Gli uomini: una ghiacciata moltitudine di morti

Nella prima raccolta poetica di Eugenio Montale (1896 - 1981), Ossi di seppia, la sezione finale, che reca il titolo di Meriggi e ombre, si è con l'andar del tempo sempre più imposta all'attenzione di lettori e studiosi per la particolare pregnanza espressiva (aumenta anche, però, la difficoltà di lettura, una certa ardua oscurità con cui infatti dovrà sempre più misurarsi il lettore dei due capolavori montaliani successivi, Le occasioni del 1939 e La bufera e altro del 1956); si rileva soprattutto in queste poesie il particolare impegno di pensiero, l'intensità della riflessione sul dato fondamentale della negatività dell'esistenza (il male di vivere). In alcuni di questi testi il pensiero del poeta e le sue immagini si appuntano in modo più o meno esplicito, comunque vario e complesso, sul tema della morte.
Così, ad esempio, nella più bella di queste poesie, Arsenio (forse il vertice dell'intera raccolta), il tema è accennato, capovolgendone in un certo senso i termini: il protagonista scende verso il mare (e il suo percorso è simbolo del viaggio della vita umana) come sentendo l'avvicinarsi di un momento miracoloso che realizzi la sua tensione verso la vita, che lo salvi dal suo troppo noto delirio d'immobilità; ma un improvviso temporale simboleggia e sanziona il fallimento del prodigio atteso, il ricadere nella non autenticità e nella insensatezza dell'esistenza, che è in realtà una non-vita, insieme alla folla di pseudovivi che a dei morti devono essere invece paragonati: la tesa ti ringhiotte / dell'onda antica che ti volge; e ancora / tutto che ti riprende, strada portico / mura specchi ti figge in una sola / ghiacciata moltitudine di morti.
In Casa sul mare invece, il tema pare essere proprio quello della conclusione del cammino dell'esistenza, del suo significato: Il viaggio finisce qui: / nelle cure meschine che dividono / l'anima che non sa più dare un grido, e Tu chiedi se così tutto vanisce / in questa poca nebbia di memorie. Ma per il tu cui si rivolge il poeta (verosimilmente una figura femminile) si immagina una sorta di via di scampo dall'oblio e dall'insensatezza, un "miracolo" riservato però a pochissimi: Vorrei dirti che no, che ti s'appressa / l'ora che passerai di là dal tempo; / forse solo chi vuole s'infinita, / e questo tu potrai, chissà, non io. / Penso che per i più non sia salvezza, / ma taluno sovverta ogni disegno, / passi il varco, qual volle si ritrovi.
Benché si tratti di un testo forse un po' irrisolto quanto alla resa espressiva, un interesse ancora maggiore riveste dal nostro punto di vista la poesia immediatamente successiva, I morti, che affronta esplicitamente il tema, ma con un movimento di pensiero in un certo senso opposto. Si immagina qui che i morti tornino in qualche modo a visitare la terra, per ritrovare però aggravato il peso delle loro angosce e insoddisfazioni. E la conclusione sembra voler negare che nella morte, per i morti, vi possa essere qualcosa come una salvezza, una liberazione:

Così forse anche ai morti è tolto ogni riposo
nelle zolle: una forza indi li tragge
spietata più del vivere, ed attorno,
larve rimorse dai ricordi umani,
li volge fino a queste spiagge, fiati

senza materia o voce

traditi dalla tenebra; ed i mozzi
loro voli ci sfiorano pur ora
da noi divisi appena e nel crivello
del mare si sommergono...
 
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