"IL POETA E LA MORTE DELLA MADRE"

PREGHIERA ALLA MADRE


Madre che ho fatto soffrire
(cantava un merlo alla finestra, il giorno
abbassava, sì acuta era la pena
che morte a entrambi io m'invocavo)
madre ieri in tomba obliata,
oggi rinata; presenza,
che dal fondo dilaga quasi vena
d'acqua, cui dura forza reprimeva,
e una mano le toglie abile o incauta
l'impedimento;
presaga gioia io sento
il tuo ritorno, madre mia che ho fatto,
come un buon figlio amoroso, soffrire.

Pacificata in me ripeti antichi
moniti vani. E il tuo soggiorno un verde
giardino io penso, ove con te riprendere
può a conversare l'anima fanciulla,
inebbriarsi del tuo mesto viso,
sì che l'ali vi perda come al lume
una farfalla. È un sogno,
un mesto sogno; ed io lo so. Ma giungere
vorrei dove sei giunta, entrare dove
tu sei entrata
- ho tanta gioia e tanta stanchezza! -
farmi, o madre,
come una macchia dalla terra nata,
che in sé la terra riassorbe ed annulla.

Umberto Saba



Qualche lettore della nostra rivista ricorderà che in due dei numeri precedenti abbiamo visto come i due massimi poeti del Novecento italiano hanno affrontato il tema: Ungaretti assumendo il punto di vista religioso, Montale, al contrario, sottolineando laicamente il tema puramente umano della memoria.

Pochi anni prima anche Umberto Saba (1883 / 1956) aveva svolto l'argomento in una poesia compresa nella raccolta Cuor morituro, che riunisce versi scritti nella seconda metà degli anni venti, confluita poi nel Canzoniere. La prospettiva qui assunta dal poeta è abbastanza diversa: si tratta di riflettere su quale significato psicologico abbia ora per lui, in profondità, la figura della madre scomparsa. Il punto di partenza è quello del ricordo: esso si rivolge ai momenti più difficili e conflittuali del rapporto madre/figlio, verosimilmente nell'età dell'adolescenza (sì acuta era la pena / che morte a entrambi io m'invocavo), quelli che suscitano il senso di colpa di chi esordisce dicendo: Madre che ho fatto soffrire.

È un ricordo instabile (ieri in tomba obliata, oggi rinata / presenza), prima rimosso, represso (v.10), ma che ora dilaga, favorito da una mano abile che libera la strada alla sua riemersione (in questa immagine possiamo certo riconoscere una chiara allusione alla terapia psicoanalitica affrontata in quegli anni da Saba col dott. Edoardo Weiss; siamo in quella Trieste che aveva visto svilupparsi i precocissimi interessi psicoanalitici di Italo Svevo).

Il senso di colpa si scioglie nel rivivere la natura comunque intensamente affettiva del rapporto (v.15) e il ricordo, rielaborato, può essere fonte di gioia; ma subentra qui un nuovo, problematico, processo psicologico. Ora il poeta sogna di ricongiungersi alla madre in una sorta di Eden, il verde giardino, ma si tratta di un sogno di regressione allo stato infantile, all'anima fanciulla, nel quale egli sa che potrà perdersi, inebbriarsi del volto materno, come una farfalla che si brucia le ali. Da questa consapevolezza nasce quel misto di gioia e stanchezza (v.27); il poeta avverte che quel desiderio può rivelarsi un desiderio di annullamento, di regressione ad uno stato non solo di infanzia ma di non-esistenza, come chiaramente dice la conclusione della poesia. E certo per questo la mano che liberava la strada al riemergere del ricordo materno era stata definita abile o incauta
 
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