Il Manfred di Robert Schumann

La vita come condanna

"Schumann o l'anelito all'infinito": così Massimo Mila nel dopoguerra intitolava un capitolo della sua Breve storia della musica, su cui generazioni di ascoltatori si sono formati. L'espressione è di quelle che si imprimono nella memoria, e rimane ineccepibile. In effetti, fra i compositori grandissimi, forse a nessuno meglio che a Robert Schumann (1810-1856) si attaglia quella formula, nella quale si compendia perfettamente lo spirito del grande Romanticismo europeo, e di quello tedesco in particolare.
Una tensione verso l'infinito, quella dello spirito romantico, che non di rado però esplora tematiche ‘negative', quali il tedio, la colpa, il male, l'angoscia, la follia, il vagheggiamento della morte ...; e si accompagna ad una tendenza ricorrente negli autori: quella ad identificarsi idealmente con i loro personaggi, in uno scambio inesausto fra arte e vita.
Schumann a diciannove anni aveva letto il poema intitolato al personaggio di Manfred da lord Byron, scrittore che nella sua vita stessa rappresentò il prototipo più esemplare dell'eroe romantico: bellezza, ricchezza, anticonformismo, eccessi passionali e sventatezze di ogni genere convergevano a farne un mito già mentre era in vita, ulteriormente potenziato dalla morte cui andò incontro in Grecia, sostenendo la lotta dei patrioti contro l'impero turco. "Agitazione interiore - lettura del Manfred a letto - notte orribile" sono i termini con cui il musicista descrisse quell'esperienza; che dovette essere davvero profonda se quasi vent'anni dopo, nel 1848, decise di mettere quel poema in musica, nell'inconsueta forma della ‘musica di scena' (la musica - orchestra, coro, parti cantate di personaggi minori - accompagna le parti recitate dei protagonisti principali).
Chissà che cosa in particolare attrasse e impressionò il musicista nella storia di Manfred, nobile individualista e ribelle dedito alle scienze occulte, ossessionato dal ricordo della passione incestuosa con la sorella Astarte (dalla quale costei era stata condotta alla morte), vagabondo sulle vette alpine, a colloquio con spiriti e streghe, alla vana ricerca dell'oblio.
Certo è che le tematiche ‘negative' cui si accennava sopra sono decisivamente presenti nel testo, quella dell'attrazione per la morte in particolare, e si ritrovano puntualmente sottolineate nella rielaborazione musicale schumanniana. È così che per esempio udiamo Manfred sul punto di lanciarsi da un dirupo per trovare "il riposo eterno", ma: "perché indugio? / sento la spinta - eppure non mi getto. / È sopra me è una forza che trattiene / la mia vita, ma ne fa una condanna". E lo vediamo accedere al palazzo del re dei morti, Arimane: è lì che lo spirito dell'amata sorella gli compare, predicendo la prossima fine delle sue sofferenze, che avverrà in effetti l'indomani con la morte solitaria e grandiosa dell'eroe.
Tutti motivi che in qualche modo dovevano trovare una consonanza profonda nell'animo di uno Schumann sempre più inquieto, ossessionato dai suoi fantasmi interiori, sempre più avviato lungo la tragica strada della malattia mentale che, non senza anche un tentativo di suicidio, avrebbe condotto pochi anni dopo alla sua triste fine.
Il viaggio verso Weimar intrapreso nel giugno del 1852 per assistere alla prima esecuzione del lavoro, diretta da Franz Liszt, fu interrotto a causa di una gravissima crisi. Nei quattro anni che gli restavano da vivere, Schumann mai ebbe modo di vedere in scena il suo Manfred.
 
Franco Bergamasco

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