una voce dai campi, un pianto di morte

Giovanni Pascoli pubblicò per la prima volta L'assiuolo nel 1897, per poi inserirlo nella quarta edizione del suo primo libro, Myricae.

Siamo nel momento suggestivo e indefinito in cui, all'inizio della notte, la luna non è ancora apparsa all'orizzonte, ma già il suo chiarore perlaceo si diffonde nel cielo. L'atmosfera incantata si piega però nella seconda quartina della prima strofa verso qualcosa di oscuro e minaccioso, il temporale che si profila in lontananza, mentre dallo spazio indefinito della notte proviene l'annuncio misterioso della voce dell'assiuolo.

Dov'era la luna? ché il cielo
notava in un'alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù . . .

Due elementi nuovi nella seconda strofa: la soggettività del poeta (compare il verbo in prima persona: "sentivo"), e con essa la dimensione del tempo. Un tramestio fra i cespugli: e il sussulto che ne deriva è vissuto immediatamente come l'eco di ben altro dolore, di un grido antico, una lacerazione lontana nel tempo ma mai sepolta. Impossibile non pensare alla tragedia familiare che segna ossessivamente la vita e la poesia di Pascoli, la morte violenta e inesplicata del padre. Dunque il messaggio arcano ma indefinito dell'assiuolo - una "voce" - si precisa ora in una tonalità emotiva dolorosa. È un "singulto".

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com'eco d'un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù . . .

Ancora percezioni e presenze impalpabili dalla natura circostante: un alito di vento sulle cime degli alberi illuminate dal biancore lunare ("le lucide vette"), il suono argentino delle cavallette. Ma nel descrivere quest'ultimo Pascoli accentua la dimensione simbolica del testo, e ci avvicina al suo significato profondo. Quel suono richiama infatti quello dei sistri, strumenti fatti con piccole lamine metalliche, usati negli antichi culti misterici egiziani sacri alla dea Iside, culti che evocavano l'idea di una risurrezione dopo la morte, le cui porte potevano schiudersi e far sperare in un'altra vita.

Ma quelle porte non si apriranno ormai più, per noi, mai rivedremo i nostri cari, mai vinceremo la morte. Per questo non ci sorprende ormai la conclusione della poesia; questo annunciava, misteriosamente, la voce (il singulto, il pianto) dell'assiuolo.

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d'argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s'aprono più? . . .);
e c'era quel pianto di morte .
chiù . . .

 
Franco Bergamasco

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