L'Ernani di Verdi a Torino

Presso il sepolcro dell'imperatore

"Sotterranei sepolcrali che rinserrano la tomba di Carlo Magno in Acquisgrana"; quivi il monumento funebre dell'imperatore, cui si accede da una porta bronzea recante la scritta cubitale "Karolo Magno". "Altri minori sepolcri; sul piano della scena altre porte che conducono ad altre catacombe. Due lampade pendenti dal mezzo spandono una fioca luce su quegli avelli". Questa è la didascalia con la quale il librettista Francesco Maria Piave descrive il luogo in cui è ambientato il terzo atto dell'Ernani di Giuseppe Verdi (Teatro la Fenice, Venezia 1844), in scena al Regio di Torino a concludere la stagione 2006/2007.
Ernani è essenzialmente la storia - ambientata nel 1519 - di una donna, Elvira (soprano), amata da tre uomini: Ernani (tenore), nobile aragonese ribelle, ridotto alla condizione di bandito, l'unico ricambiato; Carlo, re di Spagna (baritono); l'anziano tutore di lei, il duca de Silva (basso). È opinione diffusa che il terzo atto sia il più bello dell'opera, soprattutto per la notevole organicità della struttura musicale e drammaturgica. Certo in qualche modo ne è il centro, specie per quanto riguarda il personaggio di Carlo, che proprio in questa cripta trova le ragioni profonde della sua scelta a favore della rinuncia e della clemenza: ma tutto l'atto è segnato in modo decisivo dal rapporto fra l'ambientazione sepolcrale e la situazione drammaturgica.
Ricordiamo che il sovrano è in attesa del verdetto con cui spera che gli Elettori, in quel palazzo stesso, lo designeranno alla carica somma di Imperatore, e si è recato ad attendere e a riflettere presso il sepolcro del fondatore stesso del Sacro Romano Impero, Carlo Magno appunto; sapendo peraltro che proprio lì stanno per riunirsi i congiurati a lui avversi, che tramano per la sua morte. "Degli assassini al guardo / l'avel mi celerà di Carlo Magno; e fra questi avelli / converserò coi morti / e scoprirò i ribelli", canta infatti nel recitativo della scena I, mentre la successiva è incentrata sull'aria Oh de' verd'anni miei, la prima - e subito una delle più belle - nella serie gloriosa delle grandi arie verdiane per baritono.
Proprio in questo momento, anche musicalmente culminante, l'ambientazione funebre è, come dicevamo, decisiva nel determinare il senso profondo della situazione: "Gran Dio! costor sui sepolcrali marmi / affilano il pugnal per trucidarmi", osserva il re nel recitativo che precede l'aria, e da qui nasce la riflessione sulla labilità delle passioni e delle aspirazioni terrene a confronto con la caducità ineluttabile della vita: "giunte allo scoglio della tomba / con voi nel nulla il nome vostro piomba".
,Nell'aria l'aspirazione al soglio imperiale si definirà quindi contemporaneamente come aspirazione alla virtù, sull'esempio del grande predecessore, che dal sepolcro "ispira" il sovrano: "Oh sommo Carlo, più del tuo nome / le tue virtudi aver vogl'io", canterà inoltre poco dopo il neoeletto imperatore, "concentrato, fissando la tomba di Carlo Magno", come sottolinea la didascalia. Virtù quindi, cioè rinuncia alle larve delle altre passioni ed ambizioni, prima fra tutte quella all'amore, non ricambiato, per Elvira, e clemenza per Ernani, reso libero di unirsi all'amata. L'atto si conclude (smascherati intanto i congiurati) con questo felice scioglimento. Non così l'opera, che vede nell'ultimo atto un destino ineluttabile di morte compiersi su Ernani, vittima dell'odio inestinguibile del vecchio Silva.
L'allestimento torinese, affidato alle attente cure musicali di Bruno Campanella, volto a sottolineare nell'opera (forse un po' troppo, secondo alcuni) il versante ancora belcantistico più che l'infuocata tensione espressiva, ha avuto i suoi punti di forza nella compagnia di canto, ben equilibrata ad un livello alto: il protagonista anzitutto (il tenore Fabio Armiliato) e le due voci gravi, Lucio Gallo e Giacomo Prestia (baritono e basso) hanno cantato con efficacia e finezza accanto alla primadonna, Daniela Dessì, che ha ancora una volta confermato le ottime ragioni della fama internazionale che l'accompagna. "La morte aleggia fin dalle prime battute: per questo ho ideato un'immagine sepolcrale che appare in tutte le scene dell'opera, trovando una manifestazione concreta nella tomba di Carlo Magno": così Pier Alli, autore della regia e soprattutto del notevole allestimento scenico, tutto giocato su linee oblique alludenti a un'idea di sprofondamento (la morte, la tomba appunto) ma anche, se lette in direzione opposta, a "un'apertura verso l'alto, un desiderio di liberazione", secondo un intelligente suggerimento del regista stesso. Dunque, ancora una volta, col bellissimo timbro della Dessì, "Ernani, Ernani involami...".
 
Franco Bergamasco

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