Tanexpo Design & Ricerca

Nuove proposte per l'arte e per l'architettura cimiteriale

È stato uno dei poli di maggiore attrazione di Tanexpo 2010 rivelandosi ancora una volta un autentico laboratorio di idee in cui, grazie all’estro creativo di giovani artisti e di affermati professionisti, sono stati proposti prototipi che, come sempre è accaduto negli ultimi anni, nel tempo saranno sviluppati dalle aziende produttrici più intraprendenti che sapranno trasformarli in oggetti capaci di “fare tendenza” e di raccogliere sul mercato brillanti affermazioni commerciali.
La Mostra su Design & Ricerca, promossa in collaborazione con BolognaFiere e sotto l’egida del CSO - Centro Studi Oltre, nell’elegante allestimento ideato dall’Architetto Lea Di Muzio ha sviluppato una attenta e profonda riflessione sui luoghi di sepoltura potendo contare sull’approccio scientifico di due fra le massime istituzioni italiane nel campo della ricerca estetica e della progettazione architettonica, l’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano) e l’Università “La Sapienza” di Roma.
Le due realtà accademiche hanno presentato straordinari progetti e modelli per tombe a terra, cappelle di famiglia, oggetti di design e opere d’arte per le tombe, bellissime forme della memoria che interpretano il luogo della sepoltura in maniera sempre diversa e assolutamente “personalizzata” dimostrando come l’arte possa essere il mezzo ideale con cui, attraverso la bellezza, si preserva il ricordo e si continua a dialogare con il mondo.
La tomba, luogo della memoria per eccellenza, torna ad essere oggi al centro dell’attenzione di architetti ed artisti: spazio pubblico e insieme luogo privato, la sua progettazione deve seguire e interpretare le mutazioni sociali e culturali coniugando istanze di rappresentazione, sentimenti laici o religiosi ed esigenze pratiche.
Le due Istituzioni si sono applicate su aspetti differenti.
È stata la ricerca estetica il tratto caratterizzante delle tombe su cui hanno lavorato docenti e studenti del Dipartimento di Arte e Antropologia del Sacro dell’Accademia di Brera, coordinati da Andrea B. Del Guercio e da Ida Terracciano, con l’obiettivo di proporre un percorso iconografico che andasse a caratterizzarsi come processo esperienziale in relazione fisica e psichica con i materiali e come confronto culturale ed esistenziale con l’azione estetica contemporanea. Le proposte hanno dato spazio alla più ampia gamma dei linguaggi visivi, da quelli tradizionali del marmo e del bronzo a quelli innovativi delle più recenti tecnologie digitali. Grande interesse, oltre alle pietre tombali e alle urne studiate per interagire con la luce delle cappelle e delle edicole di famiglia, hanno riscosso le suggestive proposte di decorazione parietale che moltiplicano in maniera sorprendente e suggestiva la bellezza degli spazi tombali interni.
La Facoltà di Architettura “Valle Giulia” dell’Università “La Sapienza” di Roma, con un progetto coordinato dal prof. Vincenzo Turiaco, ha guardato alla sepoltura sviluppando soprattutto gli aspetti architettonici. Grande importanza è stata data alla luce, intesa come elemento che definisce e che caratterizza la forma architettonica, e all’utilizzo di geometrie pure ed essenziali concepite in stretto rapporto con gli spazi della sepoltura. Le diverse proposte hanno affiancato materiali tradizionali e tecnologie avanzate, connubio in grado di fornire risposte stimolanti alle esigenze della società attuale che sempre più tende al differenziamento, alla stratificazione culturale ed alla multietnicità.
 
Le sculture di Massimo Pellegrinetti, la cui originalità si è ben coniugata con un equilibrio ideale fra tradizione e linguaggio innovativo, hanno suscitato l’idea di una nuova “iconicità” per la scultura tombale. Fra esse spiccava il “Cristo”, scultura-tumulo realizzata da un unico blocco di marmo con la tecnica dell’interno rilievo. I forti contrasti chiaroscurali dati dalla particolare realizzazione sono evidenziati dalla rifrazione della luce che si insinua con caparbietà nelle insenature della forma e nelle parti anatomiche più evidenti accrescendone un pathos mitigato solo in parte dal biancore luminoso e sacrale del marmo di Carrara.
La cappella di famiglia progettata da Stefania Albertini e da Giampiero Moioli è una architettura ascensionale che si snoda intorno alla “scala” costituita dagli avelli: la struttura si smaterializza nel gioco delle pareti inclinate e della videoproiezione di bolle colorate evanescenti che evocano una dimensione posta oltre la realtà fisica.
Hanno lavorato su elementi modulari, da custodirsi entro lo spazio di una cappella familiare, Guido Pertusi e Adrian Craiuveianu: pietra e urna a colloquio con la luce. Una pietra tombale che ricorda il cubo, ma che è caratterizzata dal ribaltarsi delle facce in piani complessi e dinamici i quali, percorsi con l’occhio, rievocano la dimensione terrena dello spazio-tempo. L’urna di Craiuveianu, forma morbida raccolta su sé stessa, silenziosa e materna, intrattiene una multiforme “conversazione” con la pietra di Pertusi, occupando le nicchie e le superfici del sacello.
Il giovane architetto e scultore Radis Nikzad ha proposto una edicola classica dai valori formali e materiali fortemente in relazione con la cultura medio orientale. L’originalità della soluzione progettuale è offerta dalla delimitazione circolare dell’area sulla quale s’innalza una struttura che funge al tempo stesso da basamento e da luogo di sepoltura e in cui gli avelli vengono disposti a raggiera. La conformazione dello spazio aperto, in relazione con il territorio circostante, è rigidamente interrotta dalla pianta quadrangolare del piccolo tempio che vi si innesta interrompendone lo sviluppo come a suggerire una pausa. La sacralità è indicata dall’insieme scultoreo ascendente e spiraliforme di una struttura metallica in ottone che si distacca al di sotto della cupola per condursi fino al centro del tempietto. La presenza delle sepolture è segnalata dalla disposizione perimetrale di una successione di panche, la cui installazione rappresenta un momento di sosta e di riflessione per i presenti, ma anche una testimonianza, una trasmissione di memoria espressa attraverso l’oggettività-soggettività dei singoli nomi dei trapassati che ciascuna seduta reca incisa su di sé.
 
Antonino Bontempo ha creato un leggero involucro sospeso nello spazio, una tomba di famiglia che nasce da un nucleo centrale che si solleva da terra generando una fascia di luce originata dallo spazio interno.
L’identità del defunto è stato l’elemento ispiratore delle “Face Tomb” di Andrea Marcuccetti e Mauro Pantuso. Il volto del defunto occupa per intero la lastra tombale; il ritratto è un mosaico vitreo luminoso che si autoalimenta grazie all’energia solare. Il progetto, innovativo e stupefacente, si propone di cambiare radicalmente l’aspetto delle gallerie e degli spazi cimiteriali.
Stefano Mavilio ha proposto una rivisitazione del sarcofago, tradizionale simulacro del corpo dopo la morte: realizzato con un unico blocco di marmo di Carrara e completamente affrescato al suo interno, riproduce l’immaginario del defunto, una sorta di volta celeste recante le sue costellazioni-pensieri.
Forme pure e consolidate nell’esperienza umana, come la piramide, sono state elette ad elemento mistico imprescindibile nel cinerario di famiglia ideato da Vincenzo Turiaco: sottili asole luminescenti ne segnano la superficie laterale e sottolineano la sua essenzialità ascetica e spirituale.
Le peculiarità della cultura sepolcrale islamica ed il suo incontro con le consuetudini culturali dell’Occidente trovano una originale applicazione nella proposta di tomba sunnita di Ahad Shahhoseini. Nel rispetto del principio islamico del rito sunnita si rifuggono sfarzo e sontuosità, limitandosi a poche iscrizioni essenziali su una lapide a mezzaluna - nome, data di nascita e di morte del defunto o anche un semplice epitaffio - che viene appoggiata direttamente su un cumulo di terra. La novità, rispetto al consueto sepolcro sunnita (la cui unica evidenza è spesso quella di una sola pietra che indica il luogo della sepoltura), sta nella “presenza” del corpo: la terra sotto la lapide s’innalza, si distende, si modella in forma di corpo che riposa coperto d’erba grazie ad una struttura di cartone, materiale perfettamente biodegradabile e dall’impatto ambientale nullo, che rispetta il Creato e si armonizza con le sue leggi. Questo simulacro del vero corpo, posto sotto terra, è destinato a trasformarsi e, lentamente, a scomparire per effetto degli agenti atmosferici e di quelli biologici.
Qui Shahhoseini interpreta la cultura occidentale della tomba, tradizionalmente legata al segno “monumentale”, e fornisce al mondo islamico una risposta poetica all’esigenza universale di elaborazione del lutto per la perdita di una persona cara. Rappresentare il corpo del defunto, o meglio la sua presenza attiva ancora in grado di dar forma a un luogo, suggerisce che la morte non è perdita definitiva e irreparabile, ma trasformazione. Il caro estinto cessa di vivere nel mondo reale, ma continua a farlo nell’animo di coloro che lo amavano: non sepolto sotto terra, ma incorporato, vivo, nell’essenza spirituale dei congiunti. La presenza dell’oggetto-tomba, dunque, è elemento che facilita la “metamorfosi” e che diventa segno reale, rappresentazione del luogo spirituale che ognuno costruisce per ospitare i propri morti. La funzione della tomba è allora una funzione dell’immaginario. Il cimitero e tutto ciò che vi si realizza è un “teatro dell’anima”: la terra è l’anima, la pietra e il nome su di essa sono una presenza dello scomparso che non lo fanno “svanire” e l’interiorizzazione del morto lo fa diventare una parte di noi, sempre presente dentro nonostante l’assenza esterna.
 
Nara Stefanelli

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