All'opera sono ancora vive

Le mogli di Barbablù

Molti sono i meriti di Fantasia, il grande lungometraggio d'animazione basato su una serie di brani musicali che Walt Disney presentò nel 1940. Uno fra i più particolari consiste nell'aver reso universalmente nota (a partire dall'indimenticabile tema iniziale suonato dal fagotto) la musica che accompagna l'episodio dell'Apprendista stregone, protagonista Topolino. Col che il grande pubblico ha avuto l'occasione di conoscere il nome di un compositore raffinatissimo come Paul Dukas (1865 - 1935), protagonista fra i maggiori della vita musicale francese dei suoi tempi, ma che per l'esclusiva eleganza della sua opera non pareva certo destinato a raccogliere un plauso di massa.
Il Teatro Regio di Torino ha offerto di recente al pubblico una eccellente occasione per approfondire la conoscenza di questo musicista, presentando la sua unica opera, Ariane et Barbe-Bleue, nel centenario della prima esecuzione.
Un titolo come questo non può non evocare il ricordo della fiaba di Perrault sulle mogli di Barbablù, esempio tipico del fatto che le fiabe appunto, lungi dall'essere sempre tenere vicende adatte all'infanzia, possono rivelarsi quali terribili storie di morte e di sangue. Tale è in buona parte la fiaba di Perrault che racconta, ricordiamolo, come l'ultima moglie di Barbablù, infrangendo un divieto, scopra in un sotterraneo del castello, appesi alle pareti, i cadaveri "di tutte le donne che Barbablù aveva sposate, e poi, l'una dopo l'altra, massacrate". Solo l'intervento dei fratelli salverà lei sul punto di essere sgozzata e darà invece la meritata morte al sanguinario signore. Questo è ciò che probabilmente torna alla memoria, e che sorprendentemente dobbiamo invece in un certo senso mettere tra parentesi di fronte all'opera di Dukas e al testo del poeta Maurice Maeterlinck su cui fedelmente si basa.
Nel rarefatto clima simbolistico della cultura di Maeterlinck e Dukas l'elemento macabro scompare, o meglio si sublima in un'altra forma. Dalle segrete del castello giungono dei lamenti; le antiche spose del signore sono vive, rassegnate prigioniere: non accolgono la possibilità offerta loro da Ariane di fuggire nella libertà e nella luce. Difendono il loro persecutore, che in qualche modo oscuramente ancora amano, e torneranno alla loro umbratile mesta sopravvivenza, ad una infelicità consapevolmente accettata che della morte è certo un simbolo.
L'edizione torinese ha trovato nel giovane direttore francese Emmanuel Villaume una guida sensibile e sicura nel condurre l'orchestra, con ottimi risultati, sul difficile terreno di una partitura ricca di sfumature assai fini; buono il cast, a partire dalla protagonista Kristine Ciesinski, per l'eccellente presenza scenica anzitutto, ma anche per una performance vocale lodevole (anche se qualche forzatura nel registro acuto può aver fatto rimpiangere a qualcuno l'assenza di una primadonna come Sonia Ganassi, cui la produzione torinese assegnava in origine la parte); assai valide anche le prestazioni degli altri interpreti, così come le scelte dei responsabili dello spettacolo, la regista Danielle Ory e lo scenografo Philippe Fraisse, rispettose dell'indeterminatezza geografica e temporale voluta dagli autori e particolarmente suggestive ed efficaci nell'evocare i valori simbolici dei contrasti fra luce ed ombra.
 
Franco Bergamasco

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