L'uomo, l'amico, l'imprenditore di successo

Il momento che mai avrei immaginato, ed ancor meno voluto, è giunto. Quello in cui mi trovo, solo in un mare di infinita tristezza, obbligato, ed onorato, nel dirti con il mio vero nome, Pietro non più Viaggiatore, molte cose che nei tanti anni trascorsi assieme erano sottintese, ma che oggi chiedono di essere esplicitamente espresse. Il foglio vuoto che ho davanti mi lascia sgomento e la mano, di solito agile e svolazzante (forse anche troppo secondo alcuni), mi pare di piombo. Paralizzata, essa non risponde agli impulsi del cervello cui si oppongono, tumultuosamente, quelli del cuore. Eppure bisogna farlo, “devo” farlo, non fosse altro che per seguire l’esempio che ci hai dato nel corso della tua infermità. Mai scoraggiato, e anzi battagliero, sempre ottimista e rivolto al futuro già mettendo a punto, ancora a poche ore dal grande viaggio, i dettagli per le prossime iniziative: la Russia, l’Expo 2015, …
Da dove iniziare? Dall’uomo? Dall’imprenditore di successo? Ci arriveremo, ma seguendo l’impulso più spontaneo partirò dall’amico. Sì, perché il tratto che più di ogni altro ha caratterizzato la nostra più che ventennale frequentazione è stato quello dell’amicizia. Quella vera e genuina intendo, basata sulla stima, sulla fiducia, sulla tolleranza e sulla comprensione reciproche e che non ammette ipocrisie e piroette intellettuali. Bene raro se è vero, e in questo caso lo è, che in settanta e più anni di vita il numero di coloro che considero “amici” non supera quello delle dita delle due mani.
Con te è stato feeling al primo incontro. Nel 1993 ero entrato in questo “strano” (così mi pareva allora) mondo dopo un iter professionale che, conformemente alla mia formazione, mi aveva visto evolvere per parecchi decenni nell’industria farmaceutica e quindi in quella delle protesi per la chirurgia ortopedica. Un percorso, visto a posteriori, tutto sommato abbastanza logico che mi aveva portato dai pazienti che si potevano curare col farmaco a quelli in cui, non essendoci trattamenti adeguati od efficaci, si provvedeva alla sostituzione di una parte del corpo, nella fattispecie un’articolazione, per finire con l’occuparsi di coloro che erano giunti alla fine del proprio tragitto terreno. In quel momento avevo accettato la direzione degli affari internazionali di un gruppo francese leader in Europa ed evidentemente la mia prima attenzione, il “richiamo della foresta”, si era rivolta al mio Paese d’origine, l’Italia, dove l’azienda aveva problemi di diverso genere, anche gravi, da risolvere. Per farmi un’idea generale della situazione, per prendere la temperatura del settore decisi quindi di contattare il responsabile di quella che già allora era considerata una delle manifestazioni professionali più valide al mondo, Tanexpo. Il responsabile, meglio ancora il creatore l’artefice, eri tu, Nino, che mi accogliesti col sorriso sulle labbra ed il baffo già vibrante nel tuo suggestivo, e ricco di storia, ufficio di via Tagliapietre. Col senso spiccato, siculo direi, dell’ospitalità che costituiva, avrei avuto in seguito l’occasione di constatarlo personalmente ogniqualvolta ricevevi qualcuno, un tratto peculiare del tuo comportamento, mi invitasti a pranzo in un ristorante lì vicino dove, tra una tagliatella ed un Sangiovese, parlammo tra l’altro della mia intenzione di spedire una comunicazione a tutte le aziende italiane di onoranze funebri per annunciare i cambiamenti prodottisi nel gruppo di cui ormai facevo parte e per preparare così il rilancio della società nella penisola. Quale non fu la mia sorpresa nel sentirmi dire, quasi prima di aver finito di esporre il mio progetto, che la tua azienda era a mia completa disposizione e che potevo considerarmi in casa! Qualche ora dopo esserci visti per la prima volta! E così fu!
Dopo qualche settimana ridiscesi a Bologna con la valigia piena di migliaia di lettere sulle quali appiccicammo, stampate da Tanexpo, le etichette con gli indirizzi e provvedemmo ad affrancare quelle montagne di carta. Attivissime, le tue “ragazze” (hai sempre avuto un talento speciale nel trovare collaboratrici di sicuro valore, con buona pace di coloro che vivono nello stereotipo dell’italiano, in particolare di quello del Sud, maschilista e misogino) si fecero in quattro, in un clima di sana, quasi goliardica, allegria, per portare a termine l’ingrato lavoro in un paio di giorni. Naturalmente alla fine, viste le ingenti forze che avevi mobilitato, ti chiesi di farmi giungere quanto prima la nota per saldare il conto. “Ma quando mai, ma va a …” fu la tua risposta e tutto finì, anzi iniziò, lì. Sin da quel primo contatto si staccò, nella percezione della tua persona, la caratteristica della generosità. Non soltanto nell’ambito professionale, ma anche, e questo l’ho saputo soltanto da pochi giorni, al di fuori di esso: aiutando tangibilmente, ad esempio, e nella massima discrezione come fanno le persone per bene, associazioni che si occupano dei meno fortunati tra i quali un tuo amico non vedente degli anni universitari al quale sei rimasto fedele per decenni e che si è stretto assieme a noi tutti attorno a te per renderti i meritati onori nel giorno della temporanea separazione. Parlo di quella fisica, che quella dello spirito non esiste proprio ed anzi la vicinanza è, se possibile, più viva che mai. Stai tranquillo, Nino, che la tua opera sarà proseguita dai tuoi figli Sara ed Alberto cui non mancherà, se necessario, l’appoggio di tutti coloro che ti hanno voluto bene.
Così, quasi per caso come spesso accade nella nostra vita, è nata la nostra amicizia. Essa è andata via via crescendo per trascendere l’ambito professionale e per trasformarsi in mutuo sostegno nei momenti difficili che, a diverso titolo, costellano il percorso di tutti noi. Tu ed io sappiamo di che si tratta. Nelle lunghe ore di viaggio passate assieme le occasioni di parlare d’altro che di lavoro non sono certamente mancate. È stato in tali frangenti che la mia stima nei tuoi confronti, già considerevole per un percorso professionale marcato in generale da successi (anche se, in questi anni di crisi, qualche passaggio nell’ombra, perché nasconderlo, al quale hai fatto fronte con la consueta grinta, ti ha dato non poche preoccupazioni), è stato in tali circostanze, dicevo, che all’udire dalla tua voce la storia della tua vita, con dettagli che credo pochi conoscano, la mia stima e la mia ammirazione sono cresciute in modo esponenziale. Mi è venuto spesso in mente, con il passar degli anni, il fatto che non abbiamo mai, dico mai, avuto l’occasione di litigare. Cosa, lo ammetto, abbastanza strana, visto il mio carattere molto meno accomodante di quanto, nella finzione della vita, possa sembrare. E anche tenuto conto del tuo, estremamente spigoloso e, come si conviene ad un siciliano, vulcanico e pronto all’eruzione. Non è mai successo, lo ripeto, e me ne meraviglio; ma anche se ciò fosse accaduto, se una baruffa fosse scoppiata, so per certo che tutto sarebbe finito in una risata, e con un buon Avana, grazie anche, forse, a quella parte di “napoletanità”, e quindi di capacità di relativizzare le cose, che ci portavamo appresso. La tua veniva dagli anni trascorsi a Napoli dove avevi conseguito la maturità classica prima di trasferirti a Bologna presso l’Alma Mater, la più vecchia università del mondo occidentale. La mia per una ascendenza paterna che assumo pienamente e con orgoglio non disconoscendo la mia triestinità.
Probabilmente il fatto di aver seguito lo stesso cursus scolastico ci accomunava facendoci percepire ed interpretare in forme simili certe situazioni e favorendo così un’armonia di intenti. Tale eccellente intesa si è sviluppata soprattutto da una decina d’anni a questa parte. Da quando cioè, avendo saputo che stavo andando in pensione, mi telefonasti un giorno per propormi di collaborare, viste le numerose relazioni che avevo in giro per il mondo, allo sviluppo internazionale di Tanexpo. Accettai con riconoscente entusiasmo e credo che gli ingenti mezzi, anche finanziari, che hai investito in tale operazione qualche risultato l’abbiano portato se è vero che oggi la manifestazione, la tua creatura prediletta, è fuor d’ogni dubbio l’esposizione funeraria con il maggior tasso di internazionalizzazione. Ancora una volta, con la lungimiranza dell’imprenditore di razza, hai avuto ragione e se oggi la “tua” fiera rappresenta un appuntamento fondamentale nel panorama funerario mondiale lo si deve esclusivamente alla tue iniziative ed al lavoro di tutta la tua equipe. Esigente, come bisogna esserlo, con i collaboratori, sapevi anche gratificarli al momento giusto. Chi ha partecipato ai viaggi in terre lontane che hai offerto, quando i tempi lo consentivano, ai dipendenti ed ai loro familiari potrà testimoniarlo. Credo di non forzare la verità quando affermo che tutti coloro che lavorano per Tanexpo, e più generalmente per Conference Service, si sentono parte di una grande famiglia e come tali coinvolti nella vita dell’azienda ben al di là di un mero contratto di lavoro. Non è un successo da poco con i tempi sempre più disumanizzati che stiamo vivendo. Del resto, come spiegare altrimenti gli eccellenti risultati delle diverse manifestazioni che hai “inventato”, compresa l’ultima, quella sul sottosuolo? Intelligenza, fantasia, fiuto, perseveranza, gusto del bello, collaboratori di valore, attenzione al cliente: è questo il mix che spiega l’affermazione di gran parte degli eventi che hai organizzato. Quello a cui certamente tenevi di più, Tanexpo, l’hai inaugurato qualche giorno fa davanti a tanti amici venuti da ogni parte del mondo, commossi e felici per quest’ultima, meritatissima, gioia. In una certa maniera sei riuscito a sconfiggere il male con la feroce volontà che ti ha sorretto fino alla fiera. Le tue ultime battaglie (il Brasile e Tanexpo) le hai vinte tu, anche se le forze soverchianti del nemico hanno avuto ragione del tuo coraggio e della tua determinazione. Sei caduto con l’onore delle armi, circondato dall’ammirazione e dall’affetto di noi tutti.
Poi sei andato a raggiungere Daniele Mazzolini, uno dei tre compari (il terzo sono io) che in una radiosa giornata d’estate avevo fortemente voluto condurre in un luogo a me carissimo: la “Csarda” (osteria) della Puszta (pianura) di Hortobagy, dove in gioventù andavo a montare, assieme ai “csikos” (i cow-boys locali), i focosi cavalli ungheresi. Tu ed io eravamo reduci da un lungo periplo che da Kielce, in Polonia, ci aveva condotti in Galizia e nella Rutenia ucraine. Mi dicevi che i villaggi che attraversavamo assomigliavano alla Sicilia della tua infanzia, con i polli che passeggiavano sulle carreggiate ed i maiali, le mucche e gli asini deambulanti tranquillamente ai lati delle stesse. E poi “il passeggio”, all’imbrunire, a Lvov (la Leopoli dei triestini che vi venivano spediti per il servizio militare ai tempi dell’impero austro-ungarico), affinando il nostro senso estetico e commentando con complice salacità, nulla di più, il transito incessante ed abbagliante delle bellezze locali. Mi chiedevi se in quel Paese esistessero le racchie, visto il bendidio circolante. Credo di averti risposto che, ammesso con molti dubbi che ce ne fossero, dovevano essere tutte chiuse in casa a doppia mandata. E ancora gli adorabili bambini ruteni dalle testoline bionde e tonde che sembravano tanti Shevschenko in miniatura e che erano allo stesso tempo affascinati e timorosi degli stranieri che visibilmente eravamo. In altri tempi sarebbero diventati, da adulti, i palafrenieri e gli attendenti dei compunti ufficiali dell’imperial-regia (K. und K.) cavalleria di Franz Joseph, gli ulani. Ed infine l’arrivo a Nyregyhaza, in Ungheria orientale, dove ci aspettava Daniele e la scorribanda in “puszta”. Adesso di quei tre rimango solamente io. Ve ne siete andati ambedue, per quanto straordinario ciò possa sembrare, per la stessa localizzazione dello stesso male. Un ingiusto paradosso fa sì che il più giovane sia scomparso per primo e che il più vecchio sia qui oggi per scrivere quello che mai, lo dicevo all’inizio, avrebbe voluto scrivere.
Che l’eternità ti sia amica, Nino, così come la terra ti sarà leggera. Prendi anche tu un bianco cavallo e lanciati in un galoppo perenne verso l’infinito. Io, Pietro, rimango qui con la sola compagnia del tuo volto sorridente e del tuo sguardo intelligente scolpiti “à toujours” nel cuore e nell’anima. Dopotutto, Nino, è solo questione di tempo. Arrivederci!
 
Pietro Innocenti


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