Urciuoli

Le cremazioni in Italia nel 2024

Dai dati SEFIT Utilitalia, un quadro di stabilità numerica e crescita percentuale della cremazione sui decessi.

SEFIT Utilitalia ha diffuso sul finire dell’estate i dati raccolti ed elaborati sulle cremazioni effettuate in Italia nel 2024, accompagnati da una analisi sulla evoluzione della mortalità nel nostro Paese su base di dati ISTAT, sempre per l’anno preso in esame.

Non ci è parso quindi vero di poter analizzare in profondità i dati presenti nelle tabelle di SEFIT, per dar conto ai lettori di Oltre Magazine di ciò che è successo nel 2024 e tentare di delineare uno scenario per il futuro a breve termine.

Il bilancio in numeri

La circolare fotografa una situazione di sostanziale stabilità nelle cremazioni effettuate in Italia, in un contesto però caratterizzato da una riduzione della mortalità generale. Secondo i dati ISTAT provvisori, i decessi registrati nel 2024 sono stati 650.587, in calo del 3,05% rispetto al 2023, quando erano stati 671.065.
In questo quadro si collocano 253.355 cremazioni di cadaveri, quasi identiche a quelle del 2023 (-181 unità, pari a -0,07%), e 45.259 cremazioni di resti mortali (+454, pari a +1,0%). Complessivamente, nel 2024 i crematori italiani hanno registrato 298.614 cremazioni, in leggerissimo aumento rispetto alle 298.341 dell’anno precedente.

Il dato più significativo non è però la sostanziale stasi numerica, quanto piuttosto l’incremento percentuale dell’incidenza della cremazione sul totale dei decessi: dal 37,74% del 2023 si è saliti al 38,94% nel 2024. Un progresso di oltre un punto percentuale che conferma la tendenza di lungo periodo e avvicina ulteriormente il traguardo del raggiungimento della incidenza del 40%, previsto ormai con buona probabilità già entro il 2025.

I crematori in funzione

Gli impianti autorizzati e operanti restano 91, lo stesso numero del 2023. Non si registra quindi alcun incremento della rete, che resta distribuita in modo irregolare sul territorio nazionale. Alcune regioni presentano una sovra-dotazione di forni, mentre altre continuano a essere largamente sottodotate, costringendo le famiglie a spostamenti interregionali per garantire la scelta della cremazione. E, questo, in palese violazione delle norme programmatorie contenute nella legge 130/2001, già 25 anni fa, che prevedeva (… allora) almeno un crematorio in ogni regione.
Analizzando il grafico regionale delle dotazioni impiantistiche (su un asse il rapporto morti/impianti e sull’altro asse la percentuale di cremazioni svolte nella regione sul numero di morti residenti), appare chiaramente il gruppo di regioni che abbisogna di nuovi o ulteriori impianti e quelle per le quali vi è già una dotazione sufficiente o addirittura vi è sovra- dotazione.



Il dato della mancata crescita numerica delle cremazioni va letto insieme all’aumento della capacità operativa degli impianti già esistenti, in diversi casi con più linee attive. Questo ha permesso di mantenere standard adeguati di servizio, assicurando tempi contenuti di attesa per la cremazione dei cadaveri e, parallelamente, gestendo una quota rilevante di cremazioni di resti mortali. Quest’ultima voce, tipicamente italiana, per via del sistema di tumulazione stagno che invece di scheletrizzare produce “salme inconsunte”, ha ormai superato stabilmente le 45.000 unità annue e continuerà a crescere nei prossimi decenni.

Andamento nazionale e tendenze

Guardando al quadro generale, il mercato crematorio italiano nel 2024 può essere definito stabile nel complesso (+0,1%), ma caratterizzato da un ribilanciamento territoriale.


  • Nord-Est: crescita del +2,6% rispetto al 2023, con 70.591 cremazioni (29% del totale nazionale). Trainano il Trentino-Alto Adige (+14,5%) e l’Emilia-Romagna (+1,7%).
  • Centro: aumento del +2,4%, con 48.449 cremazioni (19% del totale), grazie soprattutto alla Toscana (+7,9%) e al Lazio (+1,8%).
  • Nord-Ovest: calo dell’-0,9%, con 95.132 cremazioni (37,5% del totale), penalizzato da Lombardia e Piemonte.
  • Sud: flessione del -6,2%, 28.046 cremazioni (11% del totale), con arretramenti significativi in Campania (-2,9%) e Puglia (-2,1%).
  • Isole: -3,8%, 11.137 cremazioni (4,4% del totale), con Sicilia in calo (-10,5%) parzialmente compensata dall’aumento in Sardegna (+6,7%).
Il baricentro geografico resta saldo al Nord, che concentra circa il 67% delle cremazioni italiane.

Le regioni in primo piano

Analizzando i dati regionali, spiccano alcuni fenomeni rilevanti:
  • Lombardia si conferma prima regione per numero assoluto (51.861 cremazioni), pur segnando un calo dell’1,5%.
  • Toscana si distingue rispetto alla media della crescita nazionale: +7,9%, con 22.549 cremazioni e un’incidenza del 50,9% sui decessi.
  • Emilia-Romagna raggiunge un’incidenza record del 74,8% sui decessi, la più alta in Italia, dovuta non solo alla scelta della popolazione, ma al trasferimento da altre regioni di feretri da cremare in questa.
  • Friuli-Venezia Giulia si assesta al 63,6%, mentre il Piemonte si mantiene stabile al 62,3%, pur acquisendo numeri importanti di cremazioni dalla Lombardia.
  • Campania (33,7%) e Lazio (34,0%) mostrano segni di consolidamento ma restano lontane dai valori del Nord.
  • Puglia e Umbria rappresentano le realtà più critiche: la prima ferma all’8,9% per la cronica sotto-dotazione di impianti, la seconda crollata al 7,6% per problemi impiantistici.
  • Sicilia, nonostante la messa in funzione di nuovi impianti, si attesta al 12,0%, ancora molto al di sotto della media nazionale.

Aspetti gestionali e nodi critici

La circolare SEFIT sottolinea diversi fattori che influenzano l’andamento del comparto. Se ne riportano sinteticamente alcuni:
  • Blocco di nuovi impianti: soprattutto al Centro-Sud, dove sarebbero necessari, molti progetti restano sospesi a causa dell’opposizione delle comunità locali (fenomeno NIMBY) o di normative regionali restrittive.
  • Sovra e sotto-dotazione: alcune aree, come il Piemonte, presentano una densità di forni superiore alle necessità, mentre altre regioni rimangono prive di impianti (Abruzzo, Basilicata, Molise). E, commento io, il consiglio regionale del Piemonte approva in questi mesi una norma criticabile che apre a nuove installazioni di impianti anziché pianificare in maniera coerente con la situazione esistente. C’è veramente da chiedersi se si possa mantenere ancora in capo alle regioni il potere di pianificazione delle installazioni di crematori, visto il sostanziale fallimento di 25 anni di applicazione della legge 130/2001.
    A fronte di regioni (vedi la Lombardia) che nel tempo hanno creato sistemi di pianificazione, migliorabili, ma condivisibili, altre regioni sono preda di spinte di No-CREM e altre di soggetti economici interessati a liberalizzare il mercato.
  • Reti di gestori: si consolida la tendenza alla creazione di network che coordinano più crematori, ottimizzando carichi di lavoro e garantiscono continuità del servizio.
  • Service di trasporto feretri: alcuni operatori si sono specializzati nel trasferimento dei feretri da una zona all’altra per sfruttare tempi e costi di impianti di cremazione disponibili ad accoglierli. Ciò influenza anche la veridicità delle statistiche locali (transito di cremazioni da una regione ad un’altra).
  • Efficienza energetica e decarbonizzazione: diversi impianti stanno investendo in sistemi fotovoltaici e nel recupero energetico, in linea con le normative ambientali più recenti.
  • Standard minimi di deposito: cresce l’attenzione, innescata dai fatti pandemici, verso la disponibilità di depositi refrigerati sia per feretri che per resti mortali, come richiesto da alcune normative regionali.

Un confronto con il passato

L’evoluzione storica della cremazione in Italia conferma la traiettoria di crescita: dal 2,78% dei decessi nel 1995 al 33,2% nel 2020, fino al 38,9% nel 2024. In meno di trent’anni la pratica è passata da fenomeno marginale a scelta di massa, superando la soglia psicologica del 30% già nel 2019 e avviandosi ora verso il 40%. La tendenza trova riscontro anche in ambito europeo: se nel Regno Unito la cremazione è ormai maggioritaria da decenni (oltre l’80%), in Paesi culturalmente vicini all’Italia – come Spagna e Francia – la crescita ha seguito ritmi simili, seppur con intensità diverse e maggiori all’estero.


Le prospettive per il futuro

Guardando al breve periodo, il sorpasso della cremazione sulla tumulazione è nei fatti. Le stime SEFIT per il 2025 prevedono un’ulteriore crescita percentuale della incidenza della cremazione in occasione di decesso, fino a raggiungere il 40% dei decessi. Sul medio termine, il settore dovrà affrontare alcune sfide cruciali:
  • la pianificazione nazionale della rete di crematori, ancora assente, con criteri che tengano conto dei bacini ottimali di utenza;
  • l’adeguamento delle normative tecniche e ambientali, atteso da oltre vent’anni;
  • la definizione di regole trasparenti sulle tariffe, seguendo i metodi regolatori già applicati ad altri servizi pubblici locali.

Conclusione

Il 2024 conferma la centralità della cremazione come pratica funeraria in Italia: i numeri restano stabili, ma la crescita percentuale sul totale dei decessi segna un passaggio culturale irreversibile.
Il Nord e in parte il Centro consolidano la loro leadership, mentre il Sud e le Isole continuano a mostrare ritardi strutturali. La prospettiva di un sorpasso sulla tumulazione rende urgente una programmazione nazionale e interventi mirati per garantire equità territoriale, sostenibilità economica e ambientale del servizio. Se la cremazione è ormai una scelta consolidata, resta da sciogliere il nodo della governance complessiva del sistema, affinché il suo sviluppo non sia affidato solo alla spinta delle famiglie e degli operatori, ma anche a un quadro regolatorio e pianificatorio finalmente organico, con una visione nazionale d’insieme.
 
Daniele Fogli

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