Ancora sulla morte violenta

La strage di Erba

Non so quanti fra coloro che hanno appreso la notizia della strage di Erba siano rimasti indifferenti alle cronache di questi giorni. Pochi o molti che siano quelli non coinvolti emotivamente, essi vi sono riusciti perché l'accaduto "non riguarda" né "appartiene" loro. Vuol dire che, di fronte ai fatti, costoro non sentono compassione né per le vittime, né per se stessi (vittime della notizia straziante della strage). Non c'è da meravigliarsi che ciò possa accadere a tanti, i tanti che hanno impostato la propria vita sul principio oggettivo per cui "si vive meglio se non si hanno disgrazie e se non ci si fa toccare dalle disgrazie altrui".
È certo, però, che moltissimi sono stati "colpiti" dalla strage di Erba perché una delle vittime è un bambino. Ma possono essere stati "non-indifferenti" (cioè aver avuto compassione per il bambino) o "interessati personalmente" (cioè aver avuto compassione per se stessi dovendo "prendere atto" che i propri bambini possono essere uccisi); o, contemporaneamente, "non-indifferenti" e "interessati personalmente". Significa che la morte del bambino di Erba può aver colpito perché è la morte di un bambino (chiunque esso sia) o perché al suo posto avrebbe potuto esserci il nostro bambino.
Credo che la maggior parte delle persone sia stata colpita per entrambi i motivi, poiché la strage di Erba è un evento che contemporaneamente "ci riguarda" e "ci appartiene". Lo testimonia ciò che molti dicono: "sento il bisogno di parlarne, ma quando ne parlo ho più paura". L'evento ti parla chiunque tu sia, ma ti fa sentire insicuro nei confronti della vita di tuo figlio.
Ci sono poi, e se ne parla meno, coloro che sentono la strage di Erba come un qualcosa che riguarda e appartiene loro perché si rispecchiano nell'odio dei carnefici e temono di poter essere capaci di uccidere come questi hanno fatto.
Non credo si tratti, come ha sostenuto Galimberti in un articolo pubblicato sul quotidiano "la Repubblica", di una mancanza di "sentimento" (il sentimento che fa distinguere il bene dal male e al quale oggi, diversamente da una volta, non si verrebbe educati), poiché chi uccide lo fa perché non "sente" che è male, ma perché vuole il male di un altro e lo sente come "male" mentre lo fa! Da che mondo è mondo "uccidere" un altro è un mezzo "efficace" per allontanare il male da sé. Non è tanto non sentire il male come tale che fa uccidere, quanto convincersi che l'unico modo per allontanare il male da sé sia fare il male di chi è portatore di questo male, cioè fare il male del nemico!
Se vogliamo che il comandamento "non uccidere" non sia pura predicazione (come continua ad essere per gran parte dell'Umanità), dobbiamo sconfiggere il meccanismo attraverso il quale l'altro diventa un "nemico". Le vittime della strage di Erba sono diventate nel corso degli anni "nemici" dei propri carnefici. E possiamo immaginare come, se ci riferiamo all'esperienza che tutti noi abbiamo sulle piccole violenze della vita quotidiana nelle situazioni di convivenza forzata (ad esempio nei condomini).
In una famiglia con bambini bisogna accogliere il chiasso, in una famiglia senza figli il chiasso può essere insopportabile. Si dirà: tanto da arrivare ad uccidere il bambino che fa chiasso? Sì, se si considera quali effetti può avere su una mente il chiasso insopportabile di un bambino allorché dura per anni!
Si badi bene: non è solo la mente degli estranei che quando non sopporta qualcosa finisce per considerare "nemica" la persona di chi provoca l'insopportabilità. Quante sono infatti le madri che uccidono i propri figli perché alla fine di un periodo sconvolgente non li sopportano più?
Ma chi ci aiuta a "sopportare" quando ci troviamo a vivere obbligatoriamente in una situazione di insopportabilità?
La nostra cultura tende a gestire in termini di regole convenzionali la violenza quotidiana che siamo obbligati a sopportare. Se vivi in un condominio per te insopportabile puoi solo fare causa allo stesso (a proposito, vittime e carnefici di Erba avevano un processo in corso), e da quel momento invece che venirvi incontro per appianare il contrasto siete controparti che tendono a vincere una guerra. Niente e nessuno ti aiuta a sopportare ciò che devi sopportare: significherebbe dare ragione al nemico!
Ma cos'è che può indurre a sopportare qualcosa che fa soffrire in un mondo in cui vige il principio per cui "ogni sofferenza è inutile e va evitata ad ogni costo"?
Il "potere" di sopportare può essere nuovamente scoperto dall'Umanità di oggi se essa viene aiutata a non "personalizzare" sempre tutto, cioè a distinguere tra ciò che "ci riguarda e ci appartiene" e ciò che "ci riguarda e non ci appartiene". Ad esempio, il pianto (o il chiasso) di un bambino ci riguarda perché ci può far male, ma non ci appartiene: il bambino che piange e fa chiasso ha diritto di piangere e di far chiasso (sia che sia il nostro bambino, sia che sia il bambino di un altro) e non possiamo giudicarlo un male solo perché ci fa star male. Resta il fatto che ci fa star male, ma se teniamo fermo il fatto che ci riguarda e non ci appartiene (e cioè che il fatto che ci faccia star male è un problema solo nostro) potremo scegliere una strada meno difensiva: chiedere aiuto per stare meglio. Nel caso della strage di Erba, se i carnefici avessero riconosciuto coi parenti del piccolo che hanno poi trucidato che il suo pianto era un "loro" problema e sulla base di questo riconoscimento avessero chiesto aiuto, i genitori non avrebbero "difeso" (come presumibilmente hanno fatto) il diritto di piangere del bambino; avrebbero mostrato comprensione per il "disturbo" dato ai vicini e questa comprensione avrebbe innescato un meccanismo virtuoso per cui difficilmente avrebbero potuto diventare "nemici".
Invece i carnefici avevano pregiudizi nei confronti delle vittime o forse erano invidiosi di loro, e il disturbo del bambino (o del camminare con i tacchi alti) può essere diventato un modo per esprimere in forma distorta questi pregiudizi. Anche le vittime, probabilmente, hanno interpretato le lamentele alla stregua di problemi di persone già ostili, hanno reagito "difensivamente" e non hanno certo favorito l'ammissione da parte dei vicini di ciò che del problema era solo appartenente a loro (alla loro vita e alle loro idiosincrasie). Sono così diventati nel tempo inevitabilmente nemici, con l'unica risorsa di farsi una guerra lecita, quella giudiziaria. E senza via d'uscita, dato che nessun rappresentante della cosiddetta "legge" si sarà mai preso la briga di mettere pace.
In conclusione la strage di Erba evidenzia ancora una volta che noi tutti siamo sempre responsabili ("ci riguarda anche se non ci appartiene") della morte violenta per mano di qualcuno perché non facciamo alcunché per togliere terreno alla guerra e per fare scoppiare la pace.
 
Francesco Campione


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