La morte si fa bella

“Sweet coffin” di Isotta Bellomunno è stata esposta questa primavera all’Idroscalo di Milano in occasione dell’evento espositivo organizzato dall’associazione di collezionisti d’arte contemporanea Big Size Art. L’originale soluzione formale ha provocato reazioni contrastanti fra il pubblico, ascoltate e raccontate dalla stessa artista: apprezzamento, curiosità, consenso, sconcerto, perplessità e perfino sdegno. Emozioni iniziate con la necessità impellente, cioè comunicata quarantotto ore prima dell’inaugurazione, di cambiare il colore dell’oggetto in questione; la modifica ha portato alla versione attuale che tutti possono apprezzare di un bel “verde erba”. Così l’opera, divenuta più rassicurante, ha fatto mostra di sé allo scelto pubblico milanese in una versione più “pop”, più “oldenburghiana”.
Questa “bara dolce” ha fatto vibrare le corde più profonde dei visitatori. Isotta Bellomunno attraverso una parodia giocata intorno ad una delle icone della caducità umana, la scatola abitata da ciò che ora non esiste più, ha toccato il grande momento esistenziale e trasversale della morte. L’intervento originale, compiuto direttamente su un cofano funebre offerto da Scacf, è stato realizzato con l’utilizzo di poliuretano organizzato in fiocchi dalle morbide espansioni di panna che farciscono la cassa e che abbelliscono il coperchio in rivoli conclusivi coronati dall’immancabile ciliegia, da una piccola fetta di arancia e da praline colorate. Una materia policroma che si espande e che cresce in un rapporto di netto contrasto con la superficie povera e con la forma rigorosa di una cassa in legno di abete.
Ad una prima considerazione sembrerebbe che l’artista abbia lavorato con spirito ludico divertendosi a rovesciare l’amaro nel suo opposto, il dolore della perdita in una barocca e ritualistica assunzione consolatoria che richiama alla mente i babà giganti partenopei decorati allo stesso modo e che i golosi certamente ricorderanno. Tuttavia la costruzione fin qui presentata è più complessa. La natura squisitamente antropologica della ricerca espressiva di Isotta Bellomunno affonda nel patrimonio simbolico - religioso del nostro Paese, raggiungendo soluzioni spesso in bilico tra il sacro e il profano; le radici misteriche e la loro antica e sotterranea presenza rappresentano il potenziale più originale che l’artista riesce a far affiorare grazie a spiccate doti intuitive e ad una viva istintività. L’opera possiede una intensa immagine comunicativa esercitata attraverso valori plastico-cromatici e cromatico-percettivi in grado di attivare una trasversalità dei sensi, sollecitati dal lucido scorrere lineare delle superfici, dalle morbidezze della panna e dai profumi della frutta.
Ma la vera forza espressiva di “Sweet coffin” risiede nella sua parte antropologica ed è accentuata dal carattere elettivamente installativo del soggetto. La sua collocazione espositiva su una piattaforma galleggiante sull’esteso lago artificiale ci rimanda all’autonomia di un lavoro capace di rivelare nuove possibilità di valore e di senso. Così tornano alla mente le cerimonie religiose praticate sui grandi fiumi o le cataste di legna abbandonate alle acque recanti il defunto dal corpo esanime che si allontana. L’istallazione ricrea e riconfigura un sistema, irrompe nel reale per ricordare la fine delle cose, l’annullamento e l’annientamento vitale; è un buco, uno squarcio prodotto dalla morte stessa nella realtà che la circonda. L’aspetto consolatorio paventato dalla Bellomunno rovescia e compensa il “vuoto” solo in apparenza, ma in realtà ciò che appare è la rappresentazione del “nulla” esistenziale. L’artista utilizza un sistema espressivo che accogliendo le tendenze del linguaggio critico potremmo definire neo-barocco, ma che in realtà si muove all’interno dell’eterno interrogativo sulla caducità delle cose restituendoci così una vanitas contemporanea. Quindi niente facili etichettature di ricerca pop: “Sweet coffin” è si intrinsecamente pop, ma solo per la centralità della bara, mentre per il resto si avvale con ironia di dichiaratissime citazioni formali del movimento statunitense. Tutto questo potrebbe bastare a farci supporre una prossima produzione sempre più connotata da sviluppi socio-antropologici e comunque ampiamente “contemporanea”.
 
Ida Terracciano


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