A Boston, dal 25 al 27 ottobre

NFDA 2009

Il mese di ottobre a Boston, e più generalmente in tutto il New England (la Nuova Inghilterra), coincide col “foliage” (letteralmente “fogliame”). Tale termine definisce quel fenomeno suggestivo e affascinante che dalla notte dei tempi produce, in certe regioni del nostro pianeta ai primi freddi autunnali e in presenza di un certo tipo di vegetazione, l’esplosione di una intensa colorazione delle foglie dalle tonalità pastello (rosso, giallo, bruno, verde, …) propria degli alberi decidui (quelli a foglie caduche, per intenderci, in opposizione alle piante sempreverdi). Essa si modifica giorno dopo giorno dando origine ad un paesaggio in perpetuo cambiamento al punto che perfino in televisione viene dato regolarmente conto, su cartine geografiche appositamente predisposte, della situazione in tutta quella regione, indicando con colori diversi il punto di “stagionatura” delle foglie. Al nostro arrivo nella culla dell’America, dopo un lungo viaggio che ci ha portati lì direttamente da Mosca, abbiamo trovato, per nostra buona sorte, il periodo di “peak color” (gli altri termini della classificazione sono tenue-slight, basso-low, moderato-moderate, alto-high e passato-past peak), cioè quello, all’apice, di massimo splendore di tale vera e propria meraviglia della natura. Tant’è che vengono organizzati viaggi a tema “foliage” non solo dall’America, ma anche da molti paesi transoceanici. Un po’ quello che succede sul Carso triestino e goriziano dove nella stessa stagione una simile e magica esplosione cromatica si verifica, dovuta soprattutto alla presenza del sommacco. Si tratta di un arbusto del genere “rhus” (famiglia delle anacardiacee) le cui foglie rotondeggianti, quasi cuoriformi, si insinuano nell’aspro paesaggio di quelle amate terre dove il calcare bianco levigato e sforacchiato dalle acque e dal vento la fa da padrone.
Culla dell’America” si diceva. Non a torto. È a poche leghe da Boston infatti, a Plymouth per l’esattezza, che nel 1620 sbarcarono dal “Mayflower” i 102 coloni (di cui 41 puritani) in fuga dall’Inghilterra. A titolo di curiosità noteremo che se tutti coloro che pretendono, nella speranza di nobilitarsi, di discendere da uno di quei coloni fossero nel vero, risulterebbe, fatti i debiti calcoli generazionali a ritroso nel tempo, che il battello in questione avrebbe dovuto trasportare non un centinaio ma tre o quattromila passeggeri! Quelli cioè che oggi trovano posto su navi da crociera di già rispettabile stazza. Tale arrivo costituisce il primo nucleo della presenza europea sul continente nordamericano e Boston diventa rapidamente la città più importante della Corona nel nuovo mondo. Tant’è che già nel 1635 viene creata la prima scuola, la Boston Public Latin School, seguita da una università di teologia che diventerà l’arcinota Università di Harvard, la più prestigiosa al mondo. Ancora recentemente la classifica di una rivista specializzata la poneva al primo posto, mentre la prima università italiana si situava al … 144esimo, largamente superata da quelle di quasi tutti i paesi d’Europa, d’Asia e d’America. Ben venga quindi la tanto criticata riforma Gelmini (che non sarà magari perfetta, ma che costituirà, di certo, un passo avanti come recentemente riconosciuto, in un articolo di fondo del Corriere della Sera, dal non sospetto di berlusconismo Ernesto Galli della Loggia) se essa sarà in grado di produrre un deciso miglioramento qualitativo dell’insegnamento superiore nel nostro Paese dove, per ironia della sorte, quasi si trattasse di un contrappasso dantesco, esso è nato, primo in Europa, con la “Alma Mater” di Bologna più di nove secoli addietro.
L’importanza della città cresce rapidamente, in contemporanea alla intolleranza rispetto all’autoritarismo di Londra. Fino a che nel 1773, a causa di balzelli enormi sull’importazione di thè, i bostoniani buttano a mare le balle dell’aromatica fogliolina appena giunte in porto. È lo storico “Boston Tea Party” che scatena il processo che porterà all’indipendenza. Nel 1776 George Washington caccerà gli inglesi dalla città e la “Declaration of Independence” data del 4 luglio di quell’anno. È possibile percorrere, del resto, la vita della città attraverso strade e monumenti seguendo (d’inverno, con la neve, la cosa potrebbe risultare un tantino più difficile) la traccia rossa (dipinta a terra o tracciata da mattoni dello stesso colore inseriti nel suolo) del “Freedom Trial” o cammino della Libertà. Esso, attraverso sei chilometri, passa per tutti i siti più importanti ripercorrendone la storia.
Quella storia stessa che ha modellato i luoghi. Boston tra le città americane è, assieme a San Francisco, quella che più somiglia a quelle europee. Basta lasciarsi andare passeggiando senza meta per le viuzze di Beacon Hill, ornate di case in mattoni quasi tutte provviste di suggestivi giardinetti ed ancor oggi illuminate da lampioni a gas perfettamente funzionanti, per ritrovarsi in piena atmosfera londinese quasi ci si trovasse in qualche angolo protetto e segreto di Chelsea o in qualche stradina della parigina Montmartre dietro il Moulin de la Galette. Del resto gli abitanti del luogo si compiacciono di parlare un inglese dall’accento ben britannico, quasi etoniano, a differenza di quello praticato dai loro compatrioti che essi trovano piuttosto sguaiato ed ordinario. Lo stesso si dica quando, dopo aver attraversato il Charles River ed aver costeggiato l’ugualmente prestigioso Massachusetts Institute of Technology, si giunge a Cambridge dove l’atmosfera, sul “campus” della Harvard University, non ha nulla da invidiare a quella che si respira nell’omonima cittadina inglese. Compresa la tenuta classica (nei giorni “in” ché altrimenti anche qui jeans e polo la fanno da padrone) del giovane studente bostoniano: blazer, camicia bianca “button down”, cravatta “regimental” con i colori del “college” di appartenenza e ai piedi, ma sì, le inevitabili e sempre attuali “bostonians”. Ecco la vera moda, quella eterna e cioè l’anti-moda, che rifugge dalle brutture tipo scarpe da tennis o da ciclismo che si vedono, con sommo spregio dell’estetica ed in omaggio ad una “eleganza”, chiamiamola così, “flashy”, portate alle nostre latitudini perfino, oh orrore, su completi di pregio. Quegli stessi giovani, la classe dirigente di domani, vanno in cerca di affari nell’abbigliamento al Filene’s Basement (nella sua nuova sede che purtroppo non ha nulla a che vedere con quella storica di Washington Street dove avevamo le nostre abitudini e dove siamo rimasti con un palmo di naso vedendo che era ormai demolita per fare spazio a chissà che cosa) e, finito lo shopping, ritornano alla base al di là del fiume per godersi un hamburger (il migliore degli Stati Uniti, proclama perentoriamente la pubblicità, anche se noi abbiamo un debole molto pronunciato per il Corner’s Bistro del West Village a New York, o volendo andare sul più fino da Peter Luger a Brooklyn, che da anni frequentiamo intrattenendo ottimi rapporti con i camerieri che sono lì da una vita, quasi tutti provenienti dalla bella città messicana di Puebla, dove nel 2011 si terrà la prossima fiera funeraria di quel paese) e una buona Sam Adams (l’eccellente birra locale) da Bartley’s nella Massachusetts Avenue proprio di fronte ad una delle entrate laterali della Harvard University.
Un gioiello, insomma, questa città di più di tre milioni di abitanti (si parla qui, come sempre, di “grande” Boston) di cui quasi 500.000 studenti ripartiti nei diversi istituti di insegnamento superiore, tra i quali ricorderemo anche le eccellenti Boston University e Northeastern University.
Essa tuttavia non vive soltanto di ricordi. Pur non essendo una destinazione turistica molto importante, anche perché i prezzi sono più alti della media nazionale (per fortuna di questi tempi il dollaro è ai suoi minimi storici; finché dura…), essa rappresenta il secondo centro d’affari degli Stati Uniti dopo, piaccia o meno, quella che consideriamo essere la capitale del mondo: New York. Non se ne risentano gli abitanti della nostra splendida, unica ed eterna “Roma capoccia” (per dirla con Venditti), o “caput mundi” che dir si voglia, ma ormai le cose, i fatti lo dimostrano, stanno così.
In tale contesto era inevitabile che un nuovo centro per congressi ed esposizioni vedesse la luce. Eppure già esiste da molti anni lo Hynes Center, dove abbiamo esposto una decina d’anni fa, che farebbe morire d’invidia quasi tutte le città italiane. Ma la ricerca dell’eccellenza ha portato fatalmente all’apertura, nel giugno 2004, del sontuoso BCEC (Boston Convention & Exhibition Center) sotto l’egida della MCCA (Massachusetts Convention Center Authority). Si tratta, come si direbbe oggi, di qualcosa di “megagalattico”: è il più vasto centro espositivo del nord-est degli Usa. Tutto è realizzato secondo i criteri più avanzati dello state-of-art risultando così estremamente soddisfacente sul piano architettonico e concettuale e funzionale su quello pratico. Un luogo ideale, quindi, per organizzare una grande manifestazione come quella che annualmente viene messa in cantiere dalla NFDA, la National Funeral Directors Association, la più importante federazione statunitense dell’imprenditoria funeraria. Anche se l’esposizione ci è parsa meno importante, in metratura, di quelle precedenti, va detto che l’afflusso di visitatori è stato certamente molto più importante di quello dello scorso anno ad Orlando. Forse anche perché dodici mesi or sono eravamo in piena crisi dei “subprimes”. Ce ne rallegriamo perché tale successo di pubblico premia il lavoro serio e costante di Deborah Andres e della sua “equipe”. Rivedremo con piacere Debbie a Bologna accompagnata per l’occasione dalla frizzante sorella Alexis che con il suo talento di one-woman-show promette di farci passare qualche bella serata italiana.
Per quanto riguarda i prodotti esposti, nulla di particolarmente interessante. Sono scomparsi, o sono stati fortemente ridimensionati, gli stand “faraonici” (ed anche i ricevimenti nelle immense “ballrooms”) delle grandi aziende americane: i carrozzieri, i Batesville, i Matthews. Sempre maggiore importanza assumono la cremazione e i prodotti ad essa correlati. Le urne, soprattutto. Secondo un grafico capitatoci per le mani e visto l’andamento delle curve, il “x-ing point” dovrebbe essere raggiunto tra una quindicina d’anni al massimo. A quel momento, a meno di fatti per il momento imprevedibili, la cremazione riguarderà più del 50% dei decessi. Non a caso tre dei quattro espositori italiani, con stand proprio, presentavano tra i loro prodotti delle urne. Biondan Nord America, con Filippo Rossi ai comandi, era in prima fila con la sua gamma completa di bronzi, urne comprese. Lo stesso dicasi per Zorsol e l’indaffaratissimo Sergio Scanziani che ha attirato molti visitatori oltre che con la sua gamma d’urne anche con i sistemi di refrigerazione e gli accessori funerari. Tra i “newcomers” A Artistico di Mercatale (Bologna) con Cristina Righi e Alessandra Benini alla loro prima esperienza espositiva sul mercato funerario, proponendo delle raffinate urne d’argento alle quali auguriamo un franco successo in questo settore nuovo per loro. In uno stand grande, sobrio ed elegante Luigi Spadoni e il Direttore Commerciale Antonio Ciardella hanno promosso, con la consueta “verve” e grinta, l’ampia gamma di prodotti di Spencer. Anche in questo caso ci auguriamo che una giusta ricompensa premi l’investimento importante fatto dall’azienda in tale frangente. Attraverso i loro distributori erano presenti Caggiati, presso lo stand della casa madre Matthews, e Vezzani su quello di Hepburn Superior dove come sempre si distinguevano, attivissimi, gli amici Carlos Colon e Vince Monterrosa.
Vale la pena, a questo punto, segnalare l’unica novità vista in fiera e cioè un prodotto che dovrebbe rappresentare una alternativa ecologica alla cremazione. Si tratta della “Water Resolution”. Per farla breve (chi volesse saperne di più potrà consultare il sito www.waterresolution.com) si tratta di una camera simile ad un forno crematorio dove viene introdotto il corpo che successivamente è trattato ad alta pressione e ad una temperatura di solo 150° in una soluzione fortemente alcalina il cui dosaggio è funzione del peso automaticamente rilevato dai sensori del contenitore della salma. Dopo il trattamento i residui acquosi possono essere utilizzati come fertilizzanti mentre le ossa, parzialmente frantumate e che sono l’unica parte a non essere stata solubilizzata, vengono passate al mulinello, come dopo una cremazione, e i resti posti in un’urna classica. Il tutto, garantiscono gli inventori, senza emissioni di alcun genere ed in un contesto ecologico più verde del verde. Sembrerebbe che il prodotto sia in dirittura finale di omologazione in Germania. Vedremo a Düsseldorf il prossimo maggio.
Tra i visitatori italiani Alfredo Vezzani ed Aurelio Puato accompagnati dalle rispettive consorti Maura e Chiara. Visto anche, come un’apparizione, Francesco Forgione, altro giramondo impenitente. Nel villaggio globale abbiamo ritrovato le vecchie conoscenze di sempre: Dirk Van Vuure e Gerard Knap della Fiat-Ifta con le rispettive consorti, Carmen Olmeda e Josè Manuel Martin della spagnola La Guia Funeraria, Ildefonso Gonzales (questa volta Gabriela è rimasta a casa, a Città del Messico, per accudire la figlioletta che si sta ristabilendo dopo un allarme sanitario che aveva fatto temere una malattia gravissima e che, grazie a Dio, s’è rivelato infondato; li aspettiamo a Bologna) della Fiera Funeraria Messicana e David Hyde, il brillante organizzatore della fiera britannica, National Funeral Exhibition a Stoneleigh (prossima tappa nel 2011), accompagnato dalla nuova presidentessa della Federazione Britannica Sue Saville nonché da un gioviale e “very british” membro della Camera dei Comuni, quel Bill Olner che già aveva tagliato il nastro inaugurale qualche mese fa in Inghilterra. E poi ancora Wilson Tong della fiera di Hong Kong, l’equadoregno di Miami Pablo Cevallos della Revista Celestial (oltre che di molte altre svariate attività funerarie: assicurazioni, trasporti, imprese di pompe funebri e cimiteri privati in Ecuador,…) assieme a tutti gli amici dell’Alpar, la più importante associazione funeraria dell’America Latina il cui neo eletto Consiglio Direttivo ha scelto, dopo ampio dibattito cha ha coinvolto quattro città candidate, di tenere la sua prossima riunione a Bologna in occasione di Tanexpo, accogliendo così positivamente l’invito che era stato loro fatto. Tale presenza conferma l’importanza che la nostra manifestazione assume agli occhi dei più qualificati interlocutori internazionali e assicura opportunità di affari alle aziende che vi esporranno trattandosi, nel caso specifico, della “crema” dell’imprenditoria funeraria dell’America Latina. Tanto ci riempie di gioia non solo perché conferma l’impatto indiscutibile di Tanexpo nel mondo, ma anche e soprattutto perché ci permetterà di rivedere amici fedeli ed ormai di lunga data accogliendoli come si deve nel nostro Paese. Sarà anche l’occasione di presentazione in Europa della nuova presidentessa di Alpar, eletta a Boston, Teresa Saavedra della bellissima Cochabamba in Bolivia. Teresa, anch’essa amica da molti anni e che già è venuta a Modena nel 2006, è stata, con Tatiana Osorio di Medellin in Colombia, che dell’associazione è il braccio operativo, tra i sostenitori più convinti della scelta italiana e gliene siamo riconoscenti. Senza il loro appoggio le cose sarebbero state molto più difficili, anche perché le alternative, tutte in Centro e in Sud America, erano estremamente attraenti. Il che è tutto dire!
Tra i visitatori di quel lontano continente anche Jorge Bonacorsi, il Presidente della Fadedsfya, la Federazione argentina, che organizzerà il prossimo salone funerario a Buenos Aires fra meno di un anno. Jorge, la cui famiglia è originaria della provincia di Messina, verrà nella terra degli antenati accompagnato da una importante delegazione del suo Paese e disporrà di uno stand in seno a Tanexpo per la promozione della sua manifestazione. Visti anche Laurent Dhouilly, responsabile internazionale del Gruppo Facultatieve assieme a Juan Antonio Zarco, direttore di Hygeco España che di quel gruppo fa parte.
Da ultimo come non ricordare Calvin (Cal) Wilkerson, oggi anima di US Cremation Equipment. Più vicino agli ottanta che ai settanta, egli continua a girare per il mondo con la sua conoscenza fenomenale di tutti gli aspetti della cremazione. Ogni mattina, dopo un severo allarme di un quindicina d’anni fa, si sottopone ad una seduta ginnica che gli permette di avere un fisico ancora smagliante ed una vitalità impressionanti. Altro che vitamine e Viagra! Lo conoscemmo all’epoca eroica della All Cremation che allora, prima di venir rilevata da Matthews, aveva sede ad Independence, vicino a Cleveland, nell’Ohio. Erano i tempi di Terry Sousa, un americano di origine portoghese di Madeira che dopo la vendita della sua azienda s’è ritirato nel Rhode Island. Assieme a lui abbiamo passato gradevoli momenti a Cleveland e dintorni. L’avevamo conosciuto all’inizio di un avventuroso viaggio di due settimane nel Middle West (Indiana, Illinois, Michigan …) fatto in automobile in pieno febbraio con temperature polari e tempeste di neve da apocalisse. Una delle cose più curiose di quel viaggio era stata la conoscenza dei “love cars”. Si tratta di piccoli autobus che circolano in permanenza e sui quali possono salire le coppie in cerca di intimità. Abbiamo scoperto il tutto un giorno che, fermi ad un semaforo della via centrale di Kalamazoo circondati da montagne di neve, avevamo creduto scorgere, in controluce attraverso i vetri opachi ma trasparenti in tutta l’altezza della porta posteriore del furgone che ci precedeva e al quale si accedeva grazie ad un predellino, una specie di ombra cinese raffigurante una persona dai capelli lunghi inginocchiata e palesemente intenta ad amministrare ad un’altra, in piedi, una prestazione, diciamo così, intima. Allibiti e strabuzzando gli occhi di fronte a tale scena ce li siamo stropicciati per essere certi di aver visto bene e davanti alla conferma che di un miraggio non si trattava, né di un’allucinazione, abbiamo deciso di sorpassare il veicolo. È così che durante la manovra abbiamo visto, sul lato, la scritta “love car”, per l’appunto, che ci ha inequivocabilmente confermato l’impressione avuta. Ne abbiamo parlato qualche ora dopo con degli amici di Ann Arbor, sede dell’Università del Michigan la cui famosa squadra di football (americano) che partecipa al campionato universitario possiede uno stadio da 100.000 posti. Essi ci hanno assicurato che non avevamo sognato e che si trattava, in quelle contrade, di cosa assai corrente. E poi ci si meraviglia di Monica Lewinski e Bill Clinton?
Un paradosso di più di un’America, talvolta puritana all’eccesso, che non finisce di stupirci. Nel bene e nel male. Nel bene quando è possibile trovare biglietti d’autobus moderni che per quindici dollari (10 euro oggi) ti permettono di andare da Boston a New York in tre ore e mezzo - quattro ore (esperienza personale di qualche giorno fa; e non si tratta di sentito dire!). Nel bene ancora quando una carta telefonica da 5 dollari (meno di tre euro e mezzo) ti consente di parlare per quasi otto ore con un telefono fisso in Europa o per quasi un’ora con un cellulare. Il nome? Diamond Europe, ma ce ne sono molte altre equivalenti. Andate a cercare in Italia carte telefoniche internazionali e vedrete i risultati. Nel male quando ci si urta alla brutalità di certi poliziotti o di funzionari del servizio di “immigration” (quelli che controllano l’ingresso nel paese), quando ci si confronta alle cifre stratosferiche da pagare per l’assistenza sanitaria (anche per interventi banali che non richiedono ospedalizzazione), quando è vietato ai supermercati vendere birra la domenica, o quando si è confrontati alla miseria nella quale vive, pare, il dieci per cento degli abitanti della Grande Mela.
Fortunatamente tra di questi c’è anche qualcuno che sa chiedere l’elemosina facendo prova di spirito (eredità dello “humour” britannico?). Come quel giovane, visto seduto a terra assieme al cane d’ordinanza all’uscita del metrò “Harvard”, che esponeva un cartello con la scritta seguente: “Too ugly to lie. I need a beer!” (“Troppo brutto per mentire. Ho bisogno di una birra!”). Meglio un brutto sincero che un belloccio bugiardo! Siamo tutti d’accordo? In onore alla sincerità e al culto, ampiamente condiviso, di Gambrinus l’abbiamo, con grandissimo piacere, accontentato!
 
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