Urciuoli

La filosofia e il morire

Le risposte delle diverse correnti di pensiero in merito alla più antica domanda del mondo: perché si muore?

L’essere umano ha cominciato a interrogarsi sulle fondamentali questioni esistenziali dall’alba dei tempi.

Da quando ha raggiunto la capacità espressiva delle proprie emozioni attraverso il gesto grafico (pensiamo, per esempio, alle famose grotte di Lascaux, con le loro pitture rupestri risalenti al Paleolitico superiore), l’uomo ha iniziato a guardare il mondo con occhi di meraviglia; con uno sguardo non più legato soltanto alle necessità della sopravvivenza. Ecco che le domande sull’esistenza e sul suo significato e quelle sulla morte cominciano a diventare importanti per spiegare un mondo meraviglioso quanto terrifico; inospitale quanto generoso.

Se inizialmente le risposte che gli uomini si davano erano risposte mitologiche che attingevano al pensiero magico (il fulmine di Zeus; il martello di Thor ecc.) per spiegare fenomeni inquietanti su cui gli uomini non avevano alcun controllo, con il fiorire della civiltà greca in Occidente si assiste alla nascita della filosofia e al primo tentativo di razionalizzare l’universo e offrire risposte soddisfacenti alle questioni sulla vita e sulla morte.

Le domande sul perché della morte

La morte è l’avvenimento naturale che più di ogni altro terrorizza l’uomo nel pieno della sua esistenza. Perché si muore? Cosa c’è dopo il trapasso? Già nell’antichità la morte poteva essere considerata qualcosa di accertabile che accomuna tutti gli esseri viventi, i quali esistono per un certo lasso di tempo e poi trapassano. In questo senso, dunque, la morte non soltanto ci accomuna, ma ci rende tutti uguali: muore il re come muore lo schiavo; muore il ricco come muore il povero; si tratta di un fenomeno che rientra nel ciclo della vita di tutti coepicme evento destabilizzante e ineluttabile.

Epicuro

Famosissimo e conosciuto ai più, il pensiero di Epicuro, filosofo di Samo, che fu fondatore nel IV secolo a.C. di una delle più importanti correnti filosofiche dell’epoca ellenistica, l’epicureismo, appunto: "Quando ci siamo noi, la morte non c'è; quando c'è la morte non ci siamo noi", intendendo, quindi, il morire come qualcosa di antitetico alla vita e di cui non dobbiamo temere perché finché siamo vivi, in grado di percepire dolore e piacere, di conoscere, di pensare, amare ecc. non ci tocca. La morte, in questo senso, non è altro che la conclusione dell’esistenza, allo stesso modo in cui la nascita è l’inizio del ciclo di vita di un individuo: non ci siamo più dopo il decesso, come non c’eravamo prima di nascere.

Platone

Per Platone, invece, dopo la morte, l’anima del defunto che è stato molto legato agli aspetti materiali dell’esistenza può reincarnarsi in un altro corpo (non necessariamente umano), secondo la dottrina della metempsicosi o trasmigrazione delle anime. Soltanto chi ha condotto una vita virtuosa avrà la possibilità di reincarnarsi in un uomo retto; solo i filosofi, invece (“coloro che amano il sapere”), entreranno a far parte del consesso degli dèi.

Aristotele

Il pensiero di Aristotele, che si allontana da quello del suo maestro, Platone, è maggiormente legato al mondo così come esso appare agli occhi del filosofo interessato a scoprire le leggi che regolano il mondo; per Aristotele corpo e anima sono legati: l’anima è la forma del corpo, quella che gli permette di percepire, pensare ecc. Pertanto, non può esistere un corpo senz’anima, ma nemmeno un’anima senza un corpo.

Marco Aurelio

L’imperatore romano e filosofo Marco Aurelio, considerava la morte come ciò che fa cessare tutte le preoccupazioni dell’uomo, quindi, nel suo pensiero, la morte intesa come quiete, riposo dagli affanni. Nell’ideologia cristiana, invece, la morte corporea apre all’anima la possibilità di accedere all’Aldilà che, per chi ha condotto una vita retta e pia, sarà il Paradiso, luogo di beatitudine in cui le anime dei trapassati possono godere del volto di Dio in compagnia delle schiere angeliche e dei santi, in attesa del Giudizio Universale, in cui ogni anima potrà finalmente accedere a un corpo incorruttibile.

Alcuni filosofi, però, hanno inteso la morte e il morire in un’altra accezione, più moderna e maggiormente in grado di restituire alla vita quanto di più prezioso possiede: la sua finitudine. La morte, in questo senso, non è soltanto quell’evento ineluttabile che chiude il capitolo della vita di un individuo, ma è qualcosa a cui tutti soggiacciamo in ogni momento.
La morte è, dunque, una “possibilità esistenziale”, ciò che definisce la vita giorno per giorno… una possibilità sempre aperta. È l’evento del morire che definisce l’esistenza di una persona, che ammanta di valore ogni giorno vissuto. È la sua finitudine a rendere la vita preziosa da vivere in ogni suo attimo. La morte, infatti, incombe su ognuno di noi, è una minaccia sempre presente, anche quando siamo giovani e in salute, perché può sempre accadere. Questa possibilità della “nullificazione dell’esistenza” è ciò che definisce l’uomo come essere finito ma progettuale, come essere, cioè, che si pro-ietta nel futuro (finito) della sua vita, per farne una narrazione sensata. Non è un caso che si usi dire che non si può giudicare la vita di una persona fintanto che non è finita. È con il sopraggiungere della morte, infatti, che quell’esistenza acquisirà il suo senso ultimo. Tuttavia, il senso di angoscia che proviamo quando pensiamo alla nostra futura morte è costitutivo del nostro essere nel mondo ed è ciò che ci spinge alla conservazione della vita.

Negli ultimi anni, sempre più accesi si fanno i dibattiti sulle questioni bioetiche, quasi a voler rimettere in controllo l’uomo della sua possibilità di vivere oppure di morire. Si tratta qui di una questione che va a toccare la “dignità del vivere” più che la “dignità del morire”, a ben guardare, perché anche gli ultimi istanti prima del decesso sono “vita”, sebbene si tratti, in questo caso, di un’esistenza ristretta ai minimi termini. Poter decidere quando mettere fine alla propria esistenza/sofferenza, allora, rende l’uomo padrone di tirare le fila della propria narrazione esistenziale.
Bibliografia di riferimento:
Abbagnano, N. (2013), Dizionario di Filosofia, Utet.
 
Linda Savelli

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