Urciuoli

Donne e settore funerario: esperienze a confronto

Quattro donne del settore funerario, diverse per età, collocazione geografica e ruoli, si sono raccontate e confrontate in una tavola rotonda online di grande interesse.

Organizzato da NIMO Network, l’evento “Donne nell’industria funebre: Prospettive, Esperienze, Futuro” ha coinvolto:
  1. Camelia Dragusin, tanatoesteta abilitata e autrice del podcast "Crimini, macabro e poesia". Oggi lavora come operatrice in un impianto per la cremazione.
  2. Simona Paganessi, impiegata nell’agenzia funebre di famiglia.
  3. Liliana Allaria, direttore tecnico di un’onoranza funebre, tanatoesteta, ha ricoperto molteplici cariche in Federcofit.
  4. Anna De Venz, operatrice e cerimoniera funebre.
Una tavola rotonda online che ha fatto emergere problemi, soluzioni e strumenti utili per far crescere il nostro settore. Per me, è un vero piacere poter sintetizzare i punti più importanti emersi da questo confronto al femminile.

Spunti di riflessione per una nuova normativa

Argomento spinoso e sempre all’ordine del giorno, quello normativo, che affligge il settore da tempi immemorabili. Liliana Allaria ricorda ancora un intervento del dott. Cerato che, partecipando a un TANEXPO per parlare della legge nazionale, urlò tutto il suo disappunto: “Il motivo per cui a Roma non viene dato spazio al nostro settore è la superstizione!”. «Questo accadeva 30 anni fa – racconta Liliana – però non stento a credere che sia lo stesso motivo per cui ad oggi non abbiamo una nuova legge. In Liguria poi ci sono voluti anni per arrivare a una legge regionale, emanata nel 2020, più altri tre per il regolamento attuativo. Con il risultato che quando la legge è diventata operativa era già vecchia; basti pensare che nel mezzo c’è stato il Covid, con tutte le problematiche che ha evidenziato». Dello stesso avviso anche Simona Paganessi che, appena entrata nell’azienda di famiglia, si è impegnata a studiare a fondo la legislazione vigente: «C’è un mondo di cose che andrebbero cambiate! La legge nazionale è vecchissima e le leggi regionali cambiano completamente da una regione all’altra e non danno l’opportunità di lavorare in maniera sinergica e integrata».
Sinergia e integrazione mancano poi completamente tra il settore funerario e quello cimiteriale, come racconta Camelia Dragusin che, per ragioni di sostentamento economico, ha scelto di accettare un impiego presso un polo crematorio e si è trovata costretta ad abbandonare la professione davvero molto amata di tanatoesteta: «In virtù di un “conflitto di interessi” – tiene a precisare – di cui si parla tantissimo nei due settori e che non trova fondamento in alcuna norma vigente applicabile ai lavoratori subordinati. Personalmente avverto l’urgenza di una legislazione più chiara e più evoluta, più attenta al singolo: una normativa capace di comprendere che, nel 2025, la figura del lavoratore funebre pluricompetente non è solo possibile, ma auspicabile, perché può essere una risorsa, non un rischio, un ponte tra mondi che al contrario avrebbero bisogno di parlarsi di più, di cooperare e di guardarsi non con sospetto, ma con rispetto reciproco. Se non impariamo a guardarci come alleati, nel rispetto del lutto, allora anche la più rigorosa regolamentazione rischia di tradursi in una sorta di miopia amministrativa e burocratica e la legge in una gabbia, non in una guida».

Parola d’ordine: formazione!

Per fare in modo che il settore funerario possa progredire e migliorare, le donne coinvolte nella tavola rotonda sono concordi che la formazione sia la strada maestra da percorrere: «Anche se la legge lombarda è una di quelle più esigenti – racconta Simona Paganessisiamo lontani anni luce da una preparazione che ci permetta di conoscere non solo la legislazione, ma anche gli aspetti psicologici, perché non è innato sapersi rapportare con persone che affrontano il dolore del lutto. Personalmente, mi ha aiutata tantissimo partecipare al Master Endlife a Padova, dove ho imparato moltissimo».
Anche Anna De Venz ha frequentato lo stesso master e lo descrive come un corso altamente professionalizzante, che le ha lasciato tanto: «Ho fatto diversi corsi di aggiornamento – specifica – in particolare con la Scuola Superiore di Formazione per la Funeraria. Quello di cui ho fatto maggior tesoro è il percorso di cerimoniere funebre per umani e per animali di Maria Angela Gelati. È stata un’esperienza bellissima e incredibilmente formativa».
La formazione viene vista anche come strumento per affrontare un problema sempre più sentito nel settore: il cambio generazionale. «In Federazione si dibatte costantemente su questo punto – interviene in proposito Liliana AllariaLe nuove generazioni, per varie motivazioni, non sembrano interessate a subentrare nelle nostre attività di famiglia e ho più volte suggerito quanto sia vitale investire nella formazione, affinché possano nascere nuovi manager del funerario».

I problemi che dobbiamo affrontare

Sintetizzando i problemi emersi fino a qui: la mancanza di integrazione tra settore funerario e cimiteriale, il sempre più difficile ricambio generazionale e una normativa che non è assolutamente adeguata alle esigenze del settore.
Che altro? «La figura del tanatoesteta – racconta Camelia Dragusinè ancora troppo trascurata nel lessico normativo e un po’ mitologica nel linguaggio comune. Poche persone sanno di che cosa si tratti realmente: non truccare, ricomporre e abbellire, ma restituire dignità al defunto, accompagnando la famiglia in un processo psicologico tanto invisibile quanto essenziale».
Inoltre, tutte e quattro le donne avvertono e riportano il senso di trascuratezza di cui il settore continua ad essere vittima. Come sintetizza molto bene Simona Paganessi: «Il nostro settore è costantemente ignorato e messo alla berlina. Vivo e lavoro in Valle Seriana, fra le più colpite dal Covid, e mi duole dover dire che non c’è stato nessun tipo di riconoscimento per il disagio psicologico subito dagli operatori. In quel periodo, gli unici commenti che ho sentito è che abbiamo guadagnato tanto. Nessuno ha speso parole per ricordare i morti del nostro settore e quelli che si sono ammalati, o per ringraziarci del nostro impegno e dei rischi che abbiamo corso».
E, infine, Anna De Venz si fa portavoce della diffidenza verso i giovani: «Nella mia piccola realtà, non ho mai sentito come un problema, ad esempio, il fatto di essere una donna, probabilmente perché mia mamma ha fatto da spartiacque e mi ha aperto la strada, visto che lavora in azienda come direttrice da oltre 25 anni. Quello che invece sento di più è lo stigma del giovane inesperto: le persone spesso stentano a fidarsi e chiedono la presenza dei membri storici, e questo nonostante la scuola, l’università, i master e i corsi che abbiamo svolto».

Essere donna in questo settore

Anche se le cose stanno cambiando (come Anna De Venz ha testimoniato, tante donne hanno aperto la strada), succede ancora troppo spesso di essere relegate dietro una scrivania: «Spesso siamo una presenza marginale – tiene a precisare Simona Paganessichiuse in un ufficio a occuparci di gestione amministrativa, a preparare necrologi e santini. Dovremmo avere un ruolo più attivo: prenderci cura delle persone in lutto e dei defunti stessi, con la delicatezza e l’empatia che ci contraddistinguono».
E infatti, come testimonia Liliana Allaria: «Io vesto, trucco, sposto, carico e scarico, oltre a occuparmi dei documenti. E in alcuni casi essere una donna è stato decisivo. Ricordo una bimba di 2 anni e mezzo: sono arrivata in camera mortuaria e nessuno si era sentito di vestirla. Me ne sono occupata io, come dei 1000 ragazzi che ho accompagnato, vittime di incidenti stradali. Tra l’altro la mamma della bambina aveva chiesto proprio ai carabinieri se c’era una donna che potesse fare questo lavoro».
Un’esperienza molto simile a quella vissuta da Simona Paganessi: «Fui io a occuparmi di un bambino morto appena nato. La madre mi chiese se avessi figli e quando le risposi che avevo una bambina, mi disse: ‘Allora solo tu puoi occuparti del mio bambino, perché solo tu puoi capire’. È stato difficile, però mi sono sentita di avere un ruolo importante, che i miei fratelli non avrebbero potuto ricoprire».

Per approfondire: il video dell’evento può essere visto, in versione integrale, sul sito di NIMO Network.

Ciò che le donne vorrebbero

Nel corso della tavola rotonda “Donne nell’industria funebre: Prospettive, Esperienze, Futuro” sono emersi alcuni desiderata, che le donne hanno voluto porre all’attenzione dei partecipanti. Ci tengo a metterli qui in evidenza, perché penso che possano tracciare un percorso utile a traghettare il nostro settore verso un nuovo futuro.

Ecco, di seguito, i sei desideri espressi:
  1. Un maggiore dialogo tra settore cimiteriale e funerario, non per sovvertire le regole, ma per evolverle, dando spazio alla figura del lavoratore pluricompetente, che può rappresentare una grande risorsa.
  2. Un ruolo più attivo e fattivo per le donne, affinché non siano più una presenza marginale, relegata all’ambito amministrativo, ma in prima linea, a prendersi cura delle persone in lutto e dei defunti stessi.
  3. Una formazione che permetta di conoscere a fondo tanto la legislazione quanto gli aspetti psicologici, perché non è innato sapersi rapportare con persone che affrontano il dolore del lutto.
  4. L’introduzione della figura dello psicologo ad uso di tutto il personale, perché chi è in prima linea, quando si affrontano picchi di tre/quattro ragazzi giovani in pochi mesi, ci si ritrova davvero in grande difficoltà.
  5. Sarebbe auspicabile qualche incentivo statale che possa dare un sostegno alle imprese che vogliono investire nell’innovazione.
  6. E per chi ha l’entusiasmo e la voglia di migliorare questo settore invitiamo ad unirsi alle Federazioni del comparto, perché c’è tanto lavoro da fare e possiamo farlo solo collaborando.


Camelia Dragusin


Simona Paganessi


Liliana Allaria


Anna De Venz

 
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