In scena alla Fenice rinata

"Morte a Venezia" di Britten

Benjamin Britten (1913-1976) già da tempo aveva pensato di volgere in musica il celebre racconto pubblicato da Thomas Mann nel 1912 col titolo di Morte a Venezia, quando nel 1970 vide, probabilmente con qualche disappunto, che un suo grande pressoché coetaneo, Luchino Visconti, ne aveva tratto un film che fu una sorta di suo testamento spirituale (e che Britten preferì non vedere). Molto simile il ruolo che il lavoro su Morte a Venezia ebbe anche per il compositore inglese; ancora di più, se consideriamo che le sue condizioni di salute volgevano al peggio, ed egli ben sapeva di doversi affrettare a compiere quello che sarebbe stato davvero l'ultimo suo grande lavoro.
Grazie in effetti anche al film viscontiano, la vicenda narrata da Mann è troppo nota per doverla riassumere; osserviamo solo come Britten, alla fine della sua vita, sentì una profonda consonanza con la storia di Aschenbach, lo scrittore teso da sempre alla ricerca della bellezza ideale, che decide di recarsi nella solare, mediterranea Venezia, in realtà disfatta e percorsa da una epidemia mortale di colera. Il viaggio si rivela un percorso, predestinato, verso la morte, attraverso le esperienze della senilità, della malattia, e del perturbante desiderio amoroso omoerotico per un bellissimo giovane (motivo non privo di risonanze autobiografiche per Britten e per Visconti).
La presenza della morte è ovviamente incombente fin dal racconto manniano, a partire dal fatto che è in un cimitero che un misterioso interlocutore convince Aschenbach a partire verso il Sud. Britten e la sua librettista Myfanwy Piper accentuano in un certo senso questo aspetto affidando ad un unico cantante ben sei ruoli: a sottolineare che quasi tutti i personaggi che accompagnano il viaggio e il soggiorno hanno in fondo l'unica funzione di condurlo alla morte: ecco dunque, per esempio, la voce del viaggiatore udita al cimitero tornare sotto le spoglie del gondoliere che conduce Aschenbach dove vuole lui, come un lugubre nocchiero d'oltretomba.
Solo pochi mesi dopo il debutto inglese, l'opera ebbe la sua prima "continentale" nel settembre del 1973 nella sede quanto mai adatta del Gran Teatro la Fenice di Venezia. Nella medesima stupenda cornice (medesima non in senso strettamente materiale, essendo il leggendario teatro risorto, come è noto, dalle ceneri dell'incendio di alcuni anni or sono) è tornato ora l'ultimo capolavoro di Britten. Si tratta di un allestimento affidato per la parte musicale alla sapienza e all'esperienza di un illustre decano internazionale della direzione operistica come Bruno Bartoletti: il quale, come era lecito attendersi, ha saputo condurre l'orchestra a rendere benissimo le infinite sfumature della partitura, ricca tra l'altro di delicati momenti solistici. Altrettanto bello lo spettacolo dal punto di vista scenico e visivo, impostato da un maestro come Pier Luigi Pizzi con sobrietà efficace nella regia, che ha reso in modo ineccepibile una vicenda fatta soprattutto di eventi interiori, e nelle scenografie, giocate su di un cromatismo plumbeo e argenteo al tempo stesso. Eccellente il cast, non solo grazie alla superba prova del protagonista, il tenore Marlin Miller, e del multiforme mortuario "antagonista", il baritono Scott Hendricks, ma anche alla bravura del danzatore Alessandro Riga nonché di tutti i comprimari.
 
Franco Bergamasco

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