La scomparsa di Little Tony

Quando il rock sbarcava a Sanremo

Oggi sono definiti i mitici anni ‘60, aggettivo abusato per indicare i tempi andati durante i quali accadevano piacevoli cose che oggi sembrano quasi lontane nel tempo. Di certo, per l’Italia che usciva dalla guerra con il mito americano conficcato nella fantasia della gente, quel periodo ha rappresentato una svolta non indifferente e il palco dell’Ariston era un punto di riferimento per giovani cantanti italian-rock che dichiaravano guerra alle ugole del melodico, dividendo il paese degli ascoltatori: piccola cosa rispetto a conflitti ancora recenti. È stato il momento d’oro di alcuni cantanti: Bobby Solo, Celentano, Rita Pavone e poi lui, l’Elvis Presley italiano, il piccolo Antonio, Little Tony, ciuffo ribelle sugli occhi, chitarra elettrica e canzoni che strizzavano l’occhio a quello che era, e ancora oggi rimane, il re del rock. Erano tempi in cui, il Cantagiro, Canzonissima e il Festival di Sanremo erano appuntamenti importanti almeno quanto il Giro d’Italia, seguiti da milioni di italiani, il primo lungo le strade della penisola, gli altri sugli schermi in bianco e nero: tempi pionieristici della Rai Radiotelevisione Italiana. Momenti semplici, facili, ottimisti come i testi di quelle canzoni che raccontavano piccoli sogni, amori sofferti e baci, tradimenti affidati ad una lacrima di addio. Ritornelli destinati a rimanere nel tempo, dentro ai quali i giovani di quegli anni potevano rispecchiare amori e batticuori in linea con i tempi, ma non per questo meno importanti.
Little Tony, come tutti i cantanti di quell’epoca, aveva i propri fan e quelli meno affezionati, ma certamente alcuni suoi brani fanno ormai parte della storia della musica leggera italiana. Primo fra tutti è certamente il “Cuore matto” del 1967; ma anche “Riderà” del 1966 e “La spada nel cuore”, con il quale vincerà il festival di Sanremo nel 1970, rimangono ancora oggi buoni pezzi di musica leggera. A mio parere però, pur non essendo un fanatico di quel genere musicale, Tony, che vantava una esperienza giovanile in Inghilterra durata due anni, anche a causa delle qualità della sua voce un po’ chiusa rispetto alla sonorità della lingua italiana si esprimeva assai meglio cantando in inglese, lingua madre del rock, abilità che mi sono trovato ad apprezzare di recente, messa in luce raramente durante quel periodo in cui le lingue straniere in tv erano concesse a pochi mostri sacri.
Il cantante, nato a San Marino nel 1941, è stato anche protagonista di un momento assai singolare dello spettacolo italiano: quel connubio tra cinema e canzoni che, insieme a Gianni Morandi, Marisa Sannia, Al Bano, Tony Renis e molti altri divi della musica leggera nostrana sempre affiancati da noti comici di quel periodo artistico, l’ha visto come uno dei maggiori interpreti. Lungometraggi che promuovevano i nuovi costumi, le musiche e i personaggi, costruiti sui temi di alcune canzoni di successo e interpretate dagli stessi cantanti sul grande schermo, spesse volte con sceneggiature che li vedevano indossare panni di militari, di aviatori o di cantanti stessi, innamorati di un’altra e non di quella giusta che alla fine però aveva la meglio, in certe situazioni persino leggendarie, anche nella realtà, poiché i due protagonisti principali interpretavano se stessi e le commoventi vicende finirono realmente con un sì. Nel caso dell’Adriano nazionale e della bella Claudia Mori tuttora duraturo.
Piccole storie sdolcinate, un fenomeno italiano oggi forse tutto da riscoprire, una specie di musical a basso costo che restituiva l’immagine di un Paese spensierato dove l’amore, costruito su pochi e genuini sentimenti, era l’interprete principale di storie a lieto fine. Forse è questo il mito: un tempo di cose buone che oggi sembra inghiottito da un progresso che ha portato negatività, insicurezza e stress; e la musica, così come le altre arti specchio dei propri tempi, è diventata sempre meno sdolcinata e melodica, è aggressiva e voce di critica analitica di tanti mali del nostro frenetico sviluppo.
Little Tony era ammalato e non lo aveva detto quasi a nessuno; ultimamente era tornato sulle scene del varietà televisivo e nel 2008 era salito sul palco dell’Ariston con il brano “Non finisce qui”. È apparso in televisione per l’ultima volta nel marzo di quest’anno e ha abbandonato il microfono della vita il 27 maggio, proprio in un periodo in cui certe icone della musica italiana di quei mitici anni ‘60 e ‘70 stanno ritrovando un proprio posto sul palco del revival. Un fenomeno crescente che si sente nuovamente suonare nelle cantine da quei gruppi musicali di quartiere che non sono mancati mai. Nuova, vecchia musica da scoprire per ragazzi figli di gas nocivi e di troppa pubblicità. Un movimento di ricerca quasi imposto proprio da quel desiderio di ottimismo che i giovani di questo travagliato millennio stanno cercando tra le musiche di quegli anni, rispolverando Dik Dik ed Equipe 84 così come i tanti protagonisti di quel Sanremo che fu e che adesso ritorna. Il fatto che sempre più frequentemente questi testi vengano riproposti in numerose occasioni, e siano apprezzati, dovrebbe indurci a quelle domande su noi stessi nelle cui risposte trovare il vero valore di una certa arrampicata sociale che ha coinvolto tutto e tutti verso una perfezione che, forse, non esiste neppure in natura, ma in certi sentimenti semplici magari sì.
Come sempre, per chi crede nell’esistenza dell’anima, pensare Little Tony a far coppia con il grande Elvis su qualche nuvoletta è una immagine simpatica. E se fosse? Magari questa sera, dopo una certa ora, voltando l’orecchio allo zenit, proviamo a tenderlo in cerca di strani suoni provenienti dalla volta celeste e con un po’ di fede e con un po’ di fantasia ci riuscirà di sentir intonare “Tutti frutti”, un testo veramente poco impegnativo dal punto di vista culturale, ma profondamente rock’n’roll, egualmente diviso tra l’italiano e l’inglese.
 
Carlo Mariano Sartoris


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