un requiem di guerra

Il termine coventrizzare, amaramente ironico, fu coniato in Europa durante la seconda guerra mondiale per designare il nuovo tipo di bombardamento a tappeto inaugurato dalla Luftwaffe, l'aeronautica militare nazista. Il suo risultato consisteva nel radere praticamente al suolo un obiettivo civile; la città inglese di Coventry fu appunto la prima a farne l'atroce esperienza, e in quel frangente rimase distrutto anche il millenario edificio della cattedrale.

Quarant'anni dopo, il 30 maggio 1962, una nuova cattedrale venne consacrata, e fu in quella data che vide la luce anche il grande lavoro sinfonico - corale commissionato per l'occasione a Benjamin Britten, il War Requiem op. 66 (Requiem di guerra). Britten era già a quella data senza alcun dubbio il massimo compositore inglese vivente. Nato nel 1913, aveva raggiunto nel 1942 con l'opera Peter Grimes la fama internazionale, dovuta anche alla capacità, rarissima nella musica colta del XX secolo, di unire al favore della critica quello di un vasto pubblico, alla serietà della ricerca artistica la capacità di comunicare.Qual è il suo approccio al tema della guerra? Certo molto diverso per esempio da quello del compatriota Edward Elgar, che con The Spirit of England aveva dato della vittoria una grande celebrazione musicale, dal vasto respiro eroico.

Quello di Britten è un Requiem di guerra che (semplificando, ma non troppo) si potrebbe definire "pacifista": l'essenza della guerra è la morte, l'uccidersi tra fratelli; l'assurdità di tutto ciò è il tema di fondo (e va anche ricordata la difficile scelta dell'obiezione di coscienza da lui fatta durante il conflitto). È importante osservare la nazionalità dei cantanti ai quali Britten volle affidare le parti solistiche: un inglese il tenore, un tedesco il baritono, una russa il soprano; scelta certo non casuale, e non motivata solo dal fatto che Peter Pears, Dietrich Fischer-Dieskau e Galina Vishnevskaya fossero tre fra i più grandi cantanti del momento. Mentre il coro e il soprano cantano brani del testo canonico latino della messa da requiem, i due uomini, che rappresentano appunto due soldati nemici, intonano, in un linguaggio musicale più emotivo e sofferto, una scelta di versi del poeta inglese Wilfred Owen, caduto nel 1918 una settimana prima che l'armistizio ponesse fine alla I Guerra Mondiale (quella che, si diceva, avrebbe posto fine a tutte le guerre...).

"Io sono il nemico che hai ucciso, amico mio / ti ho riconosciuto in quest'oscurità; così mi guardavi ieri mentre colpivi e uccidevi. / Ho resistito; ma le mie mani erano riluttanti e fredde. / Dormiamo, ora...": così suona l'ultimo di quei passi, mentre un ulteriore elemento voluto dal compositore, un coro di voci bianche, fa scendere dall'alto il suo canto remoto, purissimo, oltreumano.

Il risultato è davvero toccante, e a quarant'anni dalla prima esecuzione possiamo ben dire che a renderlo tale non è forse solo l'infallibile capacità comunicativa di Britten, ma anche il riaffacciarsi periodico, inesorabile, di quell'assurdo che è la morte in guerra.
 
Franco Bergamasco

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