un finto moribondo

anche Puccini è comico

Un luogo comune, peraltro non del tutto ingiustificato, associa immediatamente il melodramma pucciniano all'idea della morte cui va inesorabilmente incontro la protagonista femminile, il soprano; e, in effetti, non si può negare che tutto l'impianto musicale e drammaturgico delle opere più famose del musicista lucchese converga verso l'emozione della scena finale che vede la morte lentissima ed estenuata di Manon Lescaut, di Mimì, o quella violenta ed improvvisa di Tosca e di Madame Butterfly. E può benissimo succedere che allo spettatore venga, davvero, da piangere per l'emozione…
Altrettanto bene sa l'appassionato di teatro musicale che Puccini sperimentò anche, sia pure in un'unica occasione, il genere musicale e l'ambizione opposta, quella di far ridere con l'opera buffa. La cosa curiosa è che anche qui la morte c'entra, eccome.
Stiamo parlando naturalmente di Gianni Schicchi, l'ultimo – e il più famoso - dei tre atti unici che, sotto il titolo complessivo di Trittico, andarono in scena per la prima volta nel 1919. Il compositore e il librettista, G. Forzano, trovarono lo spunto in un passo dantesco (da Inferno XXX), dove tra i falsari della bolgia decima troviamo appunto Gianni Schicchi, che osò falsificar in sé Buoso Donati, / testando e dando al testamento norma, e in un commento trecentesco al poema, che fornisce i dettagli della vicenda cui Dante appena accenna.
La scena si apre su un interno fiorentino duecentesco, la camera da letto del ricco Buoso Donati, che giace morto sotto un drappo rosso; pregano e lo compiangono i parenti (affranti? no, se la didascalia prescrive "singhiozzi evidentemente fabbricati tirando su il fiato a strozzo"). Piangerem tutta la vita, conclude comunque la nipote Ciesca, poco prima che emerga nel gruppo il sospetto, alimentato da una diceria, poi la conferma, data dalla precipitosa apertura del testamento, della vera tragedia che si sta consumando: Buoso ha lasciato tutto ai frati! A questo punto, mescolati allo scorno e alla rabbia, i singhiozzi diventano autentici, e Chi l'avrebbe mai detto / che quando Buoso andava al cimitero, / si sarebbe pianto per davvero!, commenta disperata una cugina, mentre un altro parente spegne il candelabro accanto al letto.
La soluzione la troverà appunto l'amico Gianni Schicchi: visto che, osserva, ancora nessuno sa / che Buoso ha reso il fiato, propone di spostare il cadavere e di infilarsi lui disinvoltamente al suo posto: seminascosto dalle cortine del letto, contraffacendo con la sua nota abilità la voce di Buoso, pronuncerà davanti al notaio, appositamente convocato, il testamento che tutti vogliono. A questo punto il cordoglio finto, trasformatosi in dolore rabbioso vero, si converte istantaneamente in sfrenata allegria (sempre a pochi passi dal cadavere!) Oh giorno d'allegrezza! Com'è bello l'amore fra i parenti!, cantano in coro, salvo poco dopo avvicinare uno ad uno il futuro finto moribondo per promettergli ricompense in cambio di un trattamento più favorevole…
L'imbroglio ha dunque luogo, ma i beffati saranno i parenti, che udranno allibiti – e impossibilitati a reagire davanti al pubblico ufficiale – il testatore lasciare a Gianni Schicchi, cioè a se stesso, tutto il meglio, compresa la casa da cui poco dopo li caccerà a bastonate.
E' così che, per una curiosa simmetria variata, se vedendo le altre opere di Puccini si piange disperatamente per il morto che arriva alla fine, qui, con un cadavere in scena prima, e un (finto) moribondo poi, dall'inizio alla fine si ride.
 
Franco Bergamasco

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