Una vita svelata: Luigi Tenco & Dalida

Se qualcuno ti dirà...

“Io vorrei essere là sulla
mia verde isola ad inventare
un mondo fatto di soli amici”
Luigi Tenco
(Cassine, 21 marzo 1938 - Sanremo, 27 gennaio 1967)
 
“Maledette fantasticherie!
Questa vita non va mai presa
troppo sul serio,
è un grottesco girotondo”
Dalida
(Il Cairo, 17 gennaio 1933 - Parigi, 3 maggio 1987)

La notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967 la stanza 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo si macchiò del sangue del cantautore di Cassine. Accanto al cadavere, oltre alla pistola, un biglietto: “Faccio questo non perché sono stanco della vita, ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io tu e le rose” in finale e una commissione che seleziona “La rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao, Luigi”.
Sabato 2 maggio 1987 Dalida chiama il fratello-manager Orlando che le annuncia di aver rinviato un previsto servizio fotografico a causa del freddo; la sera, la cantante dice alla cameriera che farà tardi perché ha intenzione di recarsi a teatro e le chiede di svegliarla verso le 17,00 del giorno successivo. In realtà, con la macchina fa il giro dell’isolato e imbuca una lettera per il fratello Orlando, per poi barricarsi nella sua villa della rue d’Orchamps ed ingerire un cocktail di barbiturici lasciandosi morire.
Due figure a confronto, legate indissolubilmente da un rapporto complesso che travalicava il puro e semplice impegno di lavoro. L’amore della cantante francese nei confronti di Tenco venne pienamente svelato nel corso degli anni. Nel gennaio del 1987 Dalida rilasciò una intervista al settimanale “Oggi” in cui, seppur con qualche imbarazzo, accettò di parlare del cantautore italiano. “Nessuna storia d’amore è paragonabile a quella che ho vissuto io con Luigi Tenco. È il compagno del quale mi sento vedova. Dio mi perdoni se non ho avuto il tempo di capirlo, di proteggerlo fino in fondo. Lui era il mio istinto, la mia vocazione musicale. Mi sentivo presa da quel “rivoluzionario” che nel ‘64 aveva abbandonato il Partito Comunista perché, diceva, “i rossi si sono tutti sbiaditi”. O che aveva interrotto gli studi d’ingegneria perché sosteneva: “Io non costruirò mai ponti e case solo per far accumulare quattrini ai potenti. Meglio che nelle case arrivino le mie canzoni”. Come tutte le persone romantiche che rifiutano di crescere, lui era il mio uomo ideale. Come non rimanerne soggiogata psicologicamente? Era un fiume in piena del quale io pretendevo invece di arginare l’impetuosità. Mi sono accorta troppo tardi che avrei dovuto aiutarlo”. Parole forti, senza tempo. I sentimenti della cantante francese hanno paradossalmente sempre alimentato i dubbi riguardo a quelli che invece provava Luigi Tenco.
Il cantautore, in quel periodo, frequentava una giovane donna conosciuta a Milano, Valeria. I due si vedevano soprattutto a Roma, dove la ragazza allora ventiduenne studiava. Non ne aveva parlato a nessuno, nemmeno agli amici intimi. In quel periodo Valeria stava terminando la tesi di laurea; subito dopo, secondo alcune lettere scritte da Tenco, la coppia avrebbe dovuto sposarsi. Proprio in quei giorni, però, avvenne un fatto piuttosto grave. Valeria incontrò casualmente Luigi in un ristorante romano in compagnia di Dalida. La ragazza si infuriò e non volle più vedere il cantante. Tenco cominciò a tempestarla di telefonate, a bombardarla di lettere di scuse, di giustificazioni. In una di queste l’artista scrisse: “Ho tentato in tutti i modi, ho passato delle notti intere (aspetta un attimo!) a bere, a cercare di farle capire chi sono, cosa voglio, e poi... Ho finito col parlarle di te, di quanto ti amo. Che gran casino, vero? Certo, lei si è dimostrata molto “comprensiva”, ma mi ha detto che ormai dovevamo portare avanti questa “assurda” faccenda agli occhi degli altri. È una donna viziata, nevrotica, ignorante, che rifiuta l’idea di una sconfitta, professionale o sentimentale che sia”. Gli insulti a Dalida contenuti nelle lettere a Valeria erano un modo come un altro per sminuire la figura dell’amante agli occhi della futura sposa. Alcuni discografici della RCA, affermarono successivamente che il rapporto tra Tenco e Dalida era di ben altra natura. I due avevano annunciato loro l’intenzione di sposarsi, subito dopo il Festival di Sanremo.
Il mistero si infittisce, se consideriamo che Tenco scrisse a Valeria il 16 gennaio 1967, alla vigilia del Festival, un invito a trascorrere una vacanza in Kenya: “Appena avrai discusso la tesi faremo una cosa che non abbiamo fatto ancora, ce ne andremo per un periodo di tempo, tu ed io da soli. Andremo... in Africa... in Kenya. Guarda nel secondo cassetto della scrivania e comincia a fare qualche programma. Tesoro, avremo i giorni e le notti tutte per noi: potremo parlare, prendere il sole, fare l’amore, dimenticare i problemi che abbiamo vissuto, le angosce, i momenti bui. Potremo riscoprire il senso della vita”. L’artista, in verità, si divideva tra le due donne: l’amore da una parte e la passione dall’altra. La storia con Dalida era, a quanto lui stesso confidò, particolarmente intrigante, ma l’amore della sua vita si chiamava Valeria.
Lasciando da parte i particolari, resta invece il mistero su ciò che successe quella notte all’hotel Savoy. La telefonata di Tenco a Valeria (con promessa di incontro il giorno seguente a Genova) avveniva circa mezz’ora prima dello sparo. E qui si affacciarono diverse ipotesi. Tra le quali quella che Tenco in quella mezz’ora cambiò improvvisamente umore perché Dalida, dopo averlo inutilmente cercato telefonicamente, lo raggiunse infuriata, immaginando il cantante impegnato al telefono con la fidanzata. L’incontro con la chanteuse francese terminò con una scenata. Volarono parole dure. Dalida definì Tenco un cantautore fallito ed un interprete mediocre, tanto da colpevolizzarlo per l’esclusione di Ciao amore ciao dalle fasi finali del Festival. Inoltre insultò Valeria, definendola una persona non all’altezza.
Molti amici invece sostennero che Dalida fosse presente al momento dello sparo. Si ipotizza che il cantautore per gioco impugnò la pistola, ma quello che poteva essere da parte di Tenco uno scherzo o una bravata si trasformò tragicamente in un incubo senza via di uscita. Le diverse ipotesi, i vari sospetti, generarono a tutti gli effetti “un giallo tutto italiano”, sostenuto da un puzzle indiziario praticamente risolto sin dalla prima tessera: Tenco, visibilmente amareggiato per essere stato eliminato dalla finale di Sanremo con la canzone Ciao amore ciao, torna in albergo e si ammazza con un colpo di pistola. Una dinamica semplice quanto lineare, che tuttavia lascia aperto ogni ragionevole dubbio. Nessuno ad esempio sentì lo sparo, ma solo le urla di Dalida che scoprì il cadavere. Le indagini immediatamente successive del commissario Molinari furono confuse e contraddittorie. Egli diede ordine di riportare il cadavere nella stanza dopo averlo in un primo momento fatto rimuovere dagli agenti. Inoltre nessuno quella notte, in quell’albergo, fu in grado di fornire nessun tipo di indicazione sull’ora del decesso. Infine la frase “spero che tutto questo serva a chiarire le idee a qualcuno” avvalora l’ipotesi sostenuta dal fratello, dagli amici e a quanto pare anche dalla stessa Valeria, di un’altra lettera in cui Tenco rivelava tutti gli intrallazzi di quel Festival; lettera che, secondo i succitati, sarebbe stata sottratta da qualcuno. Quasi certamente non si conoscerà mai la verità. Così come la vera identità di Valeria. Nel corso degli anni non venne mai svelata e fu gelosamente custodita da Pirito, Carozzi e Fegatelli, i giornalisti amici di Tenco artefici dello scoop. Si sa con certezza che Valeria combatté nel corso degli anni una forte depressione, portandosi dietro dolore, angoscia e complessi di colpa per l’accaduto.
Per quanto riguarda Dalida, nonostante i numerosi tentativi, dal dolore non si riprese mai del tutto. Il 3 maggio 1987, a Montmartre, si toglie la vita, a vent’anni dal primo tentativo. Accanto al corpo, un biglietto: “Perdonatemi, la vita mi è insopportabile”.
 
Marco Pipitone

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