Alla Certosa di Bologna

Rivivono i sepolcri monumentali

Da poco tempo sono terminati i lavori di restauro che hanno portato agli antichi splendori nove sepolcri monumentali del cimitero della Certosa. Gli interventi, promossi dall'ufficio Nuove Istituzioni Museali del Comune, sono stati realizzati grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna.
Il recupero del patrimonio storico-artistico conservato nel cimitero felsineo è iniziato tre anni fa e ha finora interessato le tombe Uttini e Ferreris di Giovanni Putti e la tomba Salaroli, dipinta da Gaetano Caponeri e Giuseppe Tadolini.
In una prima fase i manufatti sono stati riconcessi a singole famiglie, poi si è pensato anche alla riconversione di una parte delle tombe interessate in ossari multipli, in modo da abbattere il costo della concessione che viene suddiviso tra più soggetti. Si garantisce così l'obiettivo del recupero e, allo stesso tempo, si risponde alle esigenze cimiteriali di oggi focalizzate su ossari e cinerari, data la crescita della cremazione.
Il nuovo ossario-cinerario della Tomba Garatoni darà la possibilità ai nuovi concessionari di avere la propria sepoltura dentro un capolavoro d'arte. È prevista la possibilità di contenere fino ad un massimo di 72 posti, indistintamente con cellette per resti ossei o per urne cinerarie.
Questi i nove sepolcri restaurati e le relative specifiche tecniche-commerciali.

Tomba a Nicola Orsi, dipinta da Antonio Basoli, 1803

Chiostro III, porticato sud, arco n. 9
In fase di vendita
Restauro: Leonardo srl

Tomba a Tarsizio Rivieri Folesani, dipinta da Flaminio Minozzi, 1801

Chiostro III, porticato sud, arco n. 20
Disponibile
Restauro: Leonardo srl

Tomba a Vincenzo Martinelli, dipinta da Pietro Fancelli e Luigi Busatti, 1807

Chiostro III, porticato sud, arco n. 28
Proprietà del Comune di Bologna
Restauro: Lucia Vanghi

Tomba a Gaspare Garatoni, scultura di Gicomo De Maria, 1817 circa

Chiostro III, porticato est, arco n. 36
Ossario - cinerario
Restauro: Lucia Vanghi

Tomba a Pietro Magenta, progetto di Antonio Cipolla e sculture di Giovanni Battista Lombardi, 1863

Chiostro III, porticato nord, arco n. 59
Donata al Prefetto Pietro Magenta dal Comune di Bologna
Restauro: CRC Restauri

Tomba Lolli, dipinta da Giuseppe Muzzarelli e Luigi Bendini, 1816

Chiostro III, porticato ovest, arco n. 100
Restauro: Lucia Vanghi
In fase di vendita

Tomba Livizzani, di Vincenzo Leonardi e sculture di Giacomo De Maria, 1812 circa
Chiostro III, porticato ovest, arco n. 102
Disponibile a nuova concessione
Restauro: Lucia Vanghi

Tomba a Giuseppe Pacchioni, scultura di Alfredo Neri, 1887

Chiostro VII, porticato sud, cripta n. 116
Proprietà del Comune di Bologna
Restauro: CRC Restauri

Tomba a Giovanni Battista Ercolani, scultura di Diego Sarti (?), 1888

Sala del Colombario, pozzetto n. 904
Proprietà del Comune di Bologna
Restauro: Lambertini Restauri


MONUMENTO A NICOLA ORSI
Il monumento è dedicato al conte Ercole Orsi (1721 - 1803), figlio di Nicolò ed ultimo erede di una tra le più antiche famiglie nobiliari bolognesi. Grande bibliofilo e collezionista di stampe relative alla storia bolognese, ricoprì anche numerosi incarichi nelle magistrature e nell'esercito pontificio. Il dipinto commemorativo rappresenta un sarcofago posto sotto una finta arcata al di là del quale si intravede un paesaggio boschivo disseminato di monumenti antichi quali obelischi e steli egizie, sarcofagi medievali e un'urna cineraria posta su una colonna greca. Il sarcofago è arricchito dalla raffigurazione di cigni, elmi e strumenti musicali. Alla sua sommità sono accovacciate due civette. Quest'opera è considerata una delle più importanti tra le tombe dipinte conservate in Certosa. La lapide ha inciso un testo che, come consuetudine, è in latino e che tradotta recita: "Amalia, Vergine Domenicana, fece costruire all'amatissimo padre Ercole Orsi, figlio di Nicola, ultimo della sua antichissima famiglia, il quale visse 82 anni, 9 mesi e 23 giorni. Morì il giorno prima delle idi di agosto, nell'anno del Signore 1803, secondo della Repubblica Italiana".

Antonio Basoli
(Castelguelfo, 1774 - Bologna, 1848).
Figura di spicco della pittura neoclassica bolognese. Scenografo, decoratore e pittore, dopo una iniziale attività presso la bottega del padre, nel 1786 inizia gli studi presso l'Accademia Clementina, che terminerà nel 1794. Successivamente intraprese un proprio autonomo percorso, imponendosi fin dall'inizio come uno dei più quotati decoratori di stanze delle residenze dell'aristocrazia bolognese. Nel contempo proseguì una vasta attività come ornatista teatrale, con commissioni per i principali teatri bolognesi, romagnoli e marchigiani. Nel 1803 inizia la sua carriera come docente di ornato presso l'Accademia di Bologna, attività che terminerà solo con la sua morte. Artista molto legato al territorio, scelse raramente di allontanarsene, ma nel contempo svolse una vasta divulgazione delle proprie opere attraverso le stampe che vennero affidate ai fratelli e agli allievi. Le sue incisioni ebbero una fortuna internazionale ed a tutt'oggi sono tra le opere grafiche più ricercate dell'800 italiano. Questa scelta, tutta proiettata in ambito locale, non fu quindi un limite per la sua carriera artistica, anzi raccolse gli onori delle principali Accademie italiane e una crescente stima dei bolognesi, testimoniata dalle innumerevoli commissioni di alto prestigio per decorare e per abbellire le residenze della nobiltà e della nascente borghesia cittadina.



MONUMENTO A TARSIZIO RIVIERI FOLESANI
Il monumento è dedicato a Tarsizio Rivieri Folesani (Bologna, 1758 - 1801), docente di Anatomia e Ostetricia presso l'università bolognese e allievo di Gaetano Uttini, anatomo-patologo e poi Rettore per lo stesso ateneo. Vasta fu la sua attività specialistica e tale fu la fama raggiunta in città che la Commissione di Sanità, di cui Tarsizio Rivieri faceva parte, volle commemorarlo facendo erigere il monumento nel Cimitero, inaugurato appena un mese prima proprio su loro decisione. Rivieri tenne cattedra nello Studio bolognese dal 1785 al 1799, ove insegnò medicina riscuotendo grande successo, tanto da mettere in stampa le sue lezioni anatomiche che teneva all'Archiginnasio.
Il dipinto fu così il primo monumento funebre del Cimitero e raffigura una tomba in stile egizio a forma di piramide. La porta del sacello è occupata dalla lapide e sulla sommità viene rappresentata la Medicina. La tomba è inserita in uno spazio aperto ove sullo sfondo sono visibili file di cipressi. Quest'opera è il primo monumento realizzato per il cimitero pubblico, inaugurato il 15 aprile 1801, e divenne uno dei modelli per le realizzazioni successive effettuate con la stessa tecnica esecutiva.
La lapide ha inciso un testo che come di consuetudine è in latino e che tradotto recita: "A Tarsizio Rivieri, eletto nel Collegio dei filosofi e dei medici, membro del Collegio Benedettino e del Collegio Vittoriano torinese, medico chirurgo dell'Ospedale Maggiore (....) trasmesse pubblicamente l'anatomia, la chirurgia, l'arte ostetricia. Uomo di gran scienza e molto eloquente, nato per insegnare, visse 41 anni. Morì il 20 maggio 1801 (...) per i suoi meriti, posero".

Flaminio Minozzi
(Bologna, 1735 - 1817).
Tutta la sua attività artistica fu rivolta verso la decorazione di quadratura e la pittura d'architettura, mentre più raramente si dedicò alla realizzazione di apparati effimeri. Dopo un iniziale tirocinio presso la bottega del padre e di Carlo Sicinio Galli Bibiena, nel 1765 effettuò il canonico viaggio di studio a Roma. Al ritorno iniziò la propria attività di decoratore che gli valse sempre più numerose e qualificate commissioni pubbliche e private tali da fargli ricevere nel 1778 il titolo di Principe dell'Accademia Clementina. Tutta la sua attività si svolse nell'ambito del territorio bolognese e solo di rado operò al di fuori di esso. Del suo vasto repertorio di decorazioni si segnalano le opere realizzate nei palazzi Hercolani e Malvasia, nonché per il Palazzo Arcivescovile. Altre opere di rilievo sono ancora visibili a Forlì. Nella Certosa di Bologna interviene tra il 1801 e il 1814 in almeno tre monumenti: quelli a Tarsizio Rivieri, a Giulio Cesare Cingari e a Carolina Baldi Comi.



MONUMENTO A VINCENZO MARTINELLI
Sulla lapide del basamento è posta l'iscrizione: "Vincentio Martinello/ab actis academiae clementinae/sodali regio binisartibus excolendis/egionum pingendarum suos inter aequales scientissimo viro ingenii acerrimi/ morum suavissimorum pietatis singularis/... /sodales et amici poserunt". Vincenzo Martinelli (Bologna, 1737 - 1807) fu sicuramente uno dei pittori di paesaggio più noti e attivi a Bologna tra Sette e Ottocento. Il suo intervento fu richiesto anche al di fuori del territorio bolognese, sintomo del prestigio raggiunto dall'artista. La sua produzione di tempere su tela fu vastissima e volta a ornare le residenze delle famiglie più illustri della città. Fu anche pittore scenografo e tra le opere ad affresco realizzate a Bologna si segnala la stanza "alla boschereccia" collocata nell'appartamento del Legato, ora sede delle Collezioni Comunali d'Arte. Nei musei bolognesi si conserva un vasto repertorio dei suoi quadri di medio, piccolo e grande formato, spesso realizzati con la tecnica della tempera anziché ad olio. Molte opere sono poi presenti anche in mani private, sintomo del continuo gradimento da parte dei bolognesi.
La tomba fu dunque collocata nel Chiostro III dalla municipalità di Bologna, che ne assunse le spese. È un significativo esempio di tomba dipinta, unicum europeo della Certosa e realizzata nel primo ventennio dell'ottocento. Pietro Fancelli sceglie di rappresentare la Pittura, una donna vestita all'antica e distesa su un letto tricliniare, che osserva un genio intento ad incoronare il ritratto del pittore defunto. Il tutto è immerso in un paesaggio evocativo dei temi prediletti da Martinelli, in cui si intravedono nella distanza le due torri, simbolo della città.

Luigi Busatti (Bologna, 1763 - 1821).
Figlio di Giovanni Battista e Giovanna Balletti, si sposerà con Affligher Rosa. Tra i più significativi pittori di paesaggio e ornato attivi a Bologna, compie il proprio apprendistato con Vincenzo Martinelli. Non è quindi un caso se realizzerà insieme a Pietro Fancelli, nel 1807, il monumento dedicato al proprio maestro e dipinto nel Cimitero della Certosa. Il nostro era ben presente nel circolo accademico bolognese tant'è che nel 1803 risulta insegnare al corso di pittura dell'Accademia di Belle Arti e dopo la morte del Martinelli collaborerà alacremente con altri artisti alla decorazione dei palazzi bolognesi. Partecipa al grande cantiere di Palazzo Hercolani dove tra il 1802 e il 1803 dipinge la parte paesaggistica della Sala dei Poeti, insieme a Serafino Barozzi e Giovan Battista Frulli. Lavoro complessivamente lodato come egregiamente dipinto da Girolamo Bianconi nella sua Guida. Al 1812 circa risale il secondo intervento per il Cimitero della Certosa, ove insieme a Giuseppe Guizzardi dipinge la memoria di Rosalia Velluti Zati. Opera purtroppo perduta, ma riprodotta in tutte le guide ottocentesche e nel volume di disegni acquerellati di Petronio Ricci. Sempre il Bianconi ci segnala come "Busatti Luigi, imparò con profitto da Vincenzo Martinelli, e le sue operazioni sono molto lodate. Morì il 30 giugno del 1821, d'anni 58". L'artista è sepolto alla Certosa di Bologna, nel pozzetto 39 del Chiostro Maggiore.

Pietro Fancelli
(Bologna, 1764 - Pesaro, 1850).
Figlio di Petronio, apprenderà i rudimenti della pittura nell'atelier di Ludovico Gallina a Venezia, città in cui si trasferisce seguendo il padre. Rientrato a Bologna frequenta con successo l'Accademia bolognese, ove vince diversi premi tra cui il prestigioso Premio Curlandese nel 1791. Il quadro è oggi conservato nelle Collezioni Comunali d'Arte. Le riconosciute capacità artistiche gli valsero la possibilità di insegnare a lungo nell'Accademia e di ricevere un grande numero di commissioni sia in città che in Emilia e ad Ascoli. Fu un artista versatile; infatti realizzerà opere da cavalletto e ad affresco di piccolo e grande formato, sia di carattere religioso che laico. Si affiancherà spesso al pittore paesista Vincenzo Martinelli nell'esecuzione delle parti di figura all'interno dei suoi dipinti e non è quindi un caso se viene poi chiamato a dipingerne il monumento funebre. Il suo contributo all'abbellimento del cimitero cittadino fu considerevole poiché viene chiamato nell'esecuzione di almeno quindici monumenti dipinti.



MONUMENTO A GASPARE GARATONI
La memoria dedicata ad uno dei latinisti più famosi dell'epoca viene realizzata in un momento stilistico di transizione. I primi venti anni dell'800 vedranno la Certosa ornata da monumenti dipinti, i quali però avevano il grave difetto di deteriorarsi velocemente. A partire dagli anni venti si assisterà ad una incisiva presenza di monumenti scultorei, sia per un cambiamento culturale in senso pienamente neoclassico, sia per il controllo sui progetti dell'Accademia delle Belle Arti. Controllo che consentiva l'assegnazione dei lavori ai suoi artisti. Non è dunque un caso se per il monumento Garatoni il ritratto viene realizzato da Giacomo De Maria, uno degli artisti più in voga dell'epoca e figura di primissimo piano all'interno dell'Accademia. Purtroppo allo stato attuale degli studi non è possibile individuare l'architetto che ha disegnato il sobrio monumento. Opera però che nell'inserimento del busto in una corona di alloro cita intelligentemente le imago clipeate romane, dandoci un omaggio ‘filologico' al defunto.
Garatoni fu uno degli intellettuali più significativi della scena culturale bolognese tra sette e ottocento. Nasce a Ravenna nel 1743 ma già a tredici anni si trasferisce a Roma per poter studiare letteratura. Nella città capitolina venne nominato curatore della biblioteca familiare dei Barberini e nel 1777 pubblicò le sue ricerche in una impegnativa serie di sette volumi che riscossero un successo europeo. Con gli sconvolgimenti dell'epoca napoleonica si spostò a Bologna ove proseguirà i suoi studi sulle opere di Cicerone. Nel corso di questi anni divenne uno dei latinisti più conosciuti d'Italia, in particolare per la profondissima conoscenza di Cicerone che studiava fin dalla tenera età. Alla sua morte, avvenuta il 13 febbraio 1817, volle che tutto il suo patrimonio letterario confluisse nella biblioteca della sua città natale, Ravenna.

Giacomo De Maria
(Bologna, 1762 -1838).
Si forma a Bologna, presso l'Accademia Clementina, dove segue le lezioni di Domenico Piò, uno scultore ancora di gusto barocco, figlio del più celebre Angelo Gabriello. Il suo talento naturale lo fa immediatamente distinguere tra gli altri studenti, portandolo a conquistare in breve tempo numerosi premi per la frequenza e per la qualità esecutiva. Nel 1787 De Maria si trasferisce a Roma per un breve soggiorno di studio che gli permetterà di prendere diretta visione delle opere conservate nella più importanti raccolte gentilizie di antichità e di visitare i siti archeologici. In questo periodo ha modo di conoscere Antonio Canova che emergeva già nell'ambiente romano come uno degli scultori più dotati. Richiamato a Bologna per l'aggregazione all'Accademia Clementina lo scultore ritorna da Roma preceduto da un'aura di celebrità che lo definisce immediatamente come allievo di Canova. La fine del Settecento lo vede impegnato in diversi cantieri dove si esprime in un linguaggio misto di novità neoclassiche e persistenze barocche (rilievi per il palazzo Pietramellara, Sacra Famiglia per il portico di Palazzo Tanara, decorazioni in parte perdute per la villa Zambeccari al Martignone). Il passaggio più deciso al neoclassicismo si avrà nell'impegnativa impresa di palazzo Hercolani, dove a De Maria sono affidate le decorazioni plastiche dell'imponente scalone e delle nicchie degli atri, oltre a quelle perdute per il giardino all'inglese.
Nel 1804 viene nominato professore di scultura della Accademia di Belle Arti che con l'avvento di Napoleone aveva sostituito la Clementina, posizione che terrà fino al 1831, formando varie generazioni di artisti. L'età napoleonica vede De Maria particolarmente attivo, a Bologna e altrove. Partecipa alla ristrutturazione del palazzo comunale eseguendo due delle cinque statue allegoriche nelle nicchie della Galleria Vidoniana e due bassorilievi con episodi di storia romana (1797-8). Tra il 1811 e il 1816 fa parte del gruppo di artisti impegnati nella costruzione della villa di Antonio Aldini sul colle dell'Osservanza per cui idea il frontone con il tema dell'Olimpo, poi ripreso con il motivo di Apollo e le muse per il teatro municipale di Ancona. Dal 1804 è anche attivo presso il cimitero comunale della Certosa dove realizza numerose tombe di diverso materiale e fomato. La più significativa è quella Caprara, scolpita in marmo, rara eccezione nel panorama bolognese di questi anni in cui prevalgono i materiali plasmabili, come lo stucco e la terracotta. Qui si esibisce nel virtuosistico panneggio che vela l'Eternità seduta, ripresa da altri scultori in monumenti successivi, spia evidente di una precisa richiesta della committenza. La sua esperienza di "scultore della memoria" lo porterà a realizzare tombe anche per la Certosa di Ferrara e per il Tempio Malatestiano di Rimini, oltre che monumenti commemorativi all'interno di Palazzo Poggi, a Bologna, o dell'Accademia di Belle Arti di Bologna per cui esegue, subentrando a Giacomo Rossi, il monumento al duca di Curlandia, su disegno di Angelo Venturoli. Muore a Bologna nel 1838 ed è sepolto alla Certosa, nel Chiostro Maggiore.



MONUMENTO A PIETRO MAGENTA
Sulla lapide del basamento è posta l'iscrizione: "A Pietro Magenta/commendatore Mauriziano giureconsulto/reggitore di province prudente solerte giusto/morto per caduta fra burroni alpini./Bologna/con mesta pompa qui traslata la spoglia di sì/benemerito prefetto che in pochi mesi da torme/la fè sicura./Questo monumento innalzava per cura e spesa/della Provincia, del Municipio e dei Cittadini/durevole segno di affetto/gratitudine onoranza/n. in Gambolo il V gennaio MDCCCVII/m. in Andermatt il XVIII luglio MDCCCLXII". Pietro Magenta (Gambolò, Pavia, 1807 - Andermatt 1862), nominato Prefetto di Bologna il 17 novembre 1861, vantava una lunga e brillante carriera alle spalle, iniziata nel 1838 in qualità di Sotto Intendente di Oneglia, poi di Ivrea e quindi di Genova; nel 1843 assumeva il ruolo di Consigliere d'Intendenza a Novara, poi a Genova ed infine nel 1847 l'incarico di Intendente di La Spezia, proprio negli anni in cui la provincia si trovava tra il triumvirato rivoluzionario e la dittatura toscana. Nel 1849 veniva nominato Intendente a Casale e subito riusciva a sedare i disordini che da tempo erano sorti nella provincia, tanto che per l'avvedutezza e l'efficacia delle sue riforme, gli venne conferito il titolo di Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro. Nel 1852 assumeva il ruolo di Intendente Generale di Cagliari e nel 1856 di Chambery (Savoia) e fu proprio grazie a questo incarico che riuscì a mettere in luce maggiormente i talenti di cui era dotato, apportando alla provincia innovazioni e miglioramenti, soprattutto rivolti all'istruzione delle classi subalterne e all'edilizia stradale, acquistandosi l'amicizia di Cavour che, di lì a poco, in nome di Sua Maestà, lo insigniva del successivo titolo di Commendatore dei SS. Maurizio e Lazzaro. Nel 1860 accettava l'ufficio di Vice Governatore di Genova, affiancando l'allora Governatore conte Porro che presto si dimetteva dall'incarico lasciando il Magenta a capo della città, proprio nel periodo in cui si stava preparando la Spedizione dei Mille. Con grandi doti diplomatiche e supportato da profondi sentimenti liberali il Vice Governatore svolse, nell'ombra, un ruolo determinante per l'attuazione e il successo dell'impresa riuscendo ad interpretare ed assecondare la visione politica di Cavour e, nello stesso tempo, anche quella di Garibaldi. Le fonti bibliografiche sul personaggio riportano una frase detta dallo stesso Magenta a seguito del successo della spedizione che aggiunge particolari a fatti ed eventi di quel periodo: "Solo il conte di Cavour ed io potremmo far l'istoria della partecipazione del Governo a quella impresa!".  La permanenza di Pietro Magenta a Genova non si protrasse per molto tempo perché il Ministro Ricasoli, il 17 novembre 1861, deliberava il suo trasferimento a Bologna, nominandolo Prefetto. Alle numerose istanze da parte della Deputazione e del Consiglio provinciale genovese, perché il Magenta rimanesse nella città marittima, il Governo rispondeva che Bologna aveva bisogno di un intervento immediato e risoluto che riportasse la sicurezza pubblica. In breve tempo il nuovo Prefetto si attivava a ricostruire la Giunta Municipale, organizzava la Guardia Nazionale e dopo aver compilato un Libro dei Sospetti, inserendo in esso i nomi di coloro che negli ultimi vent'anni erano stati processati, organizzò la singola sorveglianza di ognuno di loro. Nella città, dopo poco, fu ristabilita la quiete e la sicurezza e i Bolognesi iniziarono ad apprezzarne l'avvedutezza, l'esperienza e la semplicità, tributandogli grandi dimostrazioni di gratitudine. Nel luglio del 1862 il Prefetto decideva di intraprendere un viaggio in Germania, in Prussia, in Belgio, in Francia e quindi in Inghilterra per approfondire lo studio dell'amministrazione che caratterizzava gli Stati d'Oltralpe. All'alba del 16 luglio, non lontano da Andermatt presso il passo del S. Gottardo, la diligenza sulla quale viaggiava cadeva in un precipizio e dopo due giorni il Magenta cessava di vivere per le gravi ferite subite. Il clamore per la sua morte fu molto grande a Genova e soprattutto a Bologna, dove i cittadini, che da tempo avevano aperto una sottoscrizione per offrire al Prefetto un dono in segno di ringraziamento, decidevano come prima cosa di apporre una lapide in suo ricordo nel primo cortile del Palazzo Comunale (palazzo Accursio) e quindi di destinare la somma già raccolta, pari a £ 20.000, per erigere nel cimitero cittadino un monumento a lui dedicato, chiedendo ai familiari che il corpo del Prefetto fosse trasportato e tumulato a Bologna.

Giovanni Battista Lombardi
(Rezzato 1822 - Brescia 1880).
La vicenda dell'artista prende il suo avvio grazie all'iniziale interessamento dell'architetto Rodolfo Vantini che nel 1839 lo accoglie nella sua Scuola di Ornato e Architettura di Rezzato (BS) e che successivamente, nel 1845, incoraggia il trasferimento del giovane a Milano per frequentare l'Accademia di Belle Arti di Brera e lo studio dello scultore Lorenzo Vela, fratello maggiore del più noto Vincenzo. Nel 1852 Lombardi si reca a Roma per proseguire gli studi all'Accademia di San Luca e presso l'atelier dello scultore Pietro Tenerani. L'ambiente artistico romano, che Lombardi eleggerà a sua stabile dimora, così ricco di stimoli, e la vigile e discreta influenza di un artista affermato, quale era allora Pietro Tenerani, gli permettono di iniziare a maturare un proprio linguaggio stilistico nutrito dal neoclassicismo degli anni bresciani, dal naturalismo milanese e dai recenti studi all'Accademia. In questo periodo hanno inizio anche le prime commissioni soprattutto da parte di illustri personaggi bresciani. Nel 1856 su incarico di Carlotta Dossi Rota scolpisce il monumento dedicato al marito Federico, al Cimitero Vantiniano, e la figura plorante, che con il viso velato si accinge a varcare la soglia dell'oltretomba, segna l'inizio della sua affermazione. Lo scultore affianca a opere funerarie, come il Monumento al conte Annibale Maggi-Via, voluto dalla Congrega della Carità Apostolica di Brescia, anche i primi soggetti femminili, tratti dalla storia biblica e dalla storia antica e le prime opere legate al mondo dell'infanzia. Nel 1860 ottiene l'incarico del Monumento alle Vittime delle X Giornate del 1849 che nel luglio del 1859 il futuro re d'Italia, Vittorio Emanuele II, aveva deciso di donare alla città. Nel 1872 un grave lutto colpisce la famiglia dello scultore: muore a ventinove anni la moglie, Emilia Filonardi, lasciando il figlio Adolfo di soli sei anni. Lombardi le dedica il monumento più sentito ed emotivamente più coinvolgente di tutta la sua produzione, avviando in esso anche un evidente mutamento stilistico rivolto ad una maggiore adesione alla poetica naturalista. Nel 1878 scolpisce il gruppo della Madre Pompeiana dando un'ulteriore conferma sia nel linguaggio stilistico che nell'interpretazione di come la sua idea di arte si stesse avvicinando sempre più alle nuove esigenze comunicative richieste alla statuaria. Purtroppo quest'ultimo gruppo rappresenta il canto del cigno dell'artista perché in quello stesso anno, gravemente ammalato, si trasferisce a Brescia, dopo oltre venticinque anni di assenza. A distanza di poco, il 9 marzo 1880, morirà nella sua casa bresciana.

Antonio Cipolla
(Napoli, 1823 - 1874).
Architetto tra i più significativi attivi in Italia nella seconda metà dell'800. Lavora prevalentemente a Roma e a Napoli per rilevanti progetti pubblici e privati, ma venne chiamato anche in altre città italiane. Le commissioni romane gli valsero sia lavori di restauro (quale quello per il palazzo Farnese) sia edifici di carattere religioso, come la facciata di Santo Spirito dei Napoletani (1853). Nel corso della sua carriera ottenne anche numerose onorificenze e cariche nelle accademie romane, tanto che alla sua morte l'archivio personale venne consegnato all'Accademia di San Luca. Assai significativo il suo catalogo di opere bolognesi. Nella Certosa esegue i progetti dei monumenti a Pietro Magenta, Antonio Silvani, alla famiglia Mazzacurati e ai due principi Galitzin, mentre all'interno delle mura cittadine esegue due palazzi ben conosciuti dai bolognesi: la sede della Banca d'Italia (1864) e palazzo Silvani, ambedue in Piazza Cavour.



TOMBA LOLLI - MONUMENTO A SALVATORE SANTINI
Giuseppe Muzzarelli (1785 ca. - notizie 1816).
Pittore specializzato negli ornati, nasce a Bologna sul finire del XVIII secolo. Si specializza presso Petronio Fancelli. Lavora in Santa Maria Maggiore, dipingendovi nella cappella di Santa Liberata la quadratura prospettica. Nel 1845, anno in cui Bianconi pubblica la sua Guida, lo indica ancora vivo, "operando con lode, in età sessagenaria".

Luigi Bendini (1803 ca. - notizie 1818).
Scarsissime sono le notizie di questo artista. All'età di 12 anni è presente ai corsi dell'Accademia Bolognese, ove è segnalato fino al 1818. Vince diversi secondi premi (1809 disegno dal rilievo, 1810 e 1812 disegno del nudo), mentre nel 1813 si aggiudica il piccolo premio Curlandese per il disegno di figura. Seguendo l'indicazione di Giovanni Zecchi realizza nel 1816 circa, presso la Certosa di Bologna, la memoria dipinta a Salvatore Santini. Al nostro spetterebbe l'esecuzione delle parti di figura mentre al collega Giuseppe Muzzarelli gli elementi ad ornato. Nel volume di disegni di Petronio Ricci l'opera è indicata invece col solo contributo di Muzzarelli.



TOMBA LIVIZZANI - MONUMENTO A LUCREZIA MUNARINI
Questo monumento viene realizzato su commissione del marchese Pietro Conti Castelli per onorare la memoria della moglie contessa Lucrezia Munarini e il fratello di lei, Camillo. È questa un'opera estremamente raffinata sia nel semplice disegno, sia nell'uso dei marmi esaltati nel loro valore cromatico. Policromia sicuramente presente anche sulle sculture realizzate da Giacomo De Maria. Un interessantissimo esempio di transizione dalle tombe interamente dipinte e quelle in stucco imitante il marmo presente in Certosa.

Vincenzo Leonardi
(1774? - notizie 1845).
Architetto. Il suo apprendistato avviene sotto la cura di Angelo Venturoli, esponente tra i più significativi della cultura bolognese d'età neoclassica. Il suo primo lavoro segnalato dalle fonti risale al 1791, poiché viene chiamato nel progetto di riammodernamento del settecentesco palazzo appartenuto alla famiglia Guicciardini. Nel 1796 è già all'interno dell'Accademia Clementina, ove due anni dopo vince la il premio Fiori e il premio Marsili Aldrovandi per l'architettura. L'istituzione, trasformatasi poi in Accademia, lo vede di nuovo presente nel 1804, nel corso di prospettiva. Al 1812 circa risale la progettazione del monumento funebre di Lucrezia Munarini, collocato nel Chiostro III della Certosa bolognese. Opera estremamente raffinata sia nel semplice disegno, sia soprattutto nell'uso dei marmi esaltati nel loro valore cromatico. Policromia sicuramente presente anche sulle sculture realizzate da Giacomo De Maria. Un interessantissimo esempio di transizione in Certosa dalle tombe interamente dipinte e quelle in stucco imitante il marmo. Al nostro sono poi attribuite altre due opere collocate nella Sala delle Catacombe, quelle dedicate alle famiglie Buggio e Pallotti. Altro suo lavoro indicato dalle fonti è quello datato 1819, nella sistemazione  complessiva del palazzo dell'Arcivescovado, sede dell'arcidiocesi di Bologna e costruito nel 1577. Questo vasto cantiere coinvolse sia le strutture architettoniche che le decorazioni dipinte e venne eseguito poco dopo la caduta del governo napoleonico. Questo ed altri numerosi cantieri investiranno la città felsinea, segno tangibile del ritorno al governo pontificio, il quale voleva ribadire sia il possesso del territorio, sia colmare i vasti vuoti lasciati delle spoliazioni e dalle soppressioni napoleoniche. Al Leonardi si deve anche l'allungamento di una campata della chiesa di Santa Caterina di Strada Maggiore, che subirà poi un più drastico intervento esterno ad opera di Ercole Gasparini. Il suo maestro Venturoli dovette lasciargli una forte impronta classicista tanto che la Matteucci ce lo descrive come un architetto che "progettò (...) uniformandosi al gusto neocinquecentesco tipico dell'architettura bolognese di età tardo illuminista".



MONUMENTO A GIUSEPPE PACCHIONI
Sulla lapide, sotto il busto, è posta l'iscrizione: "Giuseppe Pacchioni Scultore/nacque in Bologna nel marzo 1819 e vi morì nel gennaio 1887/il Papato il Borbone l'Austria nemici della Patria/lo ebbero nemico implacabile/legò il nome alla spedizione Bandiera/repubblicano e libero muratore confermò coi fatti i suoi ideali/su questo sepolcro/gli amici fecero porre il busto/li 8 agosto 1887 glorioso anniversario". Giuseppe Pacchioni, scultore e litografo, nasce a Bologna nel 1819 da Pietro, negoziante di granaglie. Nonostante si specializzi nell'incisione, non tralascerà mai la scultura, frequentando l'Accademia di Belle Arti della sua città, dove poi vince diversi premi per la scultura tra il 1832 e il 1836. A 23 anni venne invitato dal console greco a recarsi a Corfù per esercitare l'arte della scultura. Lì conobbe molti esuli mazziniani italiani, che segnarono la sua futura vita politica. Tra essi conobbe i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera e Domenico Moro, con i quali partì, nel giugno del 1844 alla volta della Calabria, per partecipare ad una ipotetica insurrezione mazziniana, che invece non ci fu. I partecipanti alla spedizione vennero tutti arrestati e condannati a morte, e fucilati nel Vallone di Rovito, nei pressi di Cosenza, il 25 luglio 1844. Tre di loro, all'ultimo momento vennero inaspettatamente graziati: tra questi il Pacchioni. L'artista passò gran parte degli anni successivi, sino al 1859, in carcere: dapprima in quello speciale borbonico sull'isolotto di Santo Stefano, poi a Ventotene, Nisida, Napoli e infine in esilio, a Marsiglia. Recatosi a Milano, fu invitato dal Mazzini a recarsi a Napoli dove prese parte alle locali rivolte anti-borboniche. Tornato a Bologna nel 1853, riprese il suo lavoro di scultore aprendo un laboratorio in via Malcontenti, ma già il 2 gennaio 1855 venne arrestato dagli austriaci perché sospettato di ulteriori intrighi con rivoluzionari vari. Fu nuovamente in carcere sino al 12 giugno 1859, giorno della liberazione di Bologna dagli austriaci e dal governo pontificio. Visse sempre molto semplicemente, lavorando per commesse che gli vennero soprattutto dalla Certosa di Bologna ove si contano almeno 15 opere, sia di piccolo formato che di carattere più monumentale. Nel 1877 incide i "Ritratti dei Fratelli Bandiera e loro compagni", realizzandoli presso la Litografia Wenck. Queste e altre litografie ebbero vasta diffusione anche perché le aveva tratte dai disegni eseguiti durante la permanenza in carcere nel 1844. In San Petronio a Bologna esegue poi il monumento al cardinale Oppizzoni e in Sant'Abbondio la statua dell'omonimo santo. Nel 1878 realizza il Monumento ai "Caduti del 1844" di Cosenza. Commissione non casuale, poiché il nostro vi aveva proprio partecipato in prima persona.

Alfredo Neri
(Bologna, 1865 - 1932).
Poco si conosce allo stato attuale degli studi sulla sua vita e sulle sue opere. Nella Certosa di Bologna realizza oltre al ritratto di Pacchioni almeno tre monumenti per le famiglie Ceneri, Vignoli e Galletti. Opere invece ben conosciute dai bolognesi sono le sculture dell'Arena del Sole, eseguite nel 1888, anno dell'ottavo centenario dell'Università bolognese e dell'Esposizione Emiliana.



MONUMENTO A GIOVANNI BATTISTA ERCOLANI
Il semplice monumento è stato donato dal Comune alla moglie dello statista bolognese, e al momento l'esecuzione del ritratto da parte di Diego Sarti è solo attributiva. La posizione della tomba non è affatto casuale poiché si trova vicinissima ad altri due monumenti dedicati a illustri personaggi della storia ottocentesca bolognese e italiana, Gioacchino Murat e Antonio Silvani. Dietro il busto è collocata una firma a matita recante la dicitura: "Diego Sarti faceva 1888". Sul cippo del basamento è posta l'iscrizione: "Giovanni Battista/de' Conti Ercolani/morto d'anni 66 il dì 15 novembre 1883/nome caro alla libertà italiana/nome illustre/nella storia naturale/nell'anatomia e fisiologia comparata/da lui arricchite d'ammirandi trovati/glorioso/alla scuola veterinaria bolognese/da lui istituita all'Università/all'Accademia delle Scienze/è stato qui sepolto/da Carlotta Sarti/reverente e devota alla memoria/del marito dilettissimo". Giambattista Ercolani nasce a Bologna il 23 dicembre 1817 e vi muore il 16 novembre 1883. Laureatosi in medicina e chirurgia all'Università di Bologna, dedicò per lo più i suoi studi alla veterinaria ed alla zoologia, giungendo anche, dopo l'Unificazione, a coprire la cattedra di Veterinaria, su incarico del pro-dittatore L.C. Farini. In ambito politico, fin dal 1831, ancora ragazzo, rivolse le sue simpatie alla causa dell'unificazione nazionale, pur restando sempre in ambito moderato e, dopo l'Unità, facendo parte della Destra storica, al fianco del concittadino ed amico Marco Minghetti. Nel 1848 fu membro del Comitato di Salute Pubblica che guidò la città di Bologna nei momenti più caldi della lotta anti-austriaca, e nel 1849 fu deputato alla Costituente Romana e membro del Consiglio Superiore di Sanità. Nei momenti più difficili della Repubblica Romana, prestò la sua opera anche come medico sul campo, e come combattente. Costretto all'esilio dopo la caduta della Repubblica, riparò in Piemonte, con molti suoi illustri o meno noti compagni, dedicandosi agli studi scientifici ma restando sempre in contatto con il mondo dei fuoriusciti politici e soprattutto col Minghetti. Tornato a Bologna nell'estate del 1859, dopo la definitiva caduta del potere temporale del pontefice sulle Legazioni, fu eletto deputato all'Assemblea Costituente delle Romagne, e sedette poi nel Parlamento del Regno d'Italia per più legislature, mantenendosi sempre fedele ai principi di democrazia, correttezza morale e anticlericalismo, in tempi di forte dissidio tra potere del neonato Stato italiano e di ciò che restava del potere temporale dei papi. Tra il 1868 e il 1871 fu anche Rettore dell'Ateneo, consigliere comunale e provinciale e membro di innumerevoli accademie scientifiche italiane ed estere.

Diego Sarti
(Bologna, 1850 -1914).
Scultore, prende avvio la sua attività artistica dopo la frequentazione dell'Accademia bolognese. Nel volgere di pochi anni divenne uno degli artisti più richiesti della città tanto che a lui vennero commissionate nel 1888 le grandi sculture della fontana dell'Esposizione Emiliana, poi spostate alla Montagnola e dove si possono ancora ammirare. Sempre alla Montagnola interviene con il gruppo scultoreo più importante della scalea monumentale realizzando la Ninfa, poi chiamata dai bolognesi la "Moglie del Gigante". La sua fama di animalista che ebbe in vita è confermata sia dall'esecuzione dei leoni e delle creature marine per la Montagnola, sia dai gessi conservati all'Accademia di Bologna. Il catalogo di opere per la Certosa è molto ampia, spaziando da opere di piccolo formato quali i busti degli Uomini Illustri per il Pantheon, fino a monumenti grandiosi per le famiglie Montanari e Osti.

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