Il trentesimo annisversario della morte di Bob Marley

The songs of jah



"Io non ho pregiudizi contro me stesso. Mio padre era bianco e mia madre era nera. Mi chiamano mezza-casta, o qualcosa del genere. Ma io non parteggio per nessuno, né per l’uomo bianco né per l’uomo nero. Io sto dalla parte di Dio, colui che mi ha creato e che ha fatto in modo che io venissi generato sia dal nero che dal bianco."
“No woman, no cry” è uno dei brani più ascoltati, più cantati e più conosciuti della musica del Novecento. Ne sono state fatte mille versioni, ma l’originale, cantata dall’inconfondibile voce del suo autore, resta nella storia come una icona degli anni Settanta. Trent’anni fa, l’11 maggio 1981, a 36 anni moriva Bob Marley, a soli sei anni dall’uscita di quell’incredibile successo che fu e che è ancora oggi la canzone.
Figura controversa, da alcuni considerato quasi un profeta, Marley fu certamente un grande artista che ebbe il merito di esportare e di far conoscere a tutto il mondo il reggae, un genere musicale nato nella sua terra, in Giamaica, che discende dallo ska e dal rocksteady. Bob nasce a Nine Mile il 6 febbraio 1945, da padre inglese e madre giamaicana. Vive una infanzia difficile: il padre abbandona la madre ancora incinta e senza un soldo, costringendola di fatto a vivere in un sobborgo con mezzi limitati e con un figlio piccolo. All’età di dodici anni, il cantante si trasferisce a Trenchtown, un sobborgo povero e degradato di Kingston, capitale della Giamaica. È proprio qui che incontra le due strade che percorrerà nella sua breve vita, la musica e il rastafarianesimo.
Grazie al vicino di casa Neville O’Riley Livingston, “Bunny” per gli amici, Bob conosce la musica, gli strumenti a corda e il canto. Da una vecchia radio i due ascoltano il Rhythm & Blues di Ray Charles e il rock di Elvis Presley. Nel 1963 fondano il gruppo che diventerà “The Wailers” e che accompagnerà Marley per tutta la sua carriera, con diversi cambi di formazione. Lo stesso Bunny, nel 1974, uscirà dalla band per intraprendere la carriera da solista. Un anno dopo la loro fondazione, nel 1964, i Wailers scalano la classifica giamaicana con il singolo “Simmer Down”. Nel 1966 Marley sposa Alpharita Costancia Anderson, conosciuta poi come Rita Marley, dalla quale avrà tre dei suoi tredici figli.
È con il 1973 che arrivano i primi veri successi della band a livello internazionale: l’album “Catch a Fire” e il successivo “Burnin’” vengono pubblicati su scala mondiale. Nascono canzoni che consacrano Marley come artista riconosciuto quali “Get up, stand up” e “I shot the Sheriff”. Nel 1974 i Wailers ufficialmente si sciolgono con l’uscita di Bunny Livingston e di Peter Tosh, ma Marley continuerà a suonare con il nome di Bob Marley & the Wailers. Nel 1975 arriva il grande successo di “No woman, No cry”, che porta il cantante a trasferirsi in Inghilterra dove l’anno successivo inciderà gli album “Exodus” eKaya”. È il momento della consacrazione: scala le classifiche inglesi e statunitensi, ormai è il re del reggae.

Il suo, però, non è solo un percorso sulla via della celebrità: è anche un artista impegnato, che canta delle difficoltà della propria terra, degli uomini e delle donne di colore. La sua figura ha anche una fortissima rilevanza sociale. Dopo il matrimonio con Rita si converte al Rastafarianesimo, un movimento spirituale di ispirazione ebraico-cristiana nato in Giamaica negli anni Trenta e che si rifà alla fede Ortodossa Etiope. Il profeta del movimento è Hailè Selassiè I, l’imperatore che regnò in Etiopia dal 1930, il cui vero nome era Ras Tafari e che viene annoverato fra i fondatori dell’Organizzazione dell’Unità Africana. Il movimento nasce sotto la spinta nazionalista dell’Etiopismo e punta alla indipendenza del mondo africano dai Paesi Occidentali. Bob Marley stesso nella celeberrima “Redemption Songcanta: “Emancipate yourselves from mental slavery, no one but ourselves can free our minds...“ (“Emancipatevi dalla schiavitù mentale, nessuno a parte noi stessi può liberare la nostra mente...”). Redemption Song fa parte dell’album “Uprising” del 1980, profondamente intriso di valori religiosi e politici, nato dopo la partecipazione di Marley alle celebrazioni per l’indipendenza dello Zimbabwe. Uprising segue “Survival”, l’album del 1979 che contiene, tra le altre, la canzone “Africa Unite”.
All’apice del successo, dopo una trionfale tournée in Europa e quando la sua storia è già diventata leggenda, il profeta del reggae scopre di avere un male incurabile e che gli restano pochi giorni da vivere. La mattina del 21 settembre 1980, Marley ha un collasso mentre sta facendo jogging a Central Park con un amico. Gli viene diagnosticato un cancro al cervello. Qualche anno prima, nel 1977, Bob aveva avuto un melanoma maligno al piede destro. I medici gli avevano consigliato l’amputazione del piede, ma Bob aveva rifiutato, soprattutto per motivi religiosi: secondo il Rastafarianesimo il corpo deve essere riconsegnato a Dio integro. Quello del 23 settembre 1980, allo Stanley Theatre di Pittsburgh, è l’ultimo concerto che Bob Marley tiene davanti al suo pubblico. Le cure che riceve in Germania gli permettono di vivere ancora qualche mese, ma non di tornare nella sua amata Giamaica: proprio mentre è in volo verso il rientro in patria le sue condizioni peggiorano e il volo viene deviato verso Miami.
Robert Nesta Marley, detto Bob, muore al Cedar of Lebanon Hospital l’11 maggio 1981. Il suo funerale, svoltosi il 21 maggio 1981, potrebbe essere paragonato a quello di un re. Vi parteciparono centinaia di migliaia di persone (compresi il Primo Ministro ed il leader dell’opposizione). Dopo le esequie il corpo fu sepolto in una cappella eretta accanto alla sua casa natale, insieme alla sua Gibson Les Paul “Solid Body”, al suo pallone da calcio, ad una pianta di marijuana, ad un anello che indossava ogni giorno, donatogli dal principe etiope Asfa Wossen, e ad una Bibbia. Un mese dopo la scomparsa gli fu riconosciuto il Jamaican Order of Merit.
Nel sito ufficiale viene definito un eroe, nell’accezione del mito greco, e la sua storia un archetipo che rimane invariato nel tempo, “producendo ancora oggi spunti di riflessione sulla strada del cambiamento verso l’indipendenza delle menti”. La descrizione è forse eccessiva, ma la suggestione è efficace. Sono passati trent’anni dalla sua morte e il mito di Bob Marley non accenna a tramontare.

 
Sara Sacco
"In this great future, you can’t forget / your past. / So dry your tears, I seh”.
(Con questo futuro grandioso, non puoi dimenticare il tuo passato. Quindi asciugati le lacrime, io dico).
Bob Marley, “No woman, no cry”


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