La scomparsa di Robin Williams e di lauren Bacall

I tristi giorni delle stelle cadenti

Storie di mezza estate, di un agosto 2014 in cui certe meccaniche celesti hanno favorito le scie di queste e di altre stelle. Le luci della ribalta di Robin Williams e di Lauren Bacall, però, rimarranno impresse in Hollywood Boulevard e sulle pellicole della settima arte, patrimonio dell’umanità, e forse ... anche oltre, nell’aldilà.
La prima volta che incontrai Robin Williams ero molto giovane: io sdraiato sul divano e lui in televisione nelle vesti di Mork, l’esilarante alieno che, spedito nell’astronave “uovo” proveniente dal pianeta Ork, trasmetteva al suo ipotetico chissà dove le isterie, i paradossi e le assurdità del genere umano, affezionandosi ad esse. I personaggi erano geniali, i dialoghi sciolti; e ancora oggi utilizzo quel saluto lesto, “nano-nano!”, ma solo con amici di una certa età, spartendo un complice, nostalgico sorriso. La recitazione del giovane Robin era travolgente e la serie “Mork & Mindy” fu uno dei migliori incontri con quel disinvolto e frizzante umorismo yankee anni ‘60 importato dalla tv commerciale. Fu un fenomeno che fece subito tendenza e che mutò gergo e movenze di molti giovani sedotti da quei miti americani, disinibiti alieni per la nostra tv ancora disciplinata suddita della morale comune. Da quella serie televisiva in poi, il sospetto che Williams fosse davvero un essere venuto da un altro pianeta non mi ha mai lasciato del tutto.
La carriera artistica dell’attore calato dallo spazio non poteva che trovare la propria consacrazione in quella Hollywood che sa enfatizzare i talenti di altri mondi. Le sue interpretazioni sono note a tutti, così come i suoi film: da “Good morning Vietnam” a “L’attimo fuggente” e ai molti altri che spesso vengono riproposti sul piccolo schermo raccogliendo sempre favore e audience. Nonostante l’Oscar e il successo, ai miei occhi Robin Williams non ha mai perso quell’essere “uomo dei sogni e delle stelle” senza vanagloria, inalterato genio spontaneo poiché nato così. La personalità più recondita traspare, si trasmette e si diffonde oltre: perfora gli schermi di una tv o di un cinematografo e si travasa, misteriosa onda emotiva, nell’attenzione più recondita di chi osserva, assorbe e si arricchisce contento.
Lasciando ad altri cronaca dei fatti, ipotesi e concause di una ben triste e sinistra sorte, rammaricato mi soffermo sulla parabola di certe stelle, ahimè cadute presto, sfiorandola soltanto e cercando di non fare altro danno. Sono tanti i sublimi artisti che, ad un punto imprecisato del vivere, iniziano un processo di devastazione del sé che accelera anzitempo il proprio tempo. I nomi sono tanti, i percorsi simili, l’epilogo è quasi sempre funesto. Giudicare è impossibile, immaginare è permesso. Forse genialità, sensibilità, denuncia delle miserie umane e quel misterioso impulso artistico reattivo e intelligente sono espressione del male di un misterioso protagonismo di chi vorrebbe passare alla storia del mondo per averlo guarito con la visionaria bellezza dell’arte, con la recita proiettata in un contesto di eroi in cui essere finalmente se stessi.
La materialità in cui ci si ritrova divi e complici è più povera, più grigia e più bassa: galleggia cortigiana in un luogo comune chiamato “realtà”. È forse lì che il genio si scontra con una solitudine emotiva che porta ad un intimo, illeggibile, triste isolamento destinato a pochi, selezionati “eletti”: dalla pittura alla musica e ad ogni altra forma d’arte che vive in un’isola che non c’è, dove non contano gli Oscar; ma ben altro è la linea inafferrabile del mondo fantastico di luci e di suoni, di colori e di libertà, detto “fantasia”. Dovessi onorare Robin Williams a modo mio, deciderei di inaugurare l’anno accademico con il giorno dei “tutti in piedi sulla cattedra”. È un messaggio che ci ha lasciato per sempre. Difficile far meglio.

La prima volta che incontrai Lauren Bacall fu in un momento imprecisato della gioventù, mentre cercavo di baciare una ragazza in un cinema di periferia. Ricordo però che il film in bianco e nero aveva una trama intrigante e che l’investigatore Phil Marlowe era l’eroe malinconico senza macchia e senza paura, che “non doveva chiedere mai”, intriso di solitario fascino. Avevo molto da imparare da quel poliziotto privato. “Il grande sonno” fu uno di quei film che segnano la strada. Quando vidi apparire lei, Vivian, vale a dire Lauren Bacall, splendida visione, irraggiungibile, sofistica femmina, luce tra le ombre del thriller, il colore del cuore si fece ben più rosso. Mi voltai e, immaginando “lei”, baciai la ragazza di cui non rammento il nome, come se fosse la diva, la scultura fatale che mi guardò dallo schermo con quegli occhi che non avevo visto mai. Da quel giorno feci attenzione ai film in cartellone che davano al Major: la passione era sincera e la curiosità anche. La incontrai in altre pellicole, e con Frank (Humprey Bogart) ne “L’isola di corallo”, ma nessuna mi piacque come “Il grande sonno”: non perdo occasione di rivederlo, è un film di culto, insuperabile nella sua torbida atmosfera noir, nell’interpretazione e nel seducente sguardo della protagonista.
Lauren Bacall era considerata una delle più belle, giovani star di Hollywood, ma l’esperto detective l’aveva già smascherata in fretta: se l’era sposata nel ‘45, giustamente fregandosene della differenza d’età e del cicalio malpensante. Cose che si sanno e che è bello sapere. La morte di Bogart, unico suo grande amore, coincise con un periodo di alti e bassi artistici e sentimentali. E io, che stavo diventando grande pensando ad altro, la persi di vista per ritrovarla con un piacere più maturo in “Assassinio sull’Orient Express”, notissima pellicola del ‘74, sfilata di monumenti del cinema per l’omonimo romanzo di Agatha Cristhie, film che rivedo sempre appagando il gusto più elegante e raffinato del piacere. La favola Humprey Bogart - Lauren Bacall, riletta oggi, nel momento in cui si ritroveranno nuovamente insieme nel grande sonno, fa certamente onore alla parola amore e ad altre nobili sfumature. Un esempio, una bella storia inserita in un contesto artistico sovente più frivolo e volubile. È una di quelle vicende che, mescolando amore e tragedia con recitazione e con vivide realtà, escono lucenti anche se in bianco e nero, destinate a diventare leggenda e a brillare per l’eternità così come è destino per le più scintillanti stelle.
 
Carlo Mariano Sartoris


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