PIERRE LOUŸS E CLAUDE DEBUSSY

UN RAFFINATO SODALIZIO ARTISTICO

Non è così raro che gli scrittori francesi della grande stagione simbolista e decadente, fiorita a fine Ottocento, abbiano avuto delle vite avventurose, romanzesche o bizzarre: basti pensare a personaggi come i poeti Rimbaud e Verlaine, o il romanziere Huysmans. Ma una delle più curiose è per certi aspetti la vicenda di Pierre Louÿs (nome d'arte del più banale Louis …), autore tra l'altro dell'audace romanzo La femme et le pantin, destinato ad avere una eccezionale fortuna cinematografica attraverso le versioni di grandi registi come Joseph von Sternberg, Devil is a woman, e Luis Buñuel, L'oscuro oggetto del desiderio.

Nato nel 1870 da una famiglia illustre (il fratello maggiore fu uno dei diplomatici francesi più eminenti), precocemente orfano, si trovò a diciotto anni erede di una non disprezzabile fortuna. Ne aveva venti quando un clinico decretò che i disturbi tubercolari, uniti al suo sregolato tenore di vita, lo avrebbero condotto alla morte entro tre anni; Louÿs, esclusa ovviamente l'idea di cambiare stile di vita, divise in tre parti il suo patrimonio e decise di spenderlo in modo ancora più libero e spregiudicato. "Era il giovane più timido, più altero, più insofferente, delicato e testardo del mondo, dotato di un fascino che ho visto solo in lui. Il suo talento, i suoi interessi, la sua vasta cultura, salda e davvero stupefacente, i suoi capricci inconfondibili ed irresistibili, le sorprese affascinanti che sapeva fare soltanto lui […]": nulla come questo passo di Paul Verlaine può dare l'idea di questo giovane intellettuale dandy, colto quanto mondano, proprietario di libri e di codici antichi rarissimi, appassionato di esotismo, di erotismo, e anche di erotismo esotico - pare tra l'altro che vantasse circa duemila conquiste femminili.

"Tu sei certamente quello dei miei amici che io ho amato di più", scriveva Claude Debussy nel 1903 a Pierre Louÿs; e tra il grande compositore e lo scrittore vi fu un rapporto molto forte, in virtù del quale gusti e concezioni artistiche spesso quasi si identificavano. Eppure solo una volta questa consonanza trovò riscontro sul piano della concreta creazione artistica. Ciò avvenne dopo che Louÿs ebbe pubblicato, nel 1895, in una preziosa edizione di sole cinquecento copie, le sue Chansons de Bilitis, un elegantissimo falso letterario in cui lo scrittore attribuiva ad una poetessa greca del VI secolo a.C. una sua raccolta di poemi in prosa. Debussy ne scelse alcuni per comporne una versione per canto e pianoforte, creando uno dei suoi capolavori in questo campo.

Certamente un erotismo sottile e raffinato, pagano, con una chiara inclinazione omosessuale, costituisce il tema e la tonalità espressiva più evidente dell'opera di Louÿs; ma ciò non toglie che una componente che potremmo legittimamente definire "funebre" vi abbia una certa notevole rilevanza, a livello di temi e di immagini.

Anzitutto, il poeta premette alla sua coltissima mistificazione il racconto della vita dell'immaginaria poetessa e quello della presunta scoperta archeologica fatta da un dotto studioso tedesco: qui il nostro tema viene in primissimo piano, soffermandosi ampiamente lo scrittore sul rinvenimento del sepolcro sotterraneo di Bilitis, accuratamente descritto con le sue pareti ricoperte di lastre di anfibolite nera, sulle quali sono incisi i testi delle sue poesie, e con il sarcofago e il suo coperchio di terracotta modellata e dipinta che finissimamente la ritrae. Ma non basta: scostato il coperchio compare, accanto a fiale di profumo non ancora del tutto svanito, ad uno specchio d'argento, e ad una statuetta di Astarte, lo scheletro bianco come la neve della poetessa, adorno dei suoi gioielli d'oro; ma appena sfiorato svanisce in polvere.

Il fatto è, inoltre e soprattutto, che anche Debussy sembra aver sentito in questa occasione una particolare consonanza con questa tematica, se una delle tre sole Chansons che decise di mettere in musica - fra le più di centocinquanta attribuite a Bilitis - è Le tombeau des Naïades, che ha per tema la morte delle creature soprannaturali, satiri e ninfe acquatiche (le Naiadi appunto, e la loro tomba è la fonte che esse un giorno abitavano, ormai ghiacciata) e che il musicista impreziosisce soprattutto con l'originalissimo sfondo armonico che ricorda la musica giavanese.

Qualche mese dopo giunse da un teatro la proposta di trarre dalla medesima opera di Louÿs una realizzazione scenica con voce recitante, mimi e brani di musica strumentale. Anche qui, fra i dodici testi che Debussy sceglie, spicca Le tombeau sans nom: la sua musica accompagna l'episodio in cui una fanciulla reca Bilitis a visitare la tomba della amante di sua madre: essa non reca alcun nome, ma solo una scritta in cui la donna dichiara di voler rimanere sconosciuta per essere pianta solo dalla persona amata. Alcuni materiali musicali delle sue Chansons de Bilitis furono poi ripresi dal compositore e rielaborati in una ulteriore versione, puramente strumentale, che reca il titolo di Six épigraphes antiques; fra essi figura ancora Pour un tombeau sans nom, e qui la musica, disse il filosofo e musicologo V. Jankélévitch, "è puro dolore, concentrato di dolore, lutto inconsolabile, miserando inno funebre abbandonato accanto ad una anonima sepoltura".

 
Franco Bergamasco

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