LA POESIA DI MODA? E' SEPOLCRALE

In tutta Europa intorno alla metà del Settecento (e oltre) il gusto prevalente in campo artistico e letterario è quello che viene definito "neoclassico". Imitazione degli stili espressivi greco-romani, unita ad una consapevolezza malinconica dell'irraggiungibile lontananza di quel mondo; tensione al "bello ideale", inteso come armonia, compostezza, equilibrio, sublimazione delle passioni: questi i canoni quasi universalmente seguiti.
Eppure contemporaneamente altre contrastanti tensioni si manifestano qua e là con forza in quella stessa cultura, a volte anche nelle medesime personalità: l'espressione esasperata della soggettività nei suoi aspetti più emotivi e passionali, il gusto per il primitivo e il barbarico, la predilezione per le atmosfere malinconiche, tenebrose e lugubri, preferibilmente nel quadro di una natura desolata e selvaggia, la presenza insistente, se non ossessiva, del tema della morte.

Nel 1757 il filosofo inglese E. Burke, nelle sue riflessioni sulle origini del bello e del sublime, aveva osservato tra l'altro che le sensazioni di sbigottimento e terrore davanti alle idee di morte e di infinito possono essere in realtà fonte di piacere quando sono vissute in ambito artistico, senza un pericolo reale.

È in questo contesto che si diffonde, a partire dall'Inghilterra appunto, una moda letteraria fra le più curiose che la tradizione occidentale annoveri: quella della poesia sepolcrale. Per parecchio tempo in tutta Europa non vi fu probabilmente dama o cavaliere che non tenesse in biblioteca e non sfogliasse ogni tanto nel salon o nel boudoir un poema in cui meditazioni pensose o lugubri si svolgevano sullo sfondo di un décor cimiteriale, preferibilmente notturno.
Iniziatori e protagonisti di questa tendenza furono il caposcuola Edward Young, col suo Compianto, ovvero pensieri notturni, (1742/45), e soprattutto Thomas Gray (1716/1771), filologo ed erudito, che però raggiunse la celebrità internazionale con la sua Elegia scritta in un cimitero di campagna (1750) nella quale, tra l'altro, l'autore descrive se stesso che, malinconicamente errabondo, immagina la propria sepoltura e scrive il suo proprio epitaffio.

A testimonianza della diffusione di questi testi si può ricordare il fatto che essi ebbero ben presto non una ma varie traduzioni (oltre che naturalmente in altre lingue europee) in italiano; cosa del tutto eccezionale in un'epoca in cui la conoscenza dell'inglese era in Italia abbastanza sporadica. Ma non si trattò solo di traduzioni.

Un poeta come Ippolito Pindemonte (famoso soprattutto per la sua versione dell'Odissea), progettò di scrivere un poema su I cimiteri; l'opera restò incompiuta, ma le discussioni sull'argomento con un giovane amico, Ugo Foscolo, furono uno degli spunti da cui nacque nel 1806 il capolavoro che portò di colpo la poesia ad ambientazione "cimiteriale" a ben altra ambizione e altezza rispetto ai celebri, ma al confronto modesti, iniziatori britannici: il carme foscoliano appunto Dei sepolcri.
Ma questa è un'altra storia...
 
Franco Bergamasco

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