozionali come ad esempio quelle dell’amore e dell’affetto, questo si possa tradurre in altre similitudini cognitive. Alcuni studiosi sostengono infatti che i nostri compagni pelosi possano arrivare a provare sensazioni come amore, gelosia e ironia.
Quindi anche gli animali comprendono la morte? In alcuni casi sembrerebbe di sì. Mentre in alcune specie la morte di un individuo tende ad allontanare il resto del branco, forse per paura, in altre l’attaccamento e il lutto legati alla perdita di un membro del gruppo appaiono incredibilmente simili a quelli umani.
Gli elefanti sono un esempio molto interessante; sono animali molto intelligenti, che vivono in branco e seguono determinate gerarchie. Quando un individuo del gruppo muore, tutto il branco partecipa alla perdita: i membri in vita circondano i resti inerti del loro compagno, li accarezzano con le proboscidi, li vegliano e li “seppelliscono” in cimiteri che per anni hanno stupito gli studiosi. Non solo, il branco torna spesso a visitare quei resti. Questi sono ritenuti comportamenti quasi “umani” che stupiscono ma che risultano meno strabilianti se si prova a studiare l’animale nella sua interezza. Ad esempio, è stato scoperto che gli elefanti amano ascoltare e muoversi a tempo con la musica e che sono in grado di riconoscersi allo specchio, informazione che indica in maniera esaustiva il grado di coscienza di questi animali.

Il lutto è stato osservato più volte anche nei gorilla, quando le madri sono state viste portare in braccio i figli morti prendendosi cura dei loro resti come a non volersene staccare. In questo caso lo stupore è forse minore, data l’appartenenza di scimmie e esseri umani all’ordine dei primati, ma lutto e cura sono stati osservati anche in mammiferi marini come delfini e balene. Si tratta di animali con cervelli molto ben sviluppati nella parte della neocorteccia, quella che nel cervello umano è adibita proprio alla elaborazione della cognizione e della coscienza. Questo significa che anche i delfini potrebbero avere un pensiero cosciente ben più sviluppato di quello che crediamo.

Pensiero e istinto

Ma dove finisce l’istinto e inizia il pensiero? Un quesito molto difficile a cui rispondere, questo. Se si pensa che anche i gesti e i pensieri che caratterizzano la vita dell’essere umano, persino quelli più raffinati, partono comunque da una base atavica istintiva, ecco che definire il confine tra pensiero e istinto in un animale diventa molto complicato. Alcuni basano le proprie convinzioni sulla somiglianza di DNA: i geni che condividiamo con i primati, ad esempio, sono il 99% del nostro patrimonio. Ma una mera comparazione di geni sembra a mio avviso troppo fragile come base per una teoria stabile. Quello che invece porta realmente a riflettere sulla coscienza o meno della morte da parte degli animali, è il loro comportamento reale, osservabile anche negli amici a 4 zampe presenti nelle nostre case.

Esiste un campo di ricerca preciso che si occupa di questa tematica, la Comparative Thanatology che studia proprio la reazione degli animali davanti alla morte. Una cosa è comunque certa: gli animali riconoscono la morte, proprio come la riconosciamo noi. Forse, la percepiscono anche prima, avendo mantenuto una parte istintiva molto più sviluppata della nostra ormai assopita a causa di secoli di civilizzazione. Se la comprendano in quanto perdita e mancanza, non è ancora chiaro. Mentre si aspettano risposte meno vaghe dalla scienza, c’è sicuramente chi ha già una sua teoria a riguardo, spesso avvalorata dall’esperienza personale di fianco a un amico a quattro zampe che in più di un’occasione ha dato prova di avere sensazioni simili a quelle dell’essere umano.
 
Tanja Pinzauti

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