VIAGGIO TRA I SACRARI MILITARI DELLA GRANDE GUERRA

VOCI DALLA TRINCEA

Redipuglia e Cima Grappa. Sono due dei luoghi più significativi, dal Friuli Venezia Giulia al Veneto, che raccolgono cimeli e resti dei soldati caduti nella Grande Guerra. La commemo- razione della morte "civile", dal patriottismo, di stampo ancora risorgimentale, degli anni immediatamente successivi alla Vittoria contro "l'invasore austriaco", a quello successivo, alimentato e utilizzato dalla propaganda fascista, appartiene alla storia di una Italia che fu.

Parchi della rimembranza, boschi degli eroi, cimiteri e sacrari fanno parte della architettura della memoria. Ma i monumenti degli anni '20 e '30 arrivano fino a noi permettendo di ricostruire la storia, le vicende architettoniche e sociali collegate al culto dei caduti di una guerra, quella del 1915-18, che ha prodotto una delle commemorazioni più forti della memoria di un tempo. Si trasforma in mito collettivo l'esperienza della battaglia, intento che non era riuscito con le guerre d'indipendenza dell'ottocento.

E infatti il 4 novembre, data ufficiale della fine della Prima Guerra Mondiale, si celebra ancora nelle piazze di Italia, anche se con una percezione diversa. E di pari passo ai cambiamenti politici anche i cimiteri dei caduti si sono evoluti per stratificazione.

Molte sono le novità registrate nel giro di pochi anni e nel susseguirsi delle ideologie al potere: se i primi cimiteri di guerra, durante il conflitto, erano recinti provvisori sorti nei pressi delle linee e delle zone di battaglia, si avverte alla fine della guerra l'esigenza di un sentimento che faccia dei combattenti gli eroi e i nuovi martiri di una nazione che si considera nuova.

C'è bisogno di monumenti. Ed è il periodo del declino dell'anticlericalismo liberale, dove si avverte l'esigenza di una religione nuova, per elaborare il lutto, commemorando e celebrando i caduti come se questa fosse quasi una esperienza mistica e sacra. Il tutto acquista maggiore impulso con l'istituzione a Udine, nel 1920, del coscg, l'ufficio centrale per la Cura e le Onoranze alle Salme dei Caduti in Guerra.

Il processo, già impostato dai governi liberali durante e dopo il conflitto mondiale, assume un aspetto trionfale sul finire degli anni '20 e principalmente negli anni '30, a pari passo col processo di nazionalizzazione del paese e, quindi, con l'affermazione del regime fascista, che usa il mito dell'uomo di trincea per consolidare il consenso, e lo cerca all'inizio proprio tra le file degli ex combattenti.

Il gigantismo delle realizzazioni dell'architetto milanese Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni, autori dei nuovi assetti del Monte Grappa e di Redipuglia, vanno a sostituire i precedenti più semplici cimiteri o ossari degli anni '20. Questi due esempi sono considerati i più riusciti di quel processo di "monumentalità appariscente" degli ossari che faceva parte del programma per perpetuare nel tempo la memoria. Il primo progetto di Greppi viene realizzato con il sacrario di Cima Grappa, in Veneto (1935).

La nuova realizzazione sostituisce l'ossario in caverna. Nel 1925 erano iniziati i lavori sul Grappa per collegare diversi luoghi importanti nel culto dei caduti: la galleria Vittorio Emanuele, l'ossario ipogeo posto sotto la cima del monte e la vicina Madonnina del Grappa. Manca però un coronamento dell'ossario per qualificare il complesso. La torre-faro, pensata dell'architetto Alessandro Limongelli nel 1927, non viene mai costruita. Il progetto in galleria viene abbandonato anche a causa di infiltrazioni d'acqua e l'incarico viene dato a Greppi: il nuovo ossario è racchiuso in cinque gradoni che avvolgono in gironi concentrici lo sperone roccioso, dove riposano più di 12mila soldati italiani noti e ignoti. Nella tomba al centro della scalinata riposa, dal 1935, il generale Gaetano Giardino, comandante dell'Armata del Grappa.

Il nuovo sacrario si dispone sul costone a sud della cima, proteso verso Bassano e la pianura veneta. Il sovrapporsi delle muraglie culmina nel Sacello della Madonna del Grappa da cui prende origine una "via Eroica" di 300 metri che porta al Portale Roma di Limongelli. La via unisce il simbolo guerriero con quello religioso, vi sono disposti quattordici cippi in pietra (quante sono le stazioni della via crucis) scolpiti da Castiglioni e recanti i nomi delle battaglie più cruente del Grappa. A nord della zona monumentale del Grappa, vicino al Portale Roma, riposano pure circa 10mila caduti austrungarici.

Sempre nel 1935 vengono aperti l'esedra di Fagarè, di Pietro Del Fabro, e la singolare torre quadrata di Felice Nori per l'ossario del Montello, vicino Treviso. Ma questi sacrari vogliono essere anche elementi educativi per il popolo e con questi il regime pone fine ai monumenti ai caduti di iniziativa locale. E se al Grappa si fanno le prove generali, sul fronte della stratificazione e delle vicende è rilevante il caso di Redipuglia, in Friuli Venezia Giulia: nel settembre 1938, con l'inaugurazione della nuova sistemazione alla presenza di Mussolini, Redipuglia diventa il fulcro del circuito monumentale che comprende una quarantina di grandi sacrari e cimiteri (da Trento a Rovereto, dal Grappa al Montello e al Piave, da Caporetto a Timau ed Oslavia).

Il nuovo progetto trasforma il cimitero degli Invitti del colle Sant'Elia nel più grande sacrario d'Italia, e tra i maggiori nel mondo. Un balzo nel tempo: il 24 maggio 1923 viene inaugurato il cimitero degli Invitti della terza armata e le spoglie dei 30mila soldati, che in quei luoghi avevano perso la vita, vengono disposte su 22 chilometri di fosse lungo gironi concentrici ricavati a colpi di mina. Il tutto ornato da cippi, residuati bellici, targhe e frasi celebri (queste ultime volute tra l'altro anche da D'Annunzio).

Nella tradizione di quegli anni si riproducono quindi i profili ed i colori dei campi di battaglia rimasti per lungo tempo nella memoria degli ex combattenti, e si ottiene un luogo di pellegrinaggio. Ma i "sacri ferri" e le pietre cominciano ad arrugginirsi e deteriorarsi a causa dell'esposizione alle intemperie e al vandalismo di chi non rinuncia a portarsi a casa un pezzo di storia. Il cimitero degli anni '20, con i suoi significati e il disordine spontaneo del primo dopoguerra, ha vita breve. Negli anni '30 arrivano le necessità "imperiali" del regime fascista e la pietas funeraria si trasforma in mito.

Con i lavori per il sacrario di pietra, iniziati nel 1936, alle spoglie dei caduti già sepolti vengono aggiunte quelle traslate dall'adiacente monte San Michele, luogo di intensi scontri all'epoca delle battaglie e dichiarato poi zona monumentale. Così le salme arrivano a un numero complessivo di più di 100mila, di cui circa 40mila sono i nomi dei morti noti e 60mila quelli ignoti. E sul colle, per suoi voleri testamentari, viene sepolto nel 1931 anche Emanuele Filiberto Duca d'Aosta, comandante della terza armata che aveva voluto il cimitero degli Invitti per i suoi soldati e si ritrova a vegliare su di loro.

Nella nuova sistemazione di Greppi, dopo le croci, la "via Eroica" pavimentata con le lapidi che ricordano le principali battaglie del Carso, si arriva alla tomba del Duca d'Aosta che si trova sotto un monolito di granito scuro posto in apertura al terzo livello del sacrario. Appare una scalinata monumentale di 22 gradoni con incisi i nomi dei 40 mila soldati noti.

Sull'architrave dei gradoni è stata ripetuta all'infinito la scritta "presente": ossessivamente ricorda ai vivi la presenza del sacrificio dei morti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale questi luoghi continuano ad essere meta di pellegrinaggio per adulti e scolaresche, anche se l'epopea dei pellegrinaggi degli ex-combattenti del primo conflitto mondiale termina in gran parte con la fine degli anni Settanta.

I Sacrari, e in particolare Redipuglia, rappresentano comunque un luogo di riferimento simbolico per tracciare la storia del Paese a più di ottant'anni dalla Grande Guerra.
 
Nadia Grillo


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