Dalla cronaca al Teatro dell'Opera

La morte di Klinghoffer

Spesso si è portati a considerare le grandi istituzioni musicali, in particolare i teatri d'opera, come splendidi musei che in tutte le capitali del mondo occidentale preservano e fanno vivere un aspetto importante del nostro retaggio culturale. Qualcosa, cioè, che per definizione ha un rapporto con l'attualità esclusivamente per quanto riguarda l'aspetto interpretativo: noi concepiamo e mettiamo in scena, per esempio, le opere di Wagner in modi diversissimi da quanto avveniva ai suoi tempi.
Ma non sempre è esattamente così. Non solo avviene che vengano messi in scena lavori di compositori contemporanei (non così di frequente...), ma può anche accadere che siano allestite con successo e che conquistino un loro spazio opere contemporanee ispirate a vicende della più stretta attualità.
È il caso di uno dei più importanti compositori americani contemporanei, John Adams (nato nel 1947): Nixon in China è il sorprendente titolo del suo primo successo operistico, che vedeva appunto protagonisti Nixon, Kissinger e Mao Tse Tung. Fu però la terribile morte di un uomo, e non più una felice svolta diplomatica, a suggerire all'artista l'argomento della sua successiva, controversa composizione operistica.
The death of Klinghoffer (La morte di Klinghoffer) è il titolo dell'opera, e l'Italia è uno dei Paesi dove è più probabile che i non giovanissimi ricordino meglio di cosa si trattò. Fu infatti una nave da crociera italiana, la Achille Lauro, che nel 1985 venne sequestrata da un commando palestinese che, dopo aver separato dagli altri passeggeri gli americani e gli inglesi, assassinò un anziano turista ebreo americano semiparalizzato, Leon Klinghoffer appunto, e lo gettò poi fuoribordo sulla sua carrozzella (una striscia di sangue segnò la fiancata della nave). Le successive controversie riguardanti la sorte dei sequestratori portarono tra l'altro ad uno scontro diplomatico durissimo, senza precedenti, fra il governo italiano (Bettino Craxi) e quello statunitense.
È chiaro che a muovere la sensibilità di Adams sarà stata anzitutto quella tragica morte, resa ancora più atroce dalla vecchiaia, dalla malattia, dall'inferiorità fisica della vittima. D'accordo con la scrittrice Alice Goodman e con il celebre regista Peter Sellars egli decide di allargare, se così si può dire, il campo visivo. Come avveniva nella tragedia greca, il fatto di sangue non viene direttamente messo in scena (l'impostazione non realistica del lavoro consente però che un'aria sia sorprendentemente cantata dal corpo morto che cade!). Il modello è, piuttosto che l'opera lirica con le sue scene d'azione, quello delle Passioni - Oratorio di Bach, con largo spazio dedicato ai Cori che commentano i fatti avvenuti e con monologhi che anch'essi sostanzialmente riflettono sugli eventi.
Nel prologo uno dei due cori dà voce al dramma degli esuli palestinesi; i personaggi dei sequestratori sono fortemente differenziati fra loro, non tutti feroci e disumani, divisi da dubbi e da incertezze; è data comunque voce alle ragioni profonde della loro causa. Tutti questi elementi, unitamente al fatto che la prima andò in scena nel clima teso della guerra del Golfo appena iniziata (Bruxelles, marzo 1991), resero non del tutto pacifica la ricezione del lavoro, accusato da diverse parti di essere eccessivamente "comprensivo" nei confronti del punto di vista degli assassini. Ma la fine violenta, inaccettabile, del pensionato Leon Klinghoffer resta indelebilmente, benché non rappresentata, al centro dell'attenzione, così come la fondamentale pulsione di morte che contribuisce ad averla causata, al di là delle motivazioni politiche: "Ci dispiace per voi. A noi non importa poiché vogliamo morire. Siete voi, sono loro che vogliono vivere": così dice Mamoud, uno di membri del commando. E aggiunge poco dopo: "Il giorno che io e il mio nemico staremo tranquillamente seduti ognuno dei due a esporre il proprio caso, sforzandoci di raggiungere la pace, quel giorno morirà la nostra speranza e anch'io morirò".
 
Franco Bergamasco

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