Morte e trasfigurazione nell'orchestra di Richard Strauss

Le ultime ore di un uomo; un uomo che sempre ha lottato per i più alti ideali: un artista. Malato, giace nel suo letto, e dorme respirando affannosamente, mentre un sogno lieto disegna un sorriso sui suoi tratti sofferenti. Poi si desta, la sofferenza lo attanaglia nuovamente e le sue membra sono scosse dalla febbre; solo quando l'accesso del male si placa, il suo pensiero può riprender forma e rivolgersi al passato: gli trascorrono nella mente le immagini dell'infanzia, le battaglie e le passioni della giovinezza. Quando il male lo riprende, qualcosa di più alto e indeterminato appare agli occhi della sua mente: non una immagine precisa, ma una concezione, l'Ideale cui ha teso, che ha cercato di realizzare nella sua arte, ma in fondo invano, perché nessun uomo è davvero all'altezza di una simile impresa. Si avvicina ormai il momento della morte; l'anima abbandona il corpo e si avvia verso un eterno Altrove nel quale troverà, gloriosamente portato a compimento, tutto ciò che non si era potuto adempiere pienamente quaggiù.

È all'incirca in questi termini che Richard Strauss (1864/1949), autore del celeberrimo poema sinfonico Così parlò Zarathustra, spiega in una lettera la concezione che fu alla base di un altro suo poema sinfonico, composto nel 1888/89, cui diede il titolo di Tod und Verklärung (Morte e trasfigurazione). E la musica pare davvero esprimere, con i suoi mezzi ovviamente, questo tema di una umanità che lotta e soffre, per la quale la morte sopravviene come una liberazione e, appunto, una trasfigurazione; è da notare in particolare come alcuni temi musicali, ben individuabili all'ascolto, corrispondano chiaramente a vari momenti o immagini di questo programma: quello dell'infanzia ad esempio, quello della morte, quello dell'Ideale (particolarmente in evidenza).

Vale la pena sottolineare ancora un paio di circostanze che rendono peculiare questo lavoro straussiano. Anzitutto la partitura orchestrale del poema sinfonico, come spesso accadeva per questo genere musicale, si presenta accompagnata da un testo letterario, un poema di sessantadue versi scritto da Alexander Ritter, sostanzialmente corrispondente alla traccia sopra riportata, usualmente stampato nei programmi dei concerti in cui il brano viene eseguito. Viene spontaneo immaginare che il testo poetico preesistesse, e che il lavoro sinfonico ne sia stato un sorta di realizzazione o trascrizione in musica: è esattamente il contrario! I versi furono scritti dopo, su proposta di Ritter, che sicuramente fu aiutato da Strauss ad individuare la traccia narrativa e concettuale che era stata alla base della composizione.

Viene anche naturale attribuire all'opera qualche valenza autobiografica (a prescindere naturalmente dal fatto che l'autore era destinato a campare altri sessant'anni…); ma fu Strauss stesso a negare ogni identificazione, sottolineando di non essere a quell'epoca sopravvissuto a nessuna grave malattia (sarebbe successo, ma un paio d'anni dopo), e di non aver ancora assistito alcun moribondo. Ma forse non era del tutto vero: sessant'anni dopo appunto, quando nel 1948 l'ottantaquattrenne compositore scrive con i Quattro ultimi lieder il suo stupendo canto del cigno, sotto le parole "è forse questa la morte?" con cui il canto si chiude, risuona nella musica proprio quel tema dell'Ideale in cui culminava la sua antica Morte e trasfigurazione.
 
Franco Bergamasco

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