SATYRICON

Non abbiamo la certezza assoluta che l'autore del Satyricon sia il Petronio di cui ci parla lo storico Tacito: un esponente dell'alta classe dirigente romana che dà varie prove di serietà e capacità di comando, ma diventa famoso soprattutto per l'inarrivabile eleganza e disinvoltura con cui, nell'entourage di Nerone, accosta bizzarria e signorilità, raffinatezza e dissipazione; l'imperatore lo considera in questo arbitro e maestro, prima di decretarne la morte accusandolo di partecipazione ad una congiura.


Quello che è certo è che il Satyricon è un capolavoro tanto stupefacente quanto unico. I lunghi frammenti che ci sono rimasti ci fanno seguire parte delle peripezie svariate (ma per lo più nei bassifondi, e a sfondo erotico) di Encolpio, un giovane studente colto, spregiudicato, spiantato, che le narra in prima persona, e dei suoi amici.
Ma il più lungo e importante dei frammenti è il resoconto che Encolpio dà - ironico, allibito, esilarato - di un incredibile banchetto offerto da Trimalcione, un ex schiavo mostruosamente arricchito. È una grande occasione per descrivere un ambiente in cui si mescolano, a livelli madornali, sfarzo e volgarità, ignoranza crassa, mezza cultura orecchiata e spocchia da parvenu. Ed è anzitutto qui che vengono in primo piano, in varie occasioni, tematiche che possono ben dirsi 'funebri', ma sempre in un clima di irrisione grottesca.


Ad un certo punto della cena Trimalcione, seguendo una moda egiziana, si fa portare in tavola uno scheletro d'argento, una sorta di marionetta articolabile in varie pose; la fa cadere un paio di volte sulla mensa e si esibisce nel ruolo del sapiente commentando meditabondo: "oh, noi miseri omiciattoli, il niente che siamo!", ispirando anche ad altri commensali scombiccherate considerazioni sulla caducità della vita.
Ma questo è solo un accenno: più tardi, verso la fine della cena, il padrone di casa, intontito dal vino, si abbandona ad una vera e propria ossessione mortuaria e impone a tutti i commensali la lettura del proprio testamento e una lunga discussione sul progetto della sua faraonica e assurda tomba: provvista di custode per evitare che qualcuno vada a defecarvi sopra, essa sarà sovraccarica di sculture e fregi: il cane, la moglie, il favorito, "molte navi a vele spiegate, me seduto in tribunale con anelli d'oro alle dita e nell'atto di dare denaro al popolino", e così via, in un delirio megalomane che prevede che il sepolcro sia circondato da un orto, un frutteto e un vigneto, e che, soprattutto, rechi questo avviso: "questo sepolcro non passa agli eredi".
Ma non basta: più tardi, completamente ubriaco, si fa portare gli abiti funebri e, disteso su dei cuscini, dà istruzioni a schiavi e collaboratori e fa mettere in scena a beneficio degli invitati il proprio funerale, con tanto di marcia funebre: ma i corni strombazzano talmente forte che i vigili del fuoco, credendo di aver sentito l'allarme per un incendio, irrompono travolgendo nel caos la grottesca fantasia funebre e determinando la conclusione farsesca dell'episodio.


Il tema compare, ma in forme diverse, anche fuori dall'episodio della cena di Trimalcione, in particolare quando il vecchio depravato poeta Eumolpo, intervenendo in una conversazione sul tema dell'incostanza femminile, narra la storia licenziosa e ironica della "matrona di Efeso": una vedova inconsolabile si installa nella cripta dov'è sepolto il marito a digiunare e piangere per giorni; un soldato, di guardia ai cadaveri di certi ladri crocifissi nei paraggi, prima la convince a rimettersi a mangiare e poi la seduce vittoriosamente; quando, durante una delle sue assenze, uno dei cadaveri viene sottratto, la sorte della sentinella negligente è segnata, ma la vedova, ormai fin troppo consolata, per salvare l'amante non esita a far riesumare il cadavere del marito e ad esporlo alla peggiore delle infamie appendendolo alla croce rimasta pericolosamente libera.


Facciamo un salto nel tempo: i duemila anni che separano l'epoca di Nerone (morto nel 68 d.C.) dal 1973, l'anno in cui Bruno Maderna, uno dei massimi protagonisti dell'avanguardia musicale europea del secondo dopoguerra, dirige, un anno prima della sua morte, la prima di una sua breve opera, il Satyricon appunto.
È sorprendente verificare quanto le più ardite e inconvenzionali sperimentazioni sonore del secondo Novecento si adattino bene a quel testo antichissimo, facendolo inaspettatamente rivivere in forma teatrale (ma c'era stato il precedente del film di Fellini ad aprire in qualche modo la strada); è curioso constatare come, nella ridotta scelta di episodi narrativi operata da Maderna, trovino posto, e con grande evidenza, proprio due di quelli 'funebri' qui sopra menzionati: il testamento e il progetto del sepolcro di Trimalcione e la storia della matrona di Efeso, risolti entrambi con la tecnica della mescolanza più imprevedibile di stili e procedimenti, incluso quello della citazione ironica della musica del passato, ad esempio il canto gregoriano.
 
Franco Bergamasco

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