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La scomparsa del Papa emerito

Le esequie di Benedetto XVI, il Papa capace di quel passo indietro che è diventato storia.

«Signore ti amo» con queste ultime parole, pronunciate in un soffio, il Papa emerito Benedetto XVI, al secolo Joseph Aloisius Ratzinger, si è congedato dal mondo terreno lo scorso 31 dicembre.

La salma, composta con i paramenti liturgici rossi, segno di lutto papale, con la mitra sul capo e un rosario tra le mani, è stata esposta dapprima nella cappella del monastero Mater Ecclesiae, il luogo dove viveva dopo aver rinunciato al pontificato, e successivamente portata nella basilica di San Pietro per l’omaggio dei fedeli.

Una situazione inedita quella di un papa che muore non essendo più tale (solo nel 1294 Celestino V aveva lasciato il soglio pontificio per libera scelta) e una prima volta assoluta quella di un papa che celebra il funerale del suo predecessore. Una questione che ha comportato non pochi problemi di protocollo e che ha dovuto scrivere nuove regole, quasi un paradosso per una figura che nella liturgia amava la tradizione. E così, all’annuncio della sua morte non sono suonate le campane né a San Pietro né per la città di Roma e non vi è stato alcun obbligo di issare bandiere a mezz’asta. Il trasferimento del feretro dal luogo del decesso a San Pietro è avvenuto in forma privata anziché con una processione pubblica. Gli sono stati dedicati funerali solenni ma non di Stato, non essendo più a capo del Vaticano, e ciò ha comportato la presenza in forma ufficiale dei soli presidenti e capi di governo italiani e tedeschi. Ed infine, anche la liturgia funebre ha dovuto essere opportunamente modificata.

Il funerale

La sera del 4 gennaio si sono chiuse le cinque porte di bronzo della basilica vaticana e il giorno dopo sul sagrato si è svolto il funerale in un’atmosfera irreale, con un’insolita nebbia che occultava il “cupolone”, quasi a voler segnare la drammaticità del momento. Una celebrazione solenne ma sobria, come da precise volontà dello stesso Ratzinger, officiata da papa Francesco, il primo a rendere omaggio alle sue spoglie, poche ore dopo il decesso. Sull’austera bara di cipresso, essenza da sempre utilizzata perché simbolo di immortalità, era appoggiato il Vangelo. Dentro al feretro è stato invece inserito il pallio (il paramento sacro indossato dai papi), le medaglie del pontificato e il “Rogito” (il testo che compendia la vita e le opere del Papa emerito).

Il rito ha visto un’ingente partecipazione popolare, circa 60.000 persone che si sono sommate ai 200.000 fedeli confluiti a Roma nei giorni precedenti per un ultimo tributo. Una presenza superiore alle aspettative a cui la sicurezza ha saputo far fronte in modo eccellente con un migliaio di uomini delle forze dell’ordine e circa cinquecento volontari della Protezione Civile incaricati di gestire il flusso dei devoti. Non si poteva non notare la lunga fila di porporati che hanno concelebrato la messa: 130 cardinali, circa 400 vescovi e 3.700 sacerdoti, alcuni venuti da molto lontano, incaricati della distribuzione dell’eucarestia. Oltre alla delegazione italiana con Sergio Mattarella, Giorgia Meloni, affiancati da molti rappresentanti della politica, e a quella tedesca con il presidente Frank-Walter Steinmeier e il cancelliere Olaf Scholz, vi è stata una significativa partecipazione di altri capi di Stato intervenuti a titolo personale (re Filippo del Belgio con la regina Mathilde, la Regina Sofia di Spagna, i presidenti di Lituania, Polonia, Slovenia, Ungheria e Portogallo). Nella piazza anche una banda bavarese in abiti tradizionali che ha voluto salutare così il “suo” Pontefice.

Al termine delle esequie, insieme agli applausi, si sono udite invocazioni di “Santo subito” scandite a gran voce, a testimonianza dell’affetto e della stima che tanti fedeli nutrivano per Papa Ratzinger. Prima della sepoltura nelle Grotte vaticane nella tomba che fu di Giovanni Paolo II, come da tradizione il feretro è stato inserito in una cassa di zinco e quindi in una di rovere.

Che uomo e che papa è stato Benedetto XVI?

Joseph Aloisius Ratzinger è nato il 16 aprile 1927 a Marktl am Inn, in Baviera, figlio di un gendarme e di una cuoca, terzo di tre fratelli. Fin da giovane dovette confrontarsi con le atrocità del nazismo che colpirono direttamente anche la sua famiglia, quando un cugino affetto dalla sindrome di Down fu portato via a forza per essere sottoposto ai crudeli esperimenti riservati alle persone con disabilità.

Il suo percorso religioso inizia all’età di 12 anni, seguendo la scelta del fratello maggiore Georg di entrare in seminario. È il 29 giugno 1951 quando entrambi i fratelli vengono ordinati sacerdoti, «il giorno più importante della mia vita» come affermò in seguito. La sua missione pastorale non gli impedirà di proseguire e approfondire gli studi teologici. Per questo diventerà arcivescovo di Monaco e Frisinga e parteciperà al Concilio Vaticano II diventando poi uno dei più stretti collaboratori di papa Wojtyla a cui succedette alla sua morte avvenuta nel 2005, diventando il 256esimo Papa.

Persona timida e riservata, è stato un fine pensatore di alto profilo intellettuale che sapeva esprimere concetti profondi con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, tanto da essere il teologo più letto dell’epoca moderna. Punto di riferimento dei conservatori, aspirava ad un ritorno alle radici della fede cattolica, ma non attraverso una riforma strutturale, bensì spirituale.

Il suo pontificato non è stato facile. Al centro di molti attacchi, fu incolpato, in particolare, di aver cercato di nascondere casi di pedofilia nella Chiesa. Una accusa quanto mai strumentale dal momento che ancora prima di salire al soglio pontificio aveva denunciato «la sporcizia nella Chiesa». È stato il primo Papa a chiedere pubblicamente perdono e a voler incontrare personalmente le vittime degli abusi nonché ad adottare la linea dura contro gli autori di questi odiosi misfatti. Ma si sa, in Vaticano coesistono due “anime”, quella dei conservatori e quella dei progressisti, che non mancano di sfociare in pesanti confronti. Benedetto, soprattutto da Papa emerito, con la sua mitezza, i modi gentili ma fermi e a volte anche con il silenzio, è stato l’ago della bilancia tra le due correnti, un argine che, in nome dell’unità della Chiesa, è riuscito a contenere spinte pericolose da entrambe le parti.

Papa Ratzinger è passato alla storia per “la grande rinuncia”, quando l’11 febbraio 2013 annunciò le sue dimissioni perché «le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte ad esercitare in modo adeguato il ministero petrino», scatenando una ridda di polemiche e di opposti pareri. Un gesto controcorrente, decisamente “moderno”, frutto di una visione del pontificato come di una funzione piuttosto che di una missione. Una situazione con cui il Vaticano non aveva mai dovuto confrontarsi, che aggiunse un nuovo capitolo al protocollo, istituendo la figura del Papa emerito. Una decisione, quella di Benedetto, che ha aperto la strada ad un modo diverso di intendere e vivere il pontificato tanto che in futuro le “dimissioni papali” potrebbero divenire una normale prassi.

Poco si conosce della sua vita privata, anche perché fin da molto giovane coincise con quella religiosa. Sappiamo che aveva una grande passione per la musica e che Mozart era il suo autore preferito. La sua vasta cultura coinvolse anche lo studio delle lingue, redendolo un autentico poliglotta: oltre al tedesco parlava infatti anche l’italiano, l’inglese, il francese, lo spagnolo, il latino e il portoghese. Gli piaceva prendersi cura degli animali e, in particolare, amava i gatti tanto che in Vaticano ne aveva tre, di cui uno randagio. Era legato alla tradizione anche in fatto di gusti culinari preferendo i piatti tipici bavaresi, possibilmente accompagnati da una birra leggera. Si dice che sapesse pilotare un elicottero, ma non guidare una automobile non avendo la patente. È stato il primo Papa a sbarcare su Twitter presentandosi il 12 dicembre 2012 con queste parole: «Cari amici, sono contento di stare in contatto con voi tramite Twitter. Grazie per la vostra generosa risposta. Vi benedico tutti con tutto il mio cuore».

Il «pellegrinaggio verso Casa», come ebbe a paragonare la sua vita durante un’intervista, è ora giunto al termine. Di lui, oltre che un indelebile ricordo, rimane un ricco patrimonio di studi e di ricerche sui dogmi fondamentali della fede e il suo pensiero continuerà ad essere una fonte di ispirazione e di riflessione non solo per i dottori della Chiesa, ma anche per tanti fedeli.
 
Raffaella Segantin

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