Come muore Don Rodrigo?

(e Manzoni cambiò idea)

Chi ha letto I promessi sposi ricorda come Manzoni racconta la fine di don Rodrigo.

Il lettore già sa che il vile e arrogante gentiluomo spasimante di Lucia è stato colto dalla peste, ma non è anzitutto di lui che si tratta quando il narratore nel cap. XXXV ci accompagna, sulle orme di Renzo, all'interno del lazzaretto.

Renzo è alla ricerca di Lucia, che spera di ritrovare dopo una lunghissima e inquieta separazione; non è neppure sicuro però che sia ancora viva. Ritrova bensì subito, imprevedibilmente, l'antico padre spirituale di entrambi, il frate Cristoforo; è davanti a lui che si lascia sfuggire, in uno sfogo d'ira scatenato dall'ipotesi che Lucia sia morta, parole di vendetta e di violenza: "se c'è ancora colui lo troverò (…) se la peste non ha fatto giustizia… la farò io la giustizia!".

È questa un'antica tentazione di Renzo, e in essa riaffiora un illustre e antico schema narrativo: l'incontro/scontro diretto, risolutivo, tra l'Eroe e l'Antagonista. Ma Alessandro Manzoni ama spesso capovolgere gli schemi: il frate, sdegnato, conduce Renzo a vedere un appestato moribondo che giace immoto, "spalancati gli occhi, ma senza sguardo, pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra; l'avreste detto il viso d'un cadavere, se una contrazione violenta non avesse reso testimonio d'una vita tenace".

È don Rodrigo; l'incontro diretto dunque avviene, ma quando l'Antagonista già sta uscendo di scena, e si configura non nel gesto dello scontro, ma in quello del perdono; la morte, anche quella del peggiore fra gli uomini, è qualcosa di misteriosamente grande, il cui senso solo a Dio è accessibile: "può esser castigo, può esser misericordia", medita il frate dinanzi a quel relitto umano; e nei suoi confronti Renzo è richiamato al supremo paradosso cristiano: ama il tuo nemico.

Meno noto al lettore comune è che le cose vanno abbastanza diversamente, per lo meno quanto alla messa in scena esterna, nella prima versione del romanzo, quel Fermo e Lucia che Manzoni aveva lasciato inedito, e che fu pubblicato solo dopo la sua morte.

Fermo, Lucia e fra Cristoforo sono a colloquio quando un appestato in penoso stato di semiincoscienza ("frenetico" lo definisce il narratore) si affaccia alla capanna dove essi si trovano; è don Rodrigo, che però, vistosi riconosciuto, si dà alla fuga e, impadronitosi di un cavallo dei monatti, parte spronandolo coi pugni e le calcagna in un folle galoppo senza meta, inseguito dai monatti.

"Il diavolo l'aveva in corpo costui - dirà poi un monatto - se durava ancora, faceva crepare il cavallo: ma è crepato egli, e allora per amore o per forza ha dovuto scendere"; e il nobiluomo esce ingloriosamente di scena "su la cima di un tristo mucchio, fra lo strepito e le bestemmie".

Una fine dunque molto più 'romanzesca', ad effetto: proprio il tipo di effetti che Manzoni si dedicò ad attenuare o eliminare nella meticolosa revisione del romanzo, tanto più in questo caso, in cui la spettacolare scena metteva un po' in ombra il significato morale dell'episodio.

Ma a quella prima versione della morte di don Rodrigo Manzoni un po' dovette rimanere affezionato: lo constatiamo se, riprendendo l'edizione definitiva, retrocediamo alla fine del cap. XXXIV, dove di quella scena troviamo un significativo relitto.

Un parapiglia attira Renzo alle soglie del lazzaretto: uno strano cavaliere, questa volta anonimo (ma anche qui "frenetico"), preso un cavallaccio dei monatti, era montato sulla bestia "a bisdosso e, martellandole il collo co' pugni, e facendo sproni co' calcagni, la cacciava in furia; e monatti dietro, urlando; e tutto si ravvolse in un nuvolo di polvere, che volava lontano".
 
Franco Bergamasco

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