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Sette ciclisti e il permesso di uccidere, una mattina, in Calabria

Sette ciclisti intenti a pedalare, sette amici ed una strada a curve, momento di piacere, sport amatoriale. E poi, non oso immaginare. Non è il destino, non è il caso, è plurimo omicidio. La vettura che piomba a mietere gioia e fatica, a mietere morte, altro non è che l’arma impropria nelle mani dell’assassino. Si definiscono incidenti stradali, ma è doveroso distinguere. L’incidente non è un fatto naturale: è provocato da un errore umano e in quanto tale sarebbe evitabile se la consapevolezza di appartenere ad un insieme in movimento, ad un mondo abitato, fosse un principio maggiormente radicato in ogni essere umano. A volte è distrazione, a volte un errore di valutazione, altre volte ancora l’apocalisse assume un altro nome. Sette ciclisti massacrati in un istante, e poi lui, il killer, un uomo privo di patente, privo di coscienza, privo di limiti, privo di lucidità, a divenire non per caso un plurimo assassino. Non si uccide per caso quando si sfidano le leggi dell’appartenenza con tanta leggerezza, con l’egoismo di chi forse neppure se ne rende conto, eppure sa. Non è un alibi provenire da un paese lontano, da dove si guida così, come se avere un volante tra le mani equivalesse al divertimento di una roulette russa: altri sono i valori che si danno alla vita, altra è la tolleranza. Non è un alibi per noi, accoglienti e civili, decadenti italiani che un tempo trasgredivano con molto più ordine. Non vi è una sola parola xenofoba in questo mio ragionamento, solo cordoglio e sconforto. Tutto è concesso ormai lungo le strade di questa penisola dalla memoria corta. E allora farò uno sforzo: tenterò di ricordare a chi c’era allora e a chi è più giovane. Quarant’anni fa, quando si sgarrava anche solo col motorino, papà e mamma ti venivano a prendere in questura. E da quel momento, tra le mura di casa, veniva la sanzione più severa. Questo non vuol dire che a quel tempo fossimo tutti con la testa sul collo, ma vi era un altro rapporto con la consapevolezza del vivere. Nella testa, per la strada, ovunque. Oggi il proliferare di divieti e di sanzioni è un indizio per segnalare che il problema è grosso, che esiste. Tolleranza è una brutta parola, ma … Qualcosa è cambiato nel nostro modo di vivere: la gente semplice lo sa, non capisce, non accetta, ma silente subisce. Troppi sono gli incidenti mortali dovuti ad una guida disinvolta, prerogativa di altre realtà etniche, di altre abitudini, di altri linguaggi dell’appartenenza. La colpa è nostra e di una distorta forma di tolleranza. Concediamo con troppa naturalezza, perdoniamo, forse ostaggi di remoti insegnamenti cristiani, forse schiavi di una coscienza coloniale, forse pentiti di avere sempre preso molto e dato poco ad altre genti. Noi italiani, noi occidentali. Onore a sette poveri ciclisti, che ci sia da dottrina. Smettiamola di essere così severi con noi stessi, invochiamo nuove leggi che non si vergognino di stabilire nuovi parametri per nuovi bisogni di una vecchia giustizia spesso carnefice di se stessa. Troppo gravi i delitti, troppo miti le pene. Bella parola è uguaglianza.
 
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