Ode alla morte in musica

Gustav Holst (1874 - 1934) è stato sicuramente uno dei più importanti compositori inglesi del primo Novecento; la sua fama (non solo in patria, ma a livello mondiale) resta affidata soprattutto ad una composizione spesso eseguita e registrata dalle migliori orchestre e dai maggiori direttori, la grande suite sinfonica The planets, testimonianza tra l'altro della curiosa passione dell'autore per l'astrologia. Peculiarità curiose e peripezie anche un po' bizzarre non mancano nella vita di Holst, dallo studio della lingua sanscrita che gli permise di tradurre personalmente e di musicare antichissimi testi indiani, alla nevrite alla mano destra che lo obbligò ad abbandonare il pianoforte per dedicarsi con soddisfazione - benché fosse pure un po' asmatico - al trombone, alla rovinosa caduta dal podio che nel ‘25 fece concludere precocemente la sua carriera di direttore d'orchestra....
Né mancò - questa volta senza peculiarità alcuna, ma come per tanti Europei di quelle generazioni - l'esperienza della guerra: respinta la richiesta di arruolamento a causa dei problemi non solo alla respirazione, ma anche alla vista e allo stomaco (la salute non era il suo forte), fu comunque impegnato per lunghi mesi a Salonicco in un programma di attività musicali per il sostegno morale dei soldati. Ma a colpirlo profondamente fu soprattutto l'amara esperienza della morte nel conflitto di alcuni dei suoi amici più cari. La volontà di ricordarli mediante la sua arte e la conoscenza di un importante capolavoro poetico che la sua ampia cultura letteraria gli metteva a disposizione interagirono: nacque la notevole composizione sinfonico-corale che reca il singolare, impressionante titolo di Ode to death (Ode alla morte), in cui una musicalità volutamente statica, rarefatta e serena pare implicitamente contrapporsi al convulso delirio della violenza bellica.
Vale la pena soffermarsi in particolare sul testo poetico ispiratore dell'Ode alla morte, tratto da quel primo grande monumento poetico del Nuovo Mondo che furono le Foglie d'erba del mitico "bardo" statunitense Walt Whitman (1819 - 1892). Si tratta di una poesia, in memoria del presidente Lincoln, in cui alla morte si può rivolgere un inno perché è sentita essenzialmente come una liberatrice, in un alone di consolazione e di calma serenità che la musica di Holst ha ben rivissuto, interpretato ed espresso.
 
Franco Bergamasco

Scendi amabile e placida morte,

ondeggia attorno al mondo, arrivando serena, arrivando,
di giorno, di notte, a tutti, a ciascuno,
prima o dopo, morte delicata.

[...]

Cupa madre che ognora ci scivoli vicina, con piedi leggeri,
nessuno ti ha mai rivolto un canto per darti un benvenuto ardente?
Allora lo intono io per te, ti lodo su tutte le cose,
ti offro un canto perché, quando dovrai veramente venire,
tu venga con passo sicuro.

Avvicinati, forte liberatrice,
quando è così, quando li hai presi, giocondamente io canto i morti,
perduti nell' amoroso tuo oceano che 1i sostiene,
lavati nei flutti, o morte, della tua beatitudine.

Da me per te serenate gioconde, donne in tuo onore propongo per salutarti, addobbi, festività in tuo onore,
a te convengono gli sfondi dell'aperta natura e l'alta volta del cielo,
e la vita dei campi, e la notte immensa, pensosa.

La notte silente sotto le stelle infinite,
la riva dell'oceano, il raro sussurro  dell'onda, di cui conosco la voce,
e l'anima che a te si volge, o vasta notte ammantata di veli,
e il corpo che grato si annida al tuo fianco.

Oltre le vette degli alberi un canto lancio per te,
sopra le onde che si sollevano e che divallano,
sopra i campi infiniti e le praterie distese,
su tutte le dense città e le brulicanti banchine e le strade,
effondo in letizia questo inno, con gioia, morte, per te.Walt Whitman, Ode alla morte
da In memoria del Presidente Lincoln
(traduzione a cura di Paolo Cairoli e Andrea Malvano)


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