Il trionfo della morte di Francesco Petrarca

"Parea posar come persona stanca"

Chi visita il Camposanto Monumentale di Pisa può osservare l'illustre esempio di uno dei più caratteristici temi pittorici tardomedievali, usualmente denominato Trionfo della Morte. Gli affreschi rappresentano una figura femminile, raffigurazione della Morte, che entra in scena e che, senza dare ascolto ad alcuni sventurati che chiedono pietà, va decisamente incontro ad un gruppo di cavalieri e di dame immersi (ancora per poco) nelle gioie della vita. Non di pittura vogliamo però parlare, bensì di letteratura. Qual è il nesso?
La gloria imperitura di Francesco Petrarca (1304-1374) come poeta in lingua volgare è per noi legata ad un solo libro, il Canzoniere. Ma non è stato sempre così; per circa due secoli dopo la sua scomparsa larghissima fama e diffusione ebbe anche un'altra sua opera poetica di natura totalmente diversa: i Trionfi, un poema allegorico in terzine dantesche. Il poema adotta il genere letterario medievale della Visione allegorica: il poeta narra appunto una visione che afferma di aver avuto in sogno, nella quale si mescolano personaggi allegorici, che cioè rappresentano concetti astratti (l'Amore, il Tempo,...), e personaggi presi indistintamente dal mondo contemporaneo, dalla storia passata o dalla letteratura. Qui in particolare le visioni raffigurano cerimonie per così dire "coreografiche", ispirate agli antichi Trionfi romani, in cui il condottiero vittorioso sfilava mostrando alla folla acclamante il bottino e i prigionieri. Amore, Pudicizia, Morte, Tempo, Eternità sono i protagonisti dei sei trionfi.
Ecco dunque il dio dell'amore, Cupido, festeggiare la sua vittoria su innumerevoli persone, e anche sul poeta stesso, che si mette fra i suoi prigionieri, ma non sulla donna da lui amata, Laura, la cui virtù è invincibile. Essa infatti celebra il successivo Trionfo della Pudicizia ai danni di Amore e, accompagnata da una schiera di donne virtuose di diverse epoche, si avvia prima a Roma e poi alla propria patria, Avignone.
E qui ci ricolleghiamo al nostro punto d'avvio: è qui infatti che Petrarca inserisce il suo Trionfo della Morte letterario, l'unica parte del poema che ha mantenuto intatta fino ad oggi la sua fortuna. Una figura femminile "involta in veste negra" - la Morte, naturalmente - si accosta al gruppo, presentandosi come colei che ha "interrotti infiniti pensier vani" e si rivolge in particolare a Laura. Essa accoglie con cristiana serenità l'idea della fine ("farai di me quel che degli altri fassi"), che anzi la libererà dai limiti della vita corporale, e mostra se mai preoccupazione affettuosa per il dolore che proverà colui che la ama. Una digressione del poeta sulla vanità delle ambizioni umane di potere e di ricchezza precede la stupenda conclusione, in cui viene dipinta la morte di Laura, in una atmosfera soffusa di dolcezza e di calma.
Non violenza nel trapasso, ma un naturale consumarsi, come la luce di una candela che esaurendosi conserva fino alla fine il proprio aspetto consueto ("l'usato costume"); non l'allucinato pallore cadaverico, ma il bianco della neve; non la sinistra rigidità degli arti, ma una sorta di stanchezza. Forse mai le consuete metafore dello "spegnersi" e del "sonno", adibite a rappresentare la morte, sono state sillabate con parole più belle.


Non come fiamma che per forza è spenta,
Ma che per sé medesma si consume,
Se n'andò in pace l'anima contenta,

A guisa d'un soave e chiaro lume
Cui nutrimento a poco a poco manca,
Tenendo al fine il suo usato costume.

Pallida no, ma più che neve bianca,
Che senza vento in un bel colle fiocchi,
Parea posar come persona stanca.

Quasi un dolce dormir ne' suoi belli occhi,
Sendo lo spirto già da lei diviso,
Era quel che morir chiaman gli sciocchi:

Morte bella parea nel suo bel viso.
 
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