- n. 5 - Settembre/Ottobre 2025
- Cultura
Il Duat e il libro dei morti
Scritto in geroglifico oppure in ieratico, il libro era una guida per il viaggio dell’anima per sopravvivere nell’aldilà nell’antico Egitto.
Gli antichi egizi, la cui misteriosa civiltà tanto ci affascina da sempre, avevano in grande considerazione il culto dei defunti – per questo motivo
i corpi venivano imbalsamati con la più grande attenzione e sepolti con immense ricchezze e oggetti di utilizzo quotidiano – e avevano sviluppato credenze molto complesse in uno straordinario mondo dell’aldilà. Nell’antico Egitto, la morte era pensata come una prosecuzione gioiosa della vita terrena, ma per poter “vivere” in questo aldilà in cui scorreva il “Nilo celeste” bisognava che il defunto attestasse di aver condotto un’esistenza retta e onesta. Infatti, per raggiungere l’immortalità, il defunto doveva attraversare indenne il
Duat, cioè il regno dei morti.
Per aiutare il defunto ad affrontare il
Duat senza soccombere ai suoi mille pericoli, dall’inizio del Nuovo Regno (circa 1550 a.C.),
nelle tombe, insieme agli oggetti preziosi e alle suppellettili, iniziarono a essere posti anche i cosiddetti Libri dei Morti, quando essi non erano direttamente affrescati sulle pareti.
Il Libro dei Morti, nella lingua dell’
antico Egitto letteralmente “Libro per uscire nel giorno” (il nome odierno è stato dato dal famoso egittologo tedesco Richard Lepsius), era una sorta di manuale delle istruzioni indispensabile al defunto per districarsi con sicurezza nel tenebroso oltretomba che lo aspettava subito dopo la sua dipartita. Più che di un unico libro, in realtà, si tratta di una raccolta di testi: formule magiche e propiziatorie; preghiere religiose; incantesimi ecc. che dovevano proteggere l’anima nel suo viaggio dalle tenebre alla luce. Spesso annotati su papiro, questi testi possono anche divergere significativamente l’uno dall’altro, ad attestare che non esiste una “versione canonica” del Libro dei Morti e che ognuno poteva scegliere di portarsi nella tomba le sue formule preferite.
Scritto in geroglifico oppure in ieratico, il Libro dei Morti era anche magnificamente illustrato e fungeva da vera e propria guida, tappa per tappa, di tutto il viaggio che l’anima doveva affrontare. Ma chi è l’autore di queste suggestive formule propiziatorie che ebbero tanto successo tra gli antichi egizi?
La concezione religiosa dell’antico Egitto è piuttosto complessa e difficile da padroneggiare; senza entrare troppo a fondo in questa complessità, si può asserire che
secondo la mitologia egizia era il dio della scrittura e della conoscenza Thot ad aver inventato formule, preghiere e incantesimi. Divinità lunare adorata in particolar modo dagli scribi, Thot è rappresentato con la testa di un babbuino o di un ibis e il corpo di un uomo ed è anche il dio della saggezza. Tuttavia, per gli egizi, ogni defunto che recitava una formula o un incantesimo ne diventava immediatamente l’autore perché rendeva “vive” le parole pronunciandole. I testi del Libro dei Morti avevano una doppia valenza, religiosa e magica perché questi due aspetti erano inscindibili per l’antica cultura egizia. Pregare e praticare l’arte della magia per loro era un tutt’uno e nella loro concezione le divinità potevano addirittura essere influenzate tramite incantesimi e formule propiziatorie. Da tutto ciò si evince l’importanza a cui assurgeva la raccolta del Libro dei Morti, che era in grado di fornire la formula giusta per scongiurare qualsiasi pericolo e placare ogni divinità.
In epoca saitica, il Libro dei Morti trovò una sua strutturazione per fasi: i primi capitoli trattavano della fase iniziale del viaggio dopo la morte, in cui il defunto viene deposto nella sua tomba e la sua anima discende negli inferi ritrovando la facoltà di parlare e di muoversi; nella seconda parte l’osiride (il defunto prendeva questo nome dal dio Osiride, ucciso e fatto a pezzi dal fratello Seth, poi ricomposto nella prima mummia dalla moglie Iside) torna in vita; nella terza fase, l’osiride sale sulla barca del dio del sole Ra e su di essa raggiunge il
Duat al tramonto, dove verrà giudicato dal tribunale di Osiride sulla sua vita terrena. Se verrà ritenuto onesto e retto, il defunto accederà finalmente all’immortalità, che condividerà con gli dèi. Al tribunale presieduto da Osiride, il defunto arriva accompagnato dal dio Anubi, divinità dei morti dalla testa di sciacallo. È qui che il defunto verrà giudicato da 42 giudici che dovranno valutare la sua rettitudine.
Il dio Anubi metterà su un piatto della bilancia il cuore del morto e sull’altro piatto una piuma, che rappresenta Maat, la giustizia (ma anche l’ordine);
se i due piatti rimangono in perfetto equilibrio, ciò significa che il defunto ha vissuto una vita onesta e ha seguito i precetti di Maat. Se, invece, il piatto che contiene il cuore è più pesante e si abbassa, questo significa che il defunto ha condotto una vita malvagia, in spregio alle regole e alle leggi cosmiche di Maat. Il dio Thot, in veste di cancelliere del tribunale divino, registra l’esito della pesatura del cuore. Se l’esito è negativo, l’anima del defunto viene data in pasto alla mostruosa dea Ammit e questo ne decreta la morte effettiva; se, al contrario, l’esito della pesatura risulta positivo, il defunto riceve l’immortalità. Per assicurarsi di passare indenne la prova della pesatura del cuore, il defunto ha a sua disposizione molte formule e incantesimi che possono aiutarlo a influenzare il suo cuore a non testimoniare contro di lui.
Affinché il defunto, però, potesse affrontare tutto questo dopo la sua morte terrena era necessario che il corpo fosse correttamente conservato: da qui la raffinata tecnica di imbalsamazione già affrontata in un precedente articolo.
Il cuore, per esempio,
per gli egizi l’organo sede dell’intelligenza e della memoria, doveva essere sostituito da un amuleto a forma di scarabeo ricoperto di formule magiche, nel caso non potesse essere ben conservato. Inoltre, per arginare il rischio che il
Ka del defunto rimanesse senza cibo e acqua per la negligenza dei parenti o dei sacerdoti, nel Libro dei Morti esistevano formule che avrebbero materializzato il necessario. Esistono molti begli esemplari di papiri recanti il Libro dei Morti, tra cui uno lungo ben 19 metri e perfettamente conservato si trova al
Museo Egizio di Torino, che merita sicuramente una visita.
Bibliografia di riferimento:
Museo Egizio di Torino, Il libro dei Morti di Ka, ebook.
Linda Savelli