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Gli angeli del Velino

Ad un anno di distanza dalla disgrazia, la comunità si stringe nuovamente nel ricordo dei quattro ragazzi.

La tragedia accaduta un anno fa sul Monte Velino, che ha strappato alla vita quattro giovani di Avezzano (AQ), ha sconvolto un’intera comunità, le cui ferite sono tuttora aperte.

Gianmarco, Valeria, Gian Mauro e Tonino erano quattro amici accomunati dal grande amore per la montagna. E così il 24 gennaio 2021 si sono dati appuntamento per trascorrere una domenica all’insegna della loro passione. Una scalata impegnativa ma decisamente alla loro portata, come tante altre che avevano già fatto insieme, inconsapevoli che sarebbe stata l’ultima. La giornata era fredda e il meteo non particolarmente favorevole, ma loro erano degli esperti e il fattore rischio era stato ampiamente calcolato. Purtroppo si sa che la natura a volte è traditrice e le cose non sono andate come previste. Si trovavano nella Valle Majelama, non lontani dalla meta, quando una valanga di neve e detriti li ha travolti non lasciando loro alcuna via di scampo.

Le ricerche iniziate in serata, si sono dimostrate fin da subito difficilissime. Una copiosa nevicata accompagnata da forti raffiche di vento ha impedito il sorvolo degli elicotteri come pure l’avanzamento a piedi della pattuglia dei soccorritori. Ma anche nei giorni successivi le difficoltà non sono mancate. C’è voluto un mese prima di trovare i quattro corpi sepolti dai sedimenti della valanga. Sono stati giorni convulsi in cui una intera comunità si è stretta insieme portando solidarietà alle famiglie e collaborando con i gruppi di ricerca, primi fra tutti gli Alpini dell’Aquila che hanno allestito un campo base ad hoc, opponendosi fermamente ai tentativi di dissuasione di chi suggeriva di lasciare perdere e di rimandare il tutto a quando la stagione fosse migliorata.

Chi erano i quattro sfortunati escursionisti?

Gian Mauro Frabotta, 31 anni era un ingegnere impiegato all’Eni di Milano. Con la possibilità dello smartworking aveva scelto di lavorare dalla sua città natale che gli permetteva un contatto più diretto con la natura, fonte per lui di continua emozione. La passione per la montagna era un qualcosa di veramente grande, tanto che solo un paio di anni prima aveva scalato una delle cime della catena dell’Himalaya piantando la sua bandiera a 6.189 metri. “Devi andare dove ti esplode il cuore, dove gli occhi si riempiono di meraviglia” aveva scritto sui social, una frase che ora acquista tutto un altro significato.

Valeria Mella, 25 anni e Gianmarco Degni, 26, erano fidanzati fin dai tempi della scuola. Laureata in fisioterapia e impegnata in molte attività (dalla musica al teatro e allo sport), Valeria era una persona estremamente dinamica e amante del trekking. Anche Gianmarco, che amava immensamente le sue montagne, era un entusiasta della vita all’aria aperta ed insieme avevano partecipato a tante escursioni e scalato diverse cime.

Tonino Durante, 55 anni, era il meno giovane del gruppo. Conosciuto come “l’arrotino” per lo storico negozio di coltelleria di cui era titolare, aveva la montagna nel cuore. Organizzare escursioni era quasi un secondo lavoro, tanto che era diventato un vero punto di riferimento per gli appassionati, che potevano fare affidamento sulla sua esperienza e competenza.

Per tutti quei quattro ragazzi sono ora diventati “Gli Angeli del Velino”. Nel loro nome sono nate anche iniziative benefiche: un centro sanitario per l’infanzia in Madagascar per ricordare Valeria e l’associazione Gli amici di Frabby, impegnata nel sociale, in memoria di Gian Mauro.
Ad un anno di distanza dai tragici fatti, la comunità non ha dimenticato e sia la città di Avezzano che il Comune di Massa d’Albe, dove è avvenuto l’incidente, hanno voluto ricordare i loro quattro angeli con una cerimonia commemorativa. Per questo hanno commissionato all’impresa funebre Bossi delle composizioni floreali da deporre sui luoghi deputati alla celebrazione.

Angelo Bossi, titolare dell’agenzia, colpito come tutti i suoi concittadini dai drammatici eventi, non si è limitato a soddisfare la richiesta, ma ha fatto qualcosa di più, come ci racconta.
Purtroppo è luogo comune pensare che un operatore funebre diventi assuefatto al suo lavoro e che non provi sentimenti di dolore di fronte alla morte. Posso assicurare che non è così e tragedie come questa ci segnano come e forse anche più di altri, perché a noi tocca il compito più straziante di ricomporre le salme, nonché di stare accanto a famiglie che stanno vivendo momenti terribili. Viviamo in una città dove ci conosciamo un po’ tutti, può immaginare quanto anche per me siano stati duri quei momenti. Ricordo ancora quando ho incontrato i genitori di Valeria e Gian Marco nel mio ufficio. Ho avuto la percezione del dolore più lancinante che un essere un umano possa provare. Ad un anno di distanza è ancora presente questo ricordo così mi sono sentito di aggiungere un qualcosa di mio, una sorta di piccola cerimonia virtuale che potesse esprimere tutto il mio affetto alle famiglie».
Ci può spiegare meglio?
Ho creato un link contenente un collage di foto della giornata commemorativa accompagnato da un sincero pensiero di vicinanza. L’ho poi inviato ai congiunti per testimoniare la mia compartecipazione, come fosse il mio abbraccio personale. Un gesto che è stato compreso e molto apprezzato tanto che a sua volta è stato inoltrato a parenti ed amici e pubblicato sui vari social».
Un chiaro segno di premura e di rispetto. Come le è venuta questa idea?
Rispondo con un’altra domanda: cosa vogliamo lasciare alle famiglie che chiedono il nostro aiuto? Attraverso il rito funebre le affianchiamo nella loro elaborazione del lutto e la nostra presenza rappresenta spesso un importante momento di conforto. Il desiderio di dare qualcosa di mio è stato autentico e, ispirato dagli insegnamenti del corso sulla figura del Cerimoniere funebre che ho recentemente frequentato, ho elaborato questa idea, certo che potesse rappresentare un piccolo supporto nel lenire un dolore così profondo. Infatti una delle cose importanti che ho appreso è che anche noi operatori possiamo fare qualcosa che può aiutare le persone colpite da un lutto.
Predisporre momenti per ricordare e onorare il defunto, indipendentemente dalle esequie “ufficiali” che, specialmente nel nostro territorio avvengono quasi esclusivamente in chiesa, è uno di quei gesti molto importanti per le famiglie che in questo modo si sentono davvero assistite e curate, con indubbi benefici sul piano psicologico. Trattandosi, in questo caso, di un evento commemorativo dove la mia presenza professionale non era richiesta, ho pensato di farlo in maniera virtuale.
Se mi consente, approfitto di questa intervista per ringraziare la dott.ssa Maria Angela Gelati e l’organizzazione della Scuola Superiore di Formazione per la Funeraria che mi hanno offerto l’opportunità di segnare un significativo traguardo nella mia crescita professionale».
Azioni come queste, oltre a giovare alle persone che hanno perso un proprio caro, aiutano a cancellare quell’immagine negativa che spesso l’opinione pubblica nutre nei confronti degli operatori funebri, favorendo la comprensione che il nostro è un lavoro al servizio della collettività.
 
Raffaella Segantin

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