A Orlando, in Florida

Nfda 2008

Lasciata alle spalle la primavera argentina e, a maggior ragione, l'autunno delle nostre latitudini boreali, questa stagione di fiere (a giorni ci attendono i rigori quasi invernali di Mosca seguita, in novembre, da Lione e Varsavia) ci porta direttamente verso l'estate perenne della Florida, il "Sunshine State", lo stato del sole che splende. È questo il "nickname", il nomignolo, spesso riportato sulle "license plates" (le targhe automobilistiche) che ogni Stato possiede e che ogni buon allievo delle scuole primarie americane conosce a memoria per i cinquanta membri dell'unione: New York? The Empire State; New Jersey? The Garden State; Georgia? The Peach State a causa delle buone pesche che vi si producono (gemellaggio con la Romagna in vista?), e via di seguito. Tale soprannome trae evidente origine dalla posizione geografica privilegiata di questa penisola che gode di un clima subtropicale umido nel centro e francamente tropicale al sud con tutte le caratteristiche proprie di tale situazione: sole quasi garantito in permanenza, vegetazione lussureggiante dominata da palmizi di ogni genere e fiori dai colori sgargianti (non per nulla il nome deriva da "Pascua Florida", la Pasqua "in fiore", periodo durante il quale lo spagnolo Ponce de Leòn mise piede, nel lontano 1513, su quelle terre dove vivevano gli indiani Seminole che ancor oggi hanno lasciato il nome a numerose località: Osceola, Kissimmee, Apopka, Tohopekaliga,...), ma anche uragani ciclici e devastanti ed alligatori ormai ridotti, poverini, al rango di curiosità turistica soprattutto nelle Everglades dove essi, come le foche dello zoo di Singapore, quasi si mettono in posa per la foto souvenir spesso irrisi, dalle sponde di fiumi e stagni, da giocose e dispettose famigliole di "racoons", da noi conosciuti come procioni (attenzione alla labiale! Per memoria, oltre alla "p", le altre consonanti labiali sono: "b", "f", "v", "m") o orsetti lavatori. Un parente che ha vissuto per molti anni sulla costa ovest della Florida, quella più esposta agli "hurricanes", prima di trasferirsi, stufo di ritrovarsi la barca sul tetto della casa, nel North Carolina, ci raccontava che ogni volta che si faceva cullare sull'amaca nel suo giardino gli animaletti si divertivano a lanciargli sul capo noccioline dall'alto degli alberi circostanti. Sempre più rare sono peraltro le occasioni in cui gli abitanti di quelle contrade si ritrovano nella piscina di casa (il cloro non infastidisce l'alligator mississipiensis) o sotto il letto qualche esemplare di quella poco rassicurante specie di rettili. Comunque stiano le cose, per un qualche attimo abbiamo avuto l'impressione che la fama solatìa fosse un tantino usurpata. Breve dubbio di una giornata presto fugato dall'astro vitale più deciso che mai ad affermare il suo diritto di dardeggiare. Imponendo così al viaggiatore di cercare refrigerio non solo negli onnipresenti locali con aria condizionata, ma anche facendo ricorso a bibite dissetanti e fortunatamente, per la salute e la linea, tutte rigorosamente disponibili anche in versione "light" o "diet". Ed avendo, in ossequio ad un costume tipicamente statunitense, sempre a disposizione, dal momento in cui si siede a tavola, un bicchierone d'acqua, anche se dal forte sapore di cloro che pare piaccia agli americani, pieno di ghiaccio ed assolutamente gratis! Senza bisogno di dover, come dalle nostre parti, mendicare tale liquido per sentirsi chiedere con sufficienza: «naturale o gassata?» (e chiaramente a pagamento), quasi l'acqua di rubinetto e gratuita da noi non esistesse. Ma, si sa, noi italiani siamo sempre i più furbi ed è per questo che la nostra situazione economica è così brillante ed invidiabile... Sentivamo qualche tempo fa un alto esponente dell'italico turismo lamentarsi del calo di presenze di stranieri nel bel paese, indicando come responsabili l'euro, il caro petrolio e così via. Altri stati come Francia, Spagna, Grecia (anche se i greci, che pensano di essere ancor più furbi degli italiani, stanno seguendo le nostre tracce) e, soprattutto, Turchia riescono ad aumentare i loro flussi turistici semplicemente evitando, o comunque limitando, i "bidoni" che molti, moltissimi operatori della nostra italietta (anche se vi sono ancora delle persone che lavorano con professionalità) tirano ai poveri cristi, soprattutto stranieri, che si fan beccare da questi cialtroni. È mai stato quel signore a vedere quali siano i livelli di decoro e le tariffe degli incantevoli alberghi, anche nella vicina e ritenuta dispendiosa Francia, dove si può alloggiare per un prezzo decente in condizioni confortevoli e ben lontane da quelle di certi stabilimenti di provincia del nostro paese dove la tristezza e lo squallore del mobilio in formica la fanno da padroni? E si è chiesto quel signore coma mai i prezzi della ristorazione, praticati da un esercito di ex impiegati di banca o laureati (che abbondano nel paese dei dottori disoccupati) che si improvvisano cuochi, abbiano raggiunto in pochi anni vette che rendono difficile per molti italiani anche la serata settimanale in pizzeria con la famigliola? Non vorremmo passare per qualunquisti, ma avendo avuto, in un ormai lontano passato, l'occasione di occuparci di un club universitario di rugby, ricordiamo che alla fine degli anni sessanta in occasione delle trasferte, soprattutto in Veneto, patria della pallovale nostrana, le contrattazioni con i ristoratori per i pranzi e le cene erano serrate e si concludevano, dopo aspre battaglie, su cinquanta lire in più o in meno, con prezzi variabili tra le 900 e le 1.000 lire a pasto (invito gli increduli a contattarmi per verificare i conti ritrovati quest'estate nell'ordinare le nostre cose in Italia). Per tale somma si era serviti, abbondantemente (i giovani hanno sempre fame), di un primo, un secondo, frutta o formaggio, caffè, mezzo litro di vino e grappa (genere indispensabile per ogni rugbyman che si rispetti) a volontà a fine percorso per digerire il tutto. E possiamo assicurarvi che le dosi medie non erano da educande del collegio di Notre-Dame des Oiseaux (Nostra Signora degli Uccelli, nota scuola privata per fanciulle della buona società parigina - 12 rue Michel-Ange nel 16° arrondissement, quello chic! Delle allieve che ne escono si dice, con rispettosa ammirazione: «Hanno fatto gli uccelli!»). Tanto poi c'era la corriera, piena di amici e di fidanzate più o meno temporanee, per riportarci, tra lazzi, frizzi e, contusioni permettendo, altre attività che il confessore biasimerebbe, a destinazione. L'unico, serio, problema era che l'autista partecipava con meritoria convinzione all'agape! In quegli anni un buon salario di un operaio era di 150.000 lire mensili. Un pranzo completo di quel genere valeva quindi un centocinquantesimo di quella somma Oggi lo stesso operaio guadagna, dicono, 1.300 euro. Facciamo anche 1.500! Un centocinquantesimo di tanto ci dà 10 euro. Che cosa abbiamo per questa cifra? Il coperto (altra orribile invenzione italiana: un giorno, in un ristorante di Milano abbiamo dovuto passare un quarto d'ora per spiegare a delle incredule, nonché belle ed eleganti, signore taiwanesi di cosa si trattasse!), una bottiglia d'acqua minerale ed il disprezzo del padrone, quello che ti squadra come fossi un pezzente se ordini una caraffa d'acqua di rubinetto! Ottimo per il regime, ma deprimente per il resto. Ed allora finiamola con le lacrime di coccodrillo e ridiventiamo persone serie. Andando magari a vedere come i ristoratori statunitensi riescono a proporre colazioni a quattro dollari (3.99 per l'esattezza) comprensive di tutto (bacon and eggs inclusi e non il burretto o la marmellatina in quelle orribili scatoline di plastica che per aprirle ci si insozza le dita). Un indirizzo tra i tanti? "Ponderosa" la famosa catena di "steak houses" statunitense. Questa è l'America e tanto altro nello stesso tempo. È il paese dove si lavora sempre e non è da credere che la vita sia facile. Un simpatico cameriere portoricano ci raccontava, tutto contento, di guadagnare 500 dollari alla settimana per 60 ore di lavoro; altro che le 35 o 37 ore nostrane! È il paese dove la salute costa un patrimonio e dove la legge del più forte è spesso quella che predomina. Anche negli affari l'attitudine di molti imprenditori yankees è quella del famoso "shoot from the hip" (sparare dall'anca e cioè appena estratta la pistola). È il paese, ancora, dove le campagne politiche si fanno a suon di dollari e dove i colpi bassi non mancano. Durante il nostro soggiorno abbiamo avuto l'occasione di assistere all'ultimo dibattito televisivo tra i due candidati alle presidenziali del 4 novembre, Obama e McCain. Esso è stato illuminante per diversi motivi che non staremo qui a riferire, perché Oltre Magazine è un periodico dove la sola politica che ci interessa è quella del mondo funerario, ma ci ha dato uno spaccato delle contese elettorali in quel paese.
Sono, infine, gli "States" il paese fatto per le automobili e dove la "piazza", luogo di incontro della gente del luogo, è stata sostituita dai "Malls", i centri commerciali dove si trova ogni ben di dio a prezzi talvolta assolutamente strabilianti per la loro esiguità. È il paese dove gli alberghi sono per i clienti una seconda casa e dove essi possono ricevere gli amici ed anche mangiare nelle stanze senza quei divieti incomprensibili, e quindi tanto più insopportabili, da noi. È il paese, e ce ne rallegriamo, dove i piani degli stessi alberghi passano spesso direttamente dal dodicesimo al quattordicesimo omettendo il famigerato tredicesimo (qualche amico napoletano sarà per caso passato da quelle parti?). È anche il paese dove il prezzo medio di un funerale si attestava (per lo meno per quanto riguarda i membri della NFDA) attorno ai 13.000/15.000 dollari a servizio. Ora le cose sono cambiate e il calo è sensibile. Dovuto non soltanto alla recente crisi economica, ma anche al progredire costante di nuove pratiche, prima fra tutte la cremazione che è destinata, stando alle proiezioni presentate, a raggiungere il 50% su base nazionale all'orizzonte 2025, cioè domani. Oggi essa si attesta attorno al 30% con punte del 60% in California, ma con basse percentuali negli stati del sud (quelli al di sotto della "bible belt", la cintura biblica dove imperversano i predicatori cari al presidente uscente; abbiamo visto, all'esterno di una chiesa, il titolo di un sermone domenicale: «Il mercato azionario fallisce? Cristo non fallisce mai!») molto più conservatori (lo si vede anche alle elezioni). Ciò spiega probabilmente l'impressione che abbiamo avuto quest'anno in fiera di una certa mancanza di entusiasmo, a tutti i livelli, rispetto agli standard degli anni precedenti. Ricordiamo ancora i ricevimenti faraonici dati dai grossi gruppi nelle "ballrooms" degli alberghi più prestigiosi. Serate per più di mille persone con tanto di orchestrina e, sparse per l'amplissima superficie, tavole imbandite con specialità di tutto il mondo e, soprattutto, barman attivissimi nel preparare, con mano esperta, quantità impressionanti di cocktail come "Negroni", "Manhattan" (senza alcun dubbio il nostro "chochou" a base di  due terzi di whisky - anzi whiskey essendo di gran lunga preferibile un "bourbon" - mescolati con un terzo di vermouth rosso e "dash" di angostura, il tutto "on the rocks") o "Margaritas" in omaggio al (ripetiamo ancora una volta che quella che noi impropriamente chiamiamo "la" tequila è invece "il") "Tequila" del vicino Messico. Tutto ciò appartiene ormai al passato e la sobrietà, in tutti i sensi, rappresenta la nuova parola d'ordine. Speriamo che tale impostazione non venga recepita da alcuni espositori di Tanexpo noti da anni, e da tutti incondizionatamente apprezzati, per la lodevolissima esuberanza delle loro proposte di sostentamento dei visitatori (vero Alfredo?).
Fortunatamente anche quest'anno era presente in fiera, proprio all'interno del "Global Village", punto di raccolta di tutti gli espositori istituzionali internazionali, il carrettino di Nathan's, il re dell'hot dog (o, come lo chiamano i nostri amici spagnoli, del "perrito" - cagnolino). Abbiamo già avuto lo scorso anno l'occasione di soffermarci a lungo sulla venerabile impresa della popolare Coney Island a Brooklyn (vedi l'articolo su Las Vegas 2007) non lontana da Brighton Beach ormai diventata "Little Odessa". Ci pare, tuttavia, doveroso fornire al lettore un aggiornamento riguardante l'ultima gara organizzata sotto l'egida della IFCE (International Federation of Competitive Eating - Federazione Internazionale di Mangiate da Competizione). Essa è stata anche quest'anno, il fatidico 4 luglio, vinta da Joey Chestnut che già nel 2007 aveva interrotto il dominio pluriennale (dal 2001 al 2006) di Takeru Kobayashi (l'albo d'oro si trova sulla facciata esterna della casa madre su Surf Avenue a Coney Island). Il nostro campione, però, dà segni di affaticamento essendo riuscito questa volta ad ingoiare, nei dieci minuti prescritti, "solo" 59 hot dog contro i 66 dell'anno scorso. Viale del tramonto o solo calo di forma temporaneo del ventiquattrenne di Las Vegas, affaticato forse dalle altre prestazioni che lo hanno visto vincente nel concorso di pizza (45 fette, americane!, in 10 minuti) ed in quello di hamburger, svoltosi nel Tennessee, dove è riuscito a farcirsi la bellezza di 93 pezzi in 8 minuti alla media di poco più di cinque secondi l'uno? Appuntamento dunque al 4 luglio 2009 nella storica sede "broccoliniana" sperando in un ritorno del nostro campione a livelli di eccellenza e continuando dal punto di vista, diciamo così, pratico a chiederci come faccia egli per evacuare tali quantità di cibo. La cosa deve essere alquanto problematica...
Ritornando alla nostra fiera, essa ha avuto luogo, come si diceva, nel Centro Esposizioni della contea di Orange. La Florida è anche lo stato delle arance. Purtroppo, per chi ha avuto la fortuna di essere allevato a Tarocco, Moro e Sanguinella, quelle americane dicono ben poco. Come del resto le "Navel" che con sommo disappunto avemmo la sventura di vederci proporre in occasione di una cena, peraltro indimenticabile, in quel di Ribera nella benedetta terra di Sicilia. Non era certamente la "mela d'oro del giardino delle Esperidi" che andavamo quella sera cercando.
Se le arance di Orlando sono meno che mediocri, il centro esposizioni, come sempre negli Stati Uniti, è di assoluta eccellenza. Grande, anzi, enorme, funzionale, pulito, profumato, ben climatizzato e dalle spesse moquette. Toilette impeccabili e continuamente sorvegliate da operatori ecologici pronti all'intervento in caso di necessità. In esso, in un salone di circa 20.000 metri quadri, era ospitata la fiera. Tuttavia una parte importante di tale superficie era occupata al centro da un palco circondato sui quattro lati da centinaia di sedie (quasi un'arena per il pugilato) a loro volta attorniate dagli stand degli espositori. Su di esso vari oratori si avvicendavano ripresi da delle telecamere che ne inviavano le immagini nelle quattro direzioni attraverso megaschermi pensili posti al di sopra del palco. Si tratta di una novità assoluta rientrante nell'ambito del "nuovo formato" dell'esposizione quale ci era stato da tempo annunciato da Debbie Andres, la responsabile degli affari internazionali della NFDA, come sempre attivissima e gentilissima con tutti noi. In tale ottica si inscrive anche la dilatazione delle ore di esposizione. Sino alla passata edizione erano 13 in totale; cinque al giorno per i primi due giorni e tre l'ultimo. Quest'anno siamo passati a 21 su quattro giorni: tre, serali, il primo e sei per le tre giornate successive. Tirate le somme non ci pare di aver visto più gente del solito e siamo curiosi di vedere che cosa ci attende l'anno prossimo nella bella e "british" Boston nel New England dove l'accento rimane, perlomeno negli stabilimenti prestigiosi come la Harvard University di Cambridge (un quartiere di Boston e non la Cambridge britannica), quello della vecchia, eterna Inghilterra.
Abbiamo già evocato la "velatura" ridotta delle grosse aziende a livello ricevimenti. Lo stesso si potrebbe dire per le superfici occupate. Non più stand giganteschi: siamo tornati a misure sobrie anche e soprattutto per quanto riguarda i produttori di cofani e di autofunebri. Tra i primi sempre in vista il gigante Batesville dove abbiamo appreso con rincrescimento la partenza di Scott Billingsley, per molti anni direttore internazionale del colosso dell'omonima città di Batesville nell'Indiana. E poi Aurora ed ancora le casse del gruppo Matthews che ha assorbito, come sappiamo, la York e la Milso degli amici Pontone di Brooklyn. In casa Matthews abbiamo incontrato con immutato piacere Joe Bartolacci, che dopo gli anni parmensi è ritornato nella sua Pittsburgh dove è ormai il numero uno del gruppo, Dave De Carlo per anni presidente della divisione bronzi ed artefice dell'"operazione Caggiati", ed il presidente della divisione cremazione Paul Rahill già fondatore, assieme a Robinson, della IEE di Orlando, anch'essa assorbita da Matthews subito dopo l'acquisto della All a Cleveland. Paul viene spesso in Italia consapevole che la cremazione è destinata ad aumentare anche nel nostro paese. Abbiamo anche rivisto con piacere Alan Elder, esponente della buona società di Philadelphia (quella da cui è uscita Grace Kelly) già titolare, assieme a Gerry Davies, anch'egli presente, di "Elder Davies". Alan e Gerry ci avevano accolti molti anni fa in occasione di una indimenticabile visita nel loro immenso, chilometrico stabilimento di Richmond, la capitale dell'Indiana, che era stato in precedenza la fabbrica statunitense della Krupp munita, addirittura, di una stazione ferroviaria interna.
Oggi essi sono impegnati a proporre, con successo, cofani ecologici per funerali "verdi" e cremazione tramite una nuova entità, la New Starmark products. I prezzi variano dai 9-35 dollari (contenitori base da cremazione in cartone "corrugated") ai 275 dollari del Tailored Arbutus, modello "americano" con interno in velluto. Il prezzo di vendita consigliato è di 95 dollari per i primi (con un margine di una sessantina) e di 1.500-1.700 per gli ultimi con un profitto 1.200-1.400 dollari per l'impresa. Sono queste "figures" (numeri) tranquillamente annunciate e messe, con massima trasparenza, nero su bianco sulle brochures a disposizione del pubblico. Se diamo poi un'occhiata ai prezzi proposti da Batesville all'impresario, e tralasciando i modelli speciali a parecchie migliaia di dollari, troviamo che quelli dei cofani metallici variano tra i 1.395 e i 3.490 dollari mentre quelli in legno (che ci sembrano guadagnare terreno) vanno dai 754 ai 2.925. Il modello incontrastato è quello "americano". Altro fatto importante in questo settore è ormai la presenza sempre più evidente del prodotto "made in China". Si parla soprattutto di metallo la cui qualità è ben diversa da quella che potevamo osservare anche solo qualche anno addietro. È chiaro che la presenza di prodotti provenienti da quell'area è destinata ad aumentare e non solo per ciò che riguarda il metallo. Nel clima ecologico che si respira un po' dappertutto non meraviglia che si vedano produttori di cofani in vimini. Tra di essi i britannici della E-Coffins di Sittingbourne nel Kent che rivedremo certamente l'anno prossimo a Stoneleigh nel Warwickshire. Tra le curiosità che ci hanno colpito ricorderemo dei sacchettini pieni di terra, "dirt", irlandese. Essi sono destinati ad essere versati sulle bare degli "irishmen" deceduti negli Stati Uniti e che non possono essere sepolti nella loro terra d'origine. Conoscendo il leggendario e viscerale attaccamento dei figli di St. Patrick per il proprio Paese non dubitiamo del successo commerciale del prodotto. L'idea sarebbe forse da riprendere per gli italiani sparsi dappertutto per il mondo (un giorno ci è capitato, transitando in un paesino sperduto di Sri Lanka di trovare un Ristorante Torino (!) gestito da un piemontese trasferitosi in quello che allora era ancora un paese tranquillo) magari sviluppando il marketing per proporre terre su base regionale: vulcanica del Vesuvio per i napoletani e rossa carsica frammista a calcare per i triestini. Per quanto riguarda le altre categorie merceologiche il SUV, tra i veicoli, è sempre più frequentemente proposto in versione funeraria. L'avevamo già riscontrato in Messico lo scorso anno e una volta tanto la moda sembra venire negli USA dall'estero. Come già detto precedentemente il fattore che sta determinando un cambiamento radicale nel settore è la cremazione. Per modo che oltre ai produttori di forni (Gruppo Matthews, CMS, B&L, US Cremation Equipment e, dai Paesi Bassi, Facultatieve Technologies), numerosissimi sono stati i fabbricanti di urne presenti con pezzi dalle forme più svariate e realizzati con i materiali più diversi. Anche in questo caso molti prodotti provenienti da Cina ed India, ma soprattutto, ci preme sottolinearlo, la presenza dell'Argenteria Leonessa di Brescia la cui titolare, che già avevamo visto a Ried im Innkreis in Austria, ha, assieme alla figlia, avuto un bel daffare per rispondere alle domande di numerosi visitatori interessati ai prestigiosi prodotti in peltro ed argento che rendevano lo stand dell'azienda italiana estremamente attraente. La parentesi sulle aziende italiane si chiude con la quasi centenaria (nel 2011) Antica Fonderia d'Arte Bosisio di Opera (MI) che ha proposto al mercato americano i suoi prodotti in bronzo (bellissime alcune statue) ed il sistema Q-Box per loculi ed ossari. A queste intraprendenti aziende italiane auguriamo grandi successi futuri come meritato premio per gli investimenti considerevoli che esse sostengono nel promuovere le loro realizzazioni di altissima qualità sui mercati internazionali.
L'onda della cremazione si è anche estesa ai "pets", agli animali domestici. Numerose quindi le aziende che presentavano urne, cofani (uno, per cani, in forma d'osso alla Pluto dei fumetti di Disney) e "memorabilia" per gli amici dell'uomo piccoli e grandi. Cosa importante con i tempi che corrono nei quali sempre più attuale pare la frase di Voltaire (a meno che non si tratti, ci viene il dubbio, del suo acerrimo rivale, il ginevrino Rousseau): «Più conosco gli uomini e più amo gli animali!».
Tra le imprese estere abbiamo ritrovato con piacere gli amici organizzatori delle fiere del Messico (Expofuneraria nella stupenda San Luis Potosì il 2 e 3 marzo 2009) Ildefonso Gonzalez e Gabriela Esquivel, di Hong Kong (AFE Asia Funeral Expo, 13-15 maggio 2009) Wilson Tong e Rebecca Lau, di Rio de Janeiro (Riofuner, fiera virtuale-digitalfuner dal 16 al 20 marzo 2009 ) Pablo Cevallos, e del Regno Unito (NFE a Stoneleigh dal 12 al 14 giugno 2009) David Hyde. Ed ancora l'iperattivo Gerard Knap della FIAT-IFTA e Carmen Olmeda con Josè Manuel Martin della spagnola "La Guia Funeraria" presenti assieme al figlio in procinto, quest'ultimo, di raggiungere il Grupo Naser a Città del Messico per uno stage di lunga durata in seno a quel gruppo, uno dei più importanti del paese. Del Grupo Naser abbiamo rivisto il Presidente Carlos Menèndez che ci ha assicurato la sua presenza a Bologna nel 2010. Egli era accompagnato da Loreta Tamborrel cha avevamo incontrato un paio di settimane prima a Buenos Aires. Importante, anche per la vicinanza geografica, la presenza messicana. Oltre a Grupo Naser esponevano Funerales Garcia, per i servizi di rimpatrio, nonché, nello stesso settore molto importante visto il numero di messicani che vivono negli USA, la Lomas Renacimiento della capitale. A conferma dell'incremento della cremazione anche in quel paese ben tre produttori d'urne avevano uno stand: la Maalouf di Pedro Maalouf Shaadi che ci ha assicurato egualmente la sua presenza a Tanexpo con le urne d'argento realizzate con quel materiale di cui il Messico è ricco, la Lasper il cui designer J.P. Lascurain ha trascorso nell'ambito della sua professione cinque anni a Milano ed infine dalla bella e storica Puebla, dove qualche anno fa abbiamo partecipato ad una fiera (ci trovavamo lì il giorno dell'elezione al pontificato di Benedetto XVI quando le campane di tutte le numerosissime chiese della città avevano incominciato a suonare a festa annunciando la nomina del nuovo vicario di Cristo in terra), la Uriarte produttrice di accattivanti urne in quella ceramica di Talavera che prende il nome da Talavera de la Reina, città spagnola della Castilla Mancha famosa oltre che per tale tipo di artigianato anche per la tradizionale caccia, a cavallo, all'abalì (cinghiale). E poi molti visitatori da quel paese nonché da Colombia, Ecuador e così via. Tra gli amici di lunga data ci ha fatto come sempre piacere rivedere Manuel Acevedo dal Guatemala, Artur Gravato della Domingos Duarte di Porto in Portogallo, Edson Cooper della Vaticano di Curitiba, la città giardino, in Brasile, Sudhir Goenka della Galaxy Granites di Chennai in India, sempre attivissimo, e Piotr Godlewsky della SOS di Varsavia che rivedremo il mese prossimo in Polonia.
Una bella fiera insomma dal punto di vista dei contatti che ci lascia bene sperare per una presenza importante di espositori e visitatori dalle Americhe per Tanexpo 2010. Avremo ancora l'occasione di reiterare la nostra azione promozionale a fine ottobre 2009 a Boston nella stagione del "foliage", la famosa esplosione dei colori autunnali bella dappertutto (chi non ha conosciuto il Carso triestino coperto del sommaco, giallo, verde, rosso e marrone in ottobre, dovrebbe correrci quanto prima), ma particolarmente suggestiva in quella parte dell'America (ed anche in Canada) per la presenza degli alberi d'alto fusto che conferiscono una solennità non abituale a questa meraviglia della natura. Per il momento lasciamo Orlando ed i suoi parchi di divertimenti, che onestamente non ci "flippano", spinti da un vento che ci ha, da buoni eliofili quali siamo, rallegrati quasi costantemente durante tutta la durata del nostro soggiorno. Col caldo che faceva c'erano nell'aria sentori di "meltèm", il famoso, imprevedibile (può durare da un'ora a una settimana) vento che soffia nelle isole Cicladi e che raggiunge talvolta forza 8 (burrasca) nella scala Beaufort (ammiraglio britannico oltre che eccellente formaggio prodotto in Savoia), rendendo più sopportabili ed amene (salvo per i nocchieri ancorché la "tecnica olandese" sia quella fortemente raccomandata in tali situazioni) le giornate di chi si trova colà in pieno luglio.
Goodbye Orlando, zdrastvùitie Moskwà.
 
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