JOHANN SEBASTIAN BACH, MATTHÄUS-PASSION

"E A TE NEL SEPOLCRO DICIAMO: RIPOSA IN PACE!"

Qualcuno disse che in fondo sono solo due le più grandi storie che mai si siano raccontate, e infinitamente riprese e commentate: quella di un uomo che dopo una lunghissima guerra affronta uno sterminato e avventuroso viaggio prima di poter tornare a casa, nella sua piccola isola greca, e quella di un Dio che si abbassa ad assumere sembianze e debolezza umana per morire ignominiosamente su una croce e offrire agli uomini la salvezza.

La grande musica dell'occidente cristiano non ha mancato di narrare con i suoi mezzi la seconda di queste storie, e ne è nato, in almeno un caso, un capolavoro assoluto.

Fin dai primi secoli della Chiesa nell'ambito delle funzioni liturgiche della settimana santa venne cantata la Passione, cioè il racconto evangelico della morte di Cristo. Ciò avvenne in svariate forme, dalla semplice recitazione del testo in stile di canto gregoriano, a forme rappresentative più drammaturgiche, con l'intervento di più personaggi; con l'immissione poi, variamente strutturata, di cori, accompagnamenti strumentali, e sezioni di testo non più solo evangelico ma appositamente compilato.

All'epoca di Johann Sebastian Bach (1685 / 1750) si impose la forma musicale detta Passione - Oratorio, in cui la recitazione cantata del testo evangelico (in tedesco) si alternava a grandi corali ispirati alla tradizione liturgica luterana e ad arie solistiche su testi originali, che ad essa fornivano una sorta di commento spirituale.

Bach fu probabilmente consapevole di aver raggiunto con la Passione secondo san Matteo (1726 - 1727) un vertice della sua arte. Ne è indizio forse il fatto, piuttosto raro, che volle redigerne personalmente dopo il 1740 una accuratissima "bella copia" manoscritta, come ad assicurarne la trasmissione ai posteri in una versione sicura e corretta. Si tratta in effetti di uno dei capolavori della musica in assoluto, nonché della musica sacra in generale e di quella luterana in particolare. Lo testimonia il sapiente, miracoloso equilibrio tra la complessità inesauribile della dottrina musicale che vi è profusa a piene mani ad ogni pagina e la profondità e la commossa spontaneità del sentimento religioso che altrettanto continuamente l'ascoltatore percepisce.

Si trascorre così dal nudo, purissimo canto in stile recitativo del testo evangelico, affidato per lo più ad un tenore che impersona appunto l'Evangelista, ai grandi corali che danno voce alla reazione commossa della comunità cristiana al racconto della passione, alle arie in cui la meditazione pietosa è affidata al canto di singoli personaggi, quali ad esempio Maria Maddalena o san Pietro.

E il medesimo ascoltatore, per quante volte già abbia udito l'opera, ancora trasalirà nel constatare come la mistica aureola sonora del quartetto d'archi, che sempre circonda la voce di Gesù (interpretata da un basso), taccia nel momento in cui Egli sulla croce, in procinto di morire, esprime l'umanissimo timore di essere abbandonato dal Padre.

 
Franco Bergamasco

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