MUSORGSKIJ INTONA I CANTI E DANZE DELLA MORTE

Modest Petrovic Musorgskij (Pskov 1839/Pietroburgo 1881) è stato certamente il più grande rappresentante di quella che viene definita la Scuola nazionale russa: il movimento cioè che verso la fine dell'Ottocento rivitalizzò la musica di quel Paese staccandosi dall'imitazione del grande modello dominante costituito dalla tradizione tedesca (da Beethoven al contemporaneo Brahms) e rivolgendosi invece al grande, intatto patrimonio costituito dalla musica popolare; dal canto popolare si trassero inflessioni, ritmi, armonie, ma soprattutto uno spirito di autenticità e di identità che fu una vera e propria linfa vitale.

Certo il nome di questo musicista rimarrà sempre anzitutto legato ai suoi due capolavori teatrali, Boris Godunov e Kovanscina, ma di assoluto rilievo sono anche le altre sue non numerose composizioni, fra le quali si segnalano in particolare le liriche da camera per canto e pianoforte e, fra esse, il breve ciclo che reca il titolo di Canti e danze della morte.

Sappiamo che il problema della morte occupò seriamente l'animo di Musorgskij, e che a ciò si collega anche il suo interesse per la narrativa di Dostoevskij, benché il suo atteggiamento "filosofico" si sia svolto in senso esattamente opposto: dalla spiritualità religiosa ad un razionalismo ateistico venato di pessimismo. La morte non spaventa, ma l'impressione fortissima che desta nell'animo il venir meno dell'individualità ne fa una irresistibile materia d'arte: e in questa sede essa non si presenta come esito pacifico, naturale, dell'esistenza, ma prevalentemente come assurda, irrazionale crudeltà e violenza.

Il ciclo liederistico su testi di Kutuzov su cui ci soffermiamo brevemente ne costituisce un esempio, coi suoi quattro drammatici quadri. Nel primo, Trepak, un contadino ubriaco smarritosi nella tormenta di neve è afferrato dalla Morte che lo obbliga a ballare una ridda macabra e letale, per poi sussurrargli irridente: "Dormi, amico, dormi un lieto sonno. Vedi, ecco, l'estate ritorna, ridono i campi al sole, risuona lontano una canzone (…) la falce miete".

Nella seconda canzone, Ninna nanna, la Morte, con la sua falce, è accanto alla madre al capezzale di un bambino malato: è lei a cantargli con voce monotona e penetrante una sinistra berceuse, e a rispondere alla madre, sconvolta accanto al bimbo morto, "vedi, la mia canzone l'ha addormentato. Ninna-nanna, egli dorme…". Analoga la situazione nel terzo lied, dove uno scheletrico cavaliere canta una serenata sotto le finestre di una fanciulla tisica, e "Sei mia!" è il suo grido di conquista quando essa perisce.

Più grandioso il quadro nell'ultimo brano, Il condottiere: sul campo di battaglia il generale vittorioso passa in rivista i soldati sconfitti; ma il condottiere è la Morte a cavallo, e gli sconfitti sono tutti i soldati caduti in battaglia; la musica è una marcia che esprime ironia e disprezzo. Questi dunque i drammatici quadri che Musorgskij decide di dipingere nell'affrontare direttamente questo tema; ma non va dimenticato che egli stesso, nel più vasto e complesso contesto dell'opera intitolata allo zar Boris Godunov, proprio nella grande scena della morte del protagonista raggiunse uno dei vertici del teatro musicale di tutti i tempi.
 
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