Nei sonetti di Shakespeare

Il tema della morte

Uno degli aspetti più notevoli del genio di William Shakespeare (1564 - 1616) consiste nel fatto che, anche a prescindere dalle tragedie e dalle commedie che lo hanno reso il più grande drammaturgo di tutti i tempi, la sua raccolta di 154 Sonetti, pubblicata nel 1609, impone di annoverarlo anche fra i massimi poeti lirici della sua epoca.
Come sempre quando si tratta di Shakespeare, anche a proposito dei Sonetti biografi e studiosi hanno avuto materia per le più varie e contrastanti congetture; a partire dal misterioso dedicatario indicato solo come "W.H." e, soprattutto, per gli altrettanto enigmatici soggetti a cui si rivolgono i testi delle due sezioni della raccolta: la prima ad un "bel giovane" (fair youth) oggetto di encomio e di amicizia, ma con venature passionali che hanno fatto supporre una componente omosessuale, la seconda ad una "dama bruna" (dark lady) misteriosa e traditrice, oggetto di una forte passione sensuale.
Come che sia, il tema della morte è ampiamente presente nel libro, conformemente ad una tendenza caratteristica della sensibilità barocca di cui i sonetti di Shakespeare sono in sostanza una delle prime grandi espressioni.
Fra i molti esempi possibili ecco dunque il poeta nel Sonetto 81 promettere al destinatario una sopravvivenza ad onta della morte e del tempo, perché le poesie che gli dedica immortaleranno la sua bellezza. La tomba del ragazzo sarà negli occhi degli uomini che leggeranno quei versi, lo saranno i versi stessi a lui dedicati:

Sia ch'io viva a dettare il tuo epitaffio,
sia che tu sopravviva mentre io marcirò in terra,
non potrà morte di qui sradicar la tua memoria,
pur quando ogni mio merito sarà dimenticato.
Di qui il tuo nome trarrà vita immortale,
anche s'io debba, morto, non lasciar più ricordo,
la terra a me darà sol la fossa comune,
mentre tu avrai tomba degli uomini negli occhi.
Tuo sepolcro saranno i miei versi soavi,
che occhi non ancor nati leggeranno,
e le lingue future parleran del tuo essere,
quando tutti che in questo mondo respirano saranno morti,
tu continuerai a vivere (tal virtù ha la mia penna)
là dove l'alito vitale spira: sulle bocche degli uomini.

Ed ecco ancora il poeta, che all'epoca era fra i trenta e i quarant'anni, fingersi nel celebre Sonetto 73 un anziano prossimo alla morte: il sentimento dell'autunno della vita gli detta una dichiarazione, anzi una richiesta d'amore che proprio la precaria fragilità dell'esistenza rende più ardente:

Contempla in me quell'epoca dell'anno
Quando foglie ingiallite, poche o nessuna, pendono.
Da quei rami tremanti contro il freddo,
nudi cori in rovina, ove dolci cantarono gli uccelli.
Tu vedi in me il crepuscolo di un giorno,
quale dopo il tramonto svanisce all'occidente,
subito avvolto dalla notte nera,
gemella della morte, che tutto sigilla nel riposo.
Tu vedi in me il languire di quel fuoco,
che aleggia sulle ceneri della propria giovinezza,
come sul letto di morte su cui dovrà spirare,
consunto da ciò che già fu suo alimento.
Questo tu vedi, che fa il tuo amore più forte,
a degnamente amare chi presto ti verrà meno.
 
Franco Bergamasco

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