Il Cimitero Gioioso

Tra le suggestive croci in legno di colore azzurro, nel Cimitirul Vesel di Săpânța (Romania) la morte fa sorridere.

Accostare la gioia alla morte può essere considerato un controsenso, per qualcuno quasi una blasfemia. Eppure c’è un luogo dove questi due opposti concetti coesistono in una sorta di idillica armonia.

Siamo a Săpânța un villaggio rurale di non più di 5.000 anime che si trova nella regione di Maramures, nel nord della Romania a solo 4 chilometri dal confine con l’Ucraina. Incastonato tra i fitti boschi dei monti Carpazi, in questo paesino si ha la sensazione che il tempo si sia fermato ad almeno un secolo fa. Qui tutto inizia e finisce con il legno: dalla culla alla tomba non c’è manufatto che non provenga dalla foresta. Ed è qui che si trova il Cimitirul Vesel, ovvero il “Cimitero Gioioso”, costituito da oltre 800 lapidi lignee, divenuto monumento culturale protetto dall’UNESCO e meta di numerosi turisti.

Si tratta di un camposanto che non ha uguali al mondo, nato dall’ingegno e dall’abilità di Stan Ioan Pătraș (1908 – 1977), un ebanista dotato di un innato talento artistico, che ha inventato una nuova forma d’arte. Non si è ispirato ad alcuna corrente quando ha cominciato a modellare la prima croce (quella che doveva servire per la sua ultima dimora); l’idea ha preso forma solo dalla sua creatività, ed è per questo che il cimitero di Săpânța è assai singolare. Non c’è nulla di lugubre qui, d’altronde la cultura locale è ancora legata al concetto di morte risalente all’antica popolazione dei Daci, che la accoglievano con serenità, un mezzo grazie al quale poter offrire all’anima defunta una vita migliore.
Caratteristica di questo cimitero  sono le croci in legno di quercia dallo stile inconfondibile. La croce, d’altro canto, è un tema molto ricorrente nella cultura locale: se ne incontrano diverse ai bordi delle strade o anche nei giardini privati. Quelle del Cimitirul Vesel hanno un orientamento verticale e sono protette da un tettuccio per ripararle dagli agenti atmosferici. Si presentano tutte con una particolare tonalità di azzurro, chiamato anche “blu di Săpânța”, un colore che ha una origine storica, quando al tempo dell’invasione da parte degli ungheresi gli abitanti del villaggio furono costretti a dipingere le loro case di blu per distinguerle da quelle di colore verde degli invasori, in modo da poter essere tassate.
Sotto alla croce, incorniciato da motivi geometrici o floreali tipici dei portali di legno che in questa area hanno una lunga tradizione, si trova di solito il ritratto del defunto, Non stiamo parlando di una foto, ma di un disegno realizzato con la tecnica del bassorilievo, caso forse unico al mondo. Lo scomparso è rappresentato mentre è intento a svolgere quella che in vita era la sua occupazione, oppure nel momento del decesso, senza trascurare dettagli anche cruenti (incidenti stradali, disgrazie sul lavoro, sparatorie…) tuttavia attenuati dallo stile naïf e dai colori brillanti che sdrammatizzano la scena.

Nel “Cimitero Gioioso” ogni elemento sembra voler sminuire la morte. Sotto al ritratto, oltre alle indicazioni delle date di nascita e di morte, troviamo epitaffi spesso dai risvolti umoristici. Le citazioni sono sempre in prima persona e generalmente iniziano con “Aici eu ma odihnesc” (Qui io riposo). I versi brevi, scritti in rima nel dialetto locale, raccontano vizi e virtù del defunto, non risparmiando debolezze e cattive abitudini. É nella franchezza della descrizione dei tratti poco edificanti dei trapassati che emerge quell’ironia per cui gli epitaffi di del Cimitirul Vesel sono diventati famosi, tanto che lo studioso Bruno Mazzoni li ha raccolti nel libro Le iscrizioni parlanti del cimitero di Săpânta (ora purtroppo non più disponibile in libreria, ma consultabile nelle biblioteche).

Ecco alcune delle epigrafi più popolari:
 “…Coloro che amano la buona grappa / come me patiranno / perché io la grappa ho amato / con lei in mano sono morto.(Qui giace Dumitru
Holdis, vissuto 45 anni, morto di morte forzata nel 1958)”
Oppure:
“Sotto questa croce pesante / giace la mia povera suocera. / Se viveva ancora tre giorni / c’ero io sotto e lei leggeva. / Voi che passate di qua / provate a non svegliarla /perché se ritorna a casa / mi sgrida di nuovo./ Ma io farò in modo che non torni più./ Resta qua, cara mia suocera”.
E ancora:
“…Ioan Toaderu amava i cavalli. / Un’altra cosa lui amava molto. / Sedersi al tavolo di un bar./ Accanto alla moglie di qualcun altro”.

Anche al giorno d’oggi gli artisti che realizzano le croci lo fanno dopo aver ascoltato i desideri dei parenti e spesso sono proprio questi ultimi a suggerire i contenuti e il tenore dell’epitaffio.
Il cimitero di Săpânța, attraverso le sue efficaci narrazioni è oggi una raccolta di grande valore, una testimonianza preziosa della cultura e dello spirito della sua comunità e del rapporto più naturale e leggero con la morte. Se oggi è conosciuto a livello mondiale lo si deve ad un giornalista francese che lo scoprì negli anni ’70 e, affascinato dalla sua peculiarità e dalla sua poesia, non esitò parlarne facedogli acquisire grande notorietà.
La definizione di “gioioso” la si deve proprio a queste divertenti didascalie che come narra la storia o la leggenda (il confine qui è molto labile) fecero scoppiare in una fragorosa risata due turisti mentre leggevano un’iscrizione. Da allora ci si cominciò a riferire al cimitero di Săpânța, che prima non aveva nessun particolare nome, come al “cimitero allegro” o “gioioso”.

Stan Ioan Pătraş viene spesso paragonato al poeta Edgar Lee Master, che nella sua Antologia di Spoon River narrò nel bene e nel male la vita dei defunti di un immaginario paesino americano, in forma di epitaffi. Già prima della sua morte, Pătraş trasmise le sue conoscenze a Dumitru Pop, suo allievo da quando era ragazzino e tuttora in attività. Dumitru Pop non si è discostato molto dagli insegnamenti del suo maestro sia nella filosofia che nella realizzazione delle croci, eseguite ancora interamente a mano, affinché ogni pezzo, anche nelle sue imperfezioni, sia unico. Una tradizione che, seppure con qualche novità nei decori e nell’uso dei colori, continua nel tempo, per esaltare la natura semplice e scanzonata di un popolo che ama fortemente la vita tanto da essere capace di sorridere anche alla morte.
 
Raffaella Segantin


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